Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di ricerca e volontariato sulla diversità a partire da ecologia e animalità

A spasso nelle terre degli orsi. Una breve lezione antropologica dalla Finlandia

foresta-finlandia.jpg

di Natan Feltrin

Ore 02:37 mi sveglio bruscamente sbalzato giù dal materasso da un tonfo pesante che, da fuori la mia cabina in legno d’abete, è entrato prepotentemente nei miei sogni convertendoli in un improvviso incubo. È una notte di piena estate e sto grondando di sudore a causa dell’effetto serra creatosi nel mio rifugio provvisorio. Rimuovo la tela antizanzare che mi avvolge come fosse una gigante ragnatela, scomoda necessità dato che qui, a Nord, durante i pochi mesi caldi, gli sciami di insetti fanno da padroni giorno e notte, e siedo a bordo letto. Fuori dalla finestra danzano le ultime ombre della notte. Poche ore e di nuovo il sole splenderà alto qui in Sud Carelia… eppure i rumori della foresta finlandese non mi danno riposo. So che sono al sicuro tra le pareti della mia cabina, ma ho bisogno di andare al bagno che, sfortunatamente, si trova all’aperto, a una quindicina di metri di distanza. Proprio là, nel sottobosco, dove, poche ore prima, una mamma orso e il suo cucciolo stavano banchettando con mirtilli e lamponi. Stringo nervosamente le dita nei pugni e, tra me e me, penso “Come ci sono finito qui?”.

Cosa significa condividere la propria terra con animali che, nella peggiore delle ipotesi, possono considerarci prede? Da diversi anni mi occupo di studiare la convivenza ed i conflitti con i grandi carnivori in una prospettiva filosofica, antropologica ed ecologica. Le mie origini trentine e la mia passione per la montagna mi hanno portato più e più volte a dibattere, anche accesamente, circa il destino del lupo e dell’orso bruno lungo tutto l’arco alpino. Ovviamente ogni tragica occasione di abbattimenti, come nel celebre caso dell’orsa KJ2, mi ha visto andare sul luogo, investigare ed impugnare con vigore la penna onde difendere questi enormi fratelli pelosi. In tutte le occasione in cui ho preso netta posizione, ho avuto modo di smentire le false percezioni di locali indignati con dati aggiornati e puntuali. Ad esempio, quando in Trentino si parlava di centinaia di orsi famelici, invadenti, distruttivi e più prolifici dei conigli io, fresco della conferenza internazionale sull’orso del 20181, potevo mostrare grafici, numeri e trend riconosciuti dalla

1 “Life with bears – 26th International Conference on Bear Research and Management”. https://lifewithbears.eu/conference/

comunità internazionale. Eppure, come in tante situazioni che vedono coinvolti ambiente ed animali non umani, in questi anni di divulgazione e dialogo i dati prodotti non si sono rivelati bastevoli a smuovere la coscienza di scettici e conservatori di un mondo solo a misura d’uomo. Ancora oggi, si sente tuonare “l’orso deve tornare a casa sua in Slovenia!”. Il diverso ci incuriosisce e spaventa al tempo stesso, per questo, sovente, le nostre risposte nei confronti dell’alterità potrebbero essere considerate patologicamente schizoidi. Ma quando tale diversità è costituita da un corpo animale possente e dotato di zanne e artigli, può la razionalità scientifica aiutarci a vincere le ataviche paure?

A quanto pare no. Per questo, lo scorso anno, decisi di scoprire dalla voce di escursionisti, raccoglitori di frutti di bosco e cacciatori cosa significasse vivere a “stretto” contatto con lupi ed orsi nel Grande Nord europeo. Giunsi in Finlandia spavaldo, con i miei libri di etologia nello zaino ed una gran voglia di intervistare i locali, ma, nonostante il prezioso valore delle testimonianze raccolte, la scoperta più grande fu la mia fragilità in quanto individuo della specie Homo soggetto, come tutti, ad istinti biologici ed ancestrali capaci di annebbiare la mente e vanificare ogni nozionistico sapere. Quando come piccolo ominide esploratore ebbi trascorso tempo sufficiente nella sconfinata foresta finlandese, tutte le mie idee di facile convivenza furono ridimensionate. In particolar modo, quella notte di solitudine e vulnerabilità, compresi, al di là di espedienti tecnici, conoscenze etologiche e buona volontà, la necessità di un cambiamento sociologico e antropologico capace di tenere conto della nostra storia profonda. Da quando esiste, Homo sapiens non è mai stato primariamente una invincibile specie al vertice della catena alimentare. La paleoantropologia ci conferma l’esatto contrario: ciò che siamo oggi non è dettato solo da chi abbiamo mangiato ma anche, e forse soprattutto, da chi ci mangiava. Comprendere questo significa riflettere diversamente sul nostro posto nel mondo e nella catena trofica onde cercare una via della compassione che non passi dall’illusione antropocentrica che ci vede angeli razionali e disincarnati a contemplare, sfruttare e gestire una natura altra, disordinata e violenta.

Oggi, se dovessi trovarmi nuovamente in quella remota cabina avrei ancora paura, ma so che questo non farebbe di me un intollerante irrazionale, bensì una persona più saggia che accetta i propri limiti come parte di un percorso verso la comprensione e la compassione.

P.S: Quella notte espletai, fugace, il mio bisogno, appena fuori della cabina, sotto le stelle.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 24, 2019 da in Uncategorized.

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