Gallinae in Fabula Onlus

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Un’isola di plastica

 

rifuti-plastica-Great-Pacific-Garbage-Patch-640x632.jpgCome molti di voi sapranno nell’Oceano Pacifico, precisamente tra le Hawaii e la California, si trova un’enorme accumulo di detriti di plastica, denominato, per le sue dimensioni ormai comparabili ad uno stato, The Great Pacific Garbage Patch. Questo ammasso di spazzatura si sta accumulando fin dagli anni 80 a causa del vortice subtropicale del Pacifico, creato dal vento, che, provocando un movimento circolatorio delle acque, fa si che qualsiasi materiale si aggiri nelle sue vicinanze rimanga intrappolato al suo interno e non sia più in grado di uscirne. La plastica che compone questa isola, stimata di grandezza tre volte la Francia, è trasportata dai fiumi più inquinati del mondo ed è costituita principalmente da materiale plastico duro, come bottiglie o altri oggetti di uso quotidiano, gettati in mare direttamente dalle persone o dalle grandi navi da trasporto. Ci sono 1,8 trilliardi di pezzi plastica intrappolati nel vortice del Pacifico del Nord, di cui il 94% sono microplastiche. Sono numeri enormi che fanno pensare, fanno pensare a quanto ancora si sottovaluti il problema e a quanto ancora ciò che non è sotto i nostri occhi non venga preso nella considerazione che richiederebbe.

L’esposizione al sole fa si che la plastica si degradi molto lentamente scomponendosi in microplastiche, frammenti di dimensioni inferiori di 5 mm, che sono ingerite da moltissimi animali marini, che li scambiano per krill, microrganismo presente nella dieta di moltissime specie marine. Non solo gli animali muoiono a causa dell’intossicazione per l’ingerimento delle micro particelle, ma anche per plastica di grandi dimensione, ne sono un esempio i numerosi casi di animali trovati morti al cui interno c’erano tonnellate di sacchetti di polietilene. Rimanere intrappolati tra i detriti, soprattutto reti da pesca (dette reti fantasma) abbandonate dai pescherecci, è un altro modo in cui moltissimi animali perdono la vita.

Questo enorme problema è stato causato dall’uomo, dalla sua tracotanza, dal suo credere di poter vivere su questo pianeta come se non esistesse nessun altro. Non tutti però la pensano così. Un giovane ragazzo olandese, di nome Boyan Slat, nel 2013 ha ideato un progetto per ripulire gli oceani, The Ocean Clean Up. Questo progetto prevede l’utilizzo di una serie di dispositivi composti di braccia galleggianti che sfruttano le correnti oceaniche permettendo di raccogliere una grande quantità di rifiuti, si prevede circa il 50% della plastica in 5 anni. Un progetto lodevole che però non manca di critiche e scetticismo da parte della comunità scientifica. Tra le critiche c’è chi sostiene che tale metodo non possa essere in grado di catturare le microplastiche e quindi sarebbe solo una soluzione parziale e inefficace al reale problema. Dunque si ricade sempre nella visione antropocentrica del problema, è più importante la salute umana di quella di tutte le altre specie viventi. È più importante trovare un metodo per eliminare le microplastiche che, mangiate dagli animali marini, vengono poi ingerite dall’uomo che si ciba di questi ultimi, piuttosto che trovare un modo per eliminare gran parte della plastica, salvando la vita di milioni di animali, vittime dei rifiuti.

Sicuramente una soluzione finale al problema è ancora lontana dall’essere trovata, ma per prima cosa bisognerebbe uscire dai vecchi sistemi di pensiero e cercare di salvare quanti più esseri viventi possibili, non sulla base di appartenenza ad una specie, ma sulla base dello stesso diritto alla vita che ci accomuna a tutte le specie viventi di questo pianeta.

Federica Lovato, Presidente dell’associazione Gallinae in Fabula, laureata in Scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione

 

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 18, 2018 da in Uncategorized.

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