Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Il Festival della Fotografia Etica e il destino dell’animale. Verso un’etica multispecie

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Di Natan Feltrin e Eleonora Vecchi

La parola cambiamento è una delle più ambigue che si possano utilizzare per descrivere una situazione. Difatti, è nell’ontologia del reale che ogni cosa trasmuta secondo tempi nient’affatto assoluti, costanti e imparziali. Proprio per questo la parola climate change è tanto pericolosa quanto imprecisa: che il clima muti è cosa geologicamente tautologica, ma la radicale trasformazione a cui stiamo assistendo si presenta come uno shock climatico assolutamente fuori dall’ordinario. Il global warming, però, non è l’unico fenomeno di cui all’uomo della strada sfugge l’esatta andatura. Infatti, ad un occhio distratto, non è facile cogliere le telluriche dinamiche che muovono la percezione sociale di stravolgimenti culturali: sono esse un “trauma” valoriale o il risultato di un lento lavorio intergenerazionale?

Ci poniamo tale quesito a seguito di una visita last minute all’annuale mostra di fotografia avente luogo a Lodi. Recatici, come nei tre anni precedenti, al Festival della Fotografia Etica quest’autunno 2018 vi abbiamo trovato sostanziali, interessanti e felici differenze rispetto alle precedenti edizioni. Sebbene nelle prime sale visitate abbiamo incontrato i “tradizionali” talentuosi scatti volti a mostrare la miseria umana in paesi quali Madagascar, Bangladesh, Myanmar e Brasile essi non presentavano alcuna menzione circa i veri responsabili di tali innegabili tragedie: degrado ecologico, imperialismo capitalista, sovrappopolazione e ataviche forme di bigottismo. Niente di nuovo sotto il sole. Eppure, proseguendo l’itinerario è divenuto palese qualcosa di prima intuibile solo da frammenti di volantino. Difatti, con nostro lieto stupore, una parte significativa dell’esposizione era stata dedicata al risveglio delle coscienze verso un ripensamento critico della condizione animale. A molti attivisti e intellettuali coinvolti in prima persona nel superamento dell’etica antropocentrica ciò potrebbe sembrare banale, ma così non è. Ovunque spazi di cultura aventi una lunga tradizione si facciano permeare da idee nuove e potenti, lì vi sono i semi di un profondo cambiamento dell’ecologia culturale. Questo è il caso del Festival di Fotografia Etica che, con le sue nove edizioni, rappresenta un evento cardine nel panorama culturale lombardo. In particolar modo, nella suggestiva cornice della chiesa sconsacrata di via Fanfulla, il pubblico ha potuto testare la propria coscienza incontrando l’esposizione di tre fotografi molto diversi nel raccontare la sofferenza animale nell’Antropocene. Da sinistra a destra questa è stata la diacronicità del nostro incontro con l’esposizione Uomo-Animale: Quale futuro?:

  • Paolo Marchetti ha testimoniato “Il prezzo della vanità” conducendo lo spettatore in un macabro viaggio in Polonia, Colombia e Thailandia, dove visoni, caimani e struzzi vengono reificati, prodotti e trasmutati in oggetti di lusso di uno spietato mercato globale. Ciò che colpisce di più gli occhi e lo stomaco è la capacità umana di disporre senza remore del vivente al di là di ogni palese o presunta necessità. Onde decostruire l’oggettificazione dell’Altro, anche tra chi animalista non è, partire dall’industria dell’eccedenza è un’efficace strategia mediatica, ma soprattutto un’urgenza morale in un mondo di estrema ineguaglianza.
  • Nikita Teryoshin, invece, ha mostrato tutta la spregiudicata pretesa di onnipotenza nella manipolazione dei corpi animali. In “Discendenza senza corna” ha raccontato la genesi delle mucche turbo tedesche la cui genetica è stata plasmata al punto da rendere soggetti viventi pure macchine ad alta produttività. Le future “mucche senza corna” saranno solo un tassello aggiunto ad una delle più invasive biopolitiche volte a negare la dignità ontologica dell’animale.
  • Ami Vitale, da ultimo, ha colto alcuni scorci di quel concetto geo-filosofico chiamato Eremocene o Età della Solitudine. Con le “Storie che fanno la differenza” ha portato l’attenzione su differenti rapporti zooantropologici nella opaca cornice della Sesta Estinzione. Ranchers in Montana, conservazionisti in Cina e comunità locali in Kenya vengono immortalati in un tentativo, tutt’altro che facile, di coesistere e relazionarsi con altre specie in contesti ecologici sempre più fragili.

 

Occorre, poi, ricordare che all’interno delle varie esposizioni di quest’anno, al di là della tensione drammatica espressa nella chiesa di San Cristoforo, vi è stata anche una nota di leggerezza ed ispirazione a firma di Silvia Amodio. Con il suo progetto “Human Dog Alimenta l’Amore” ha voluto mostrare il flusso quotidiano dei rapporti zooantropologici più ordinari onde evidenziare il cambiamento strutturale che sta prendendo forma nel rapporto affettivo tra uomini e altri animali. Partendo dalla dimensione relazionale uomo-cane, Silvia ha messo in luce diverse strade di co-divenire, per usare il termine della filosofa Donna Haraway, che rappresentano il primo speranzoso passo verso un futuro multispecie.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 2, 2018 da in Uncategorized.

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