Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Incerti confini tra uomini e animali. Riflessioni su un incidente di caccia.

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Domenica 30 settembre 2018, Nathan, un ragazzo di 19 anni, viene ucciso nella campagna di Apricale mentre passeggia con il suo cane. I colpi del fucile di un cacciatore l’hanno colpito e gli hanno trapassato il ventre fino a causarne la morte. Un ragazzo è stato ucciso da un cacciatore. Un cacciatore che l’ha scambiato per una preda, forse un cinghiale.

Non è sicuramente il primo incidente di caccia che avviene in Italia: consultando il sito www.vittimedellacaccia.org si può vedere quante persone vengono ferite, e nel peggiore dei casi uccise, da cacciatori che legalmente detengono armi allo scopo di uccidere animali selvatici.

In Italia, nonostante la percezione della popolazione nei confronti della caccia sia tendenzialmente negativa (contraria al 78%), ci sono 770 mila persone che in territorio italiano detengono armi per praticare questo sport. Certo, il loro numero diminuisce, a causa del mancato ricambio generazionale, ma nonostante questo, domenica è morto un giovane ragazzo: per uccidere, ne basta uno. Quanto successo porta alla luce due problemi principali: il primo riguarda il fatto che un ragazzo è stato ucciso accidentalmente perché confuso con un animale che sarebbe dovuto morire al posto suo; il secondo è, appunto, che quell’animale sarebbe dovuto morire al posto suo. Il problema è duplice, ma la soluzione una.

Intanto, occorre notare che il cacciatore viene assunto come il “proprietario” del bosco. Il bosco, cioè, appartiene a lui, e lui vi esercita la sua attività in totale libertà. La legge viene spesso violata: si spara vicino alle case, si spara vicino alle persone, come attestano i numerosissimi incidenti. La caccia è oggettivamente pericolosa anche per le persone. Cercatori di funghi, semplici passeggiatori, persino altri cacciatori: nessuno è al sicuro in tempo di caccia. E facendo una semplicissima operazione di calcolo sul rapporto costi/benefici, la soluzione non può che essere una. La caccia va abolita, e va abolita adesso.

Ci sono persone in Italia autorizzate a possedere armi letali in casa, e peggio ancora, viviamo in una società dove alcune persone vengono autorizzate ad uccidere. Che sia un cervo, un cinghiale o un uomo, una vita viene interrotta per mano di un altro essere vivente che, per ragioni del tutto effimere, si trova nelle condizioni di poterlo fare. Per ragioni effimere s’intende che l’uomo cacciatore, oggi, esercita il suo primato sulle altre specie non curandosi degli esiti devastanti che le sue azioni esercitano sul regno animale e vegetale. L’azione annientatrice dell’uomo, il quale non prende in considerazione le conseguenze eco-sistemiche della propria condotta (si veda, a titolo di esempio, il problema del saturnismo, l’avvelenamento da piombo), risulta disconnessa da qualsiasi principio di razionalità biologica. La natura è sempre stata in grado di autoregolarsi, e solo l’intervento massiccio e scientificamente infondato dell’uomo causa l’alterazione degli equilibri naturali.

Dunque, viene spontaneo chiedersi perché, consci della delicatezza di tali equilibri eco-sistemici, gli esseri umani, o meglio alcuni esseri umani, vengano messi nella condizione di poterli mutare per mero sport. Ebbene, la cultura e la tradizione giocano un ruolo molto importante nel giustificare tale comportamento. Anche qui, però, si può opinare che la cultura, risorsa fondamentale della specie umana, può ritenersi l’elemento di mediazione tra i bisogni e il territorio, tra comunità e ambiente e ciò si traduce inevitabilmente in un mezzo attraverso il quale l’essere umano si adatta all’ambiente per sopravvivere. Se l’adattamento è mutevole, come l’ambiente a noi circostante, anche la cultura lo deve essere. Ecco che la caccia come eredità culturale perde completamente di significato e credibilità.

Ciò che voglio sottolineare in questa sede è che non solo esistono persone che perdono la vita a causa di contingenze che non trovano alcuna giustificazione logico-razionale, ma anche che quell’uccisione sarebbe dovuta avvenire comunque, ma con una vittima diversa. Allora cosa ci spinge a giustificare l’uccisione di un animale non umano? L’incidente avvenuto domenica fa riflettere su una cosa: i confini tra essere umano e animale non umano sono labili, talmente fragili da fare in modo che un essere umano possa essere scambiato per un animale e ucciso. Ecco allora che ci accorgiamo che tracciare dei fili immaginari che dividono l’uomo dall’animale, la cultura dall’adattamento, la natura dalla cultura, è un puro gioco di fantasia che troppo spesso rischia di mietere vittime innocenti, umane o non umane che siano.

 

Federica Lovato, Presidente dell’associazione Gallinae in Fabula, laureata in Scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 5, 2018 da in Uncategorized.

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