Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

L’uomo perde il pelo ma non il vizio

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«Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse ossia l’immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio, che, in realtà, non è altro che l’immagine riflessa di noi stessi».

Farley Mowat

 

Forse non c’è frase più esatta per iniziare un articolo dedicato al lupo e alla caccia nei suoi confronti che per secoli lo ha perseguitato. Tra tutte le specie della fauna, non solo italiana ma addirittura mondiale, il lupo è una delle più affascinanti: ha visto nascere la città di Roma, ha una vita avventurosa che si svolge prevalentemente all’agguato nei boschi e nelle praterie, è intelligente nella caccia alle prede, è stato amato da San Francesco d’Assisi e, tuttavia, è stato perseguitato in tutti i modi e con ogni mezzo a tal punto che negli anni ’60 e ’70 del XX secolo era giunto sull’orlo dell’estinzione scongiurata a cavallo degli anni ’70 e ’80 a seguito dei provvedimenti di tutela adottati, in primis, dal Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise, in collaborazione con il WWF, attraverso l’Operazione San Francesco. Oggi è arrivato nuovamente sulle Alpi dove mancava da oltre 100 anni.

Il lupo ha percorso insieme all’uomo buona parte del cammino evolutivo: leggende, toponimi, illustrazioni e parole di lingue arcaiche ne testimoniano la presenza e la forte coesistenza con quasi tutte le popolazioni europee. Le sue doti di cacciatore e combattente sono state apprezzate dai popoli di cultura venatoria e guerriera. Al contrario, dai popoli agricoltori e allevatori è stato sempre visto come una minaccia per gli armenti e, per questo motivo, combattuto con tutti i mezzi.

Nell’Alto Medioevo, tuttavia, si assiste alla nascita del “lupo cattivo”, il lupo antropofago, il lupo divoratore di uomini con il suo passaggio da predatore a preda. Nella nuova economia agricola, è effettivamente un intralcio: lo spirito di conquista dei Franchi e dei Longobardi accende gli animi e fa abbattere tutti gli ostacoli mentre il predatore scalzato dei suoi territori non ha certo tempo di abituarsi alla modificazione repentina dei comportamenti umani. Il lupo diventa un simbolo del male a tutti gli effetti tra il XV e il XVII secolo, e non resta più nulla che lo sorregga nel senso opposto. Sono di questi secoli le lotte più feroci contro i predatori, così come sono di questo periodo le notizie più terrificanti di lupi che assalgono gli uomini e li divorano. Tale evoluzione, favorita anche dall’avanzare del Cristianesimo che tese a demonizzare il lupo identificando in esso tutto il male possibile, la si riscontra anche nel mondo delle fiabe. Tra queste Cappuccetto Rosso, la favola forse più conosciuta al mondo, pubblicata a fine ‘600.

Ma se l’eradicazione del lupo fino a questo punto era stata violenta ma “poco efficace” a causa di uno scarso e semplice armamentario bellico fatto ancora di bastoni, spade, lance e tagliole, l’arrivo delle armi da fuoco (tutt’ora in uso è la lupara [1]) e dei veleni cambiò le carte in tavola. Contemporaneamente, nella mente dei Sapiens si faceva strada, con prepotenza, l’idea di potersi erigere al di sopra di ogni altra specie, investiti da qualche potere trascendentale e di poter prendere e ottenere, a proprio piacimento, qualsiasi cosa fosse a disposizione sulla Terra.

Prima della unificazione nazionale, ogni Stato presente in Italia fa emanare leggi e ricompense per i cacciatori di lupi: un bando del 1818 dell’Imperial-regia polizia di Milano prevedeva una taglia di scudi 25 per ogni lupa uccisa, 20 per ogni lupo e 10 per ogni cucciolo al di sotto di un anno: non esisteva più cultura, scienza, economia, sentimento che permettesse di vedere una speranza per la sopravvivenza di questo animale. Altre leggi bandivano i cacciatori che, attratti da ricompense maggiori, andavano a riscuotere il loro compenso in altri Stati ben più remunerativi di altri. L’unica legge vigente era l’uccisione dei lupi.

L’alienazione fu tale che interi paesi, per giorni, si organizzavano per dare la caccia agli esemplari che venivano avvistati: una sorta di “festa di paese” a cui partecipavano i “valorosi”, ma anche sindaci, parroci e carabinieri. Spesso, l’indomito cacciatore reo di aver posto fine all’esistenza di quell’animale demoniaco veniva ricompensato con premi e onorificenze. Più scorrevano gli anni e più aumentavano la ferocia e la demenza dell’uomo che invece di comportarsi da animale “sapiente” agiva sulla base dell’irrazionalità. Singolare è il passo, in uno scritto del forestale Adolfo Di Berenger risalente all’Unità D’Italia, in cui si cita una “Legge di Carseoli”, città Sabina, con la quale si vietava l’utilizzo della parola “lupo”.

Il lupo è sicuramente l’animale che più di ogni altro è entrato a far parte della nostra cultura e tradizione popolare come simbolo di astuzia, malvagità e ferocia, ma soprattutto di una fame ancestrale e di una voracità senza limiti che ne condizionano l’esistenza. I suoi proverbiali misfatti sono entrati nella leggenda fin dai tempi più antichi sebbene le sue colpe siano di gran lunga inferiori di quelle riportate.

Ultimamente queste ingiuste accuse sono state in parte ridimensionate e, forse anche per il timore di una sua estinzione, si è riscoperto il fascino del lupo, non più aggressivo e pericoloso, ma addirittura innocuo nei confronti dell’uomo, e non più famelico predatore di animali domestici bensì prezioso regolatore dell’equilibrio faunistico-ambientale: infatti si trova all’apice delle catene alimentari delle foreste e delle praterie dell’emisfero boreale essendo, nella maggior parte dei casi, l’unico grande carnivoro presente. Estintosi da molto tempo nella zona del Parco Nazionale di Yellowstone, vi è stato reintrodotto da pochi anni con individui importati dal Canada; subito ha ripreso la predazione dei grandi erbivori come i wapiti, che, senza controllo biologico, avevano finito per ridurre moltissimo e in certe zone ad eliminare quasi del tutto alcune specie arbustive e arboree, ristabilendo così gli equilibri originari che sembravano interrotti per sempre.

Ma la guerra millenaria non è ancora conclusa: negli ambienti di montagna infatti l’antico mito del “lupo cattivo” delle favole è tuttora ben radicato insieme alla apparente incapacità di gestione di grandi animali colpevoli di essere troppo evidenti agli occhi degli uomini. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello dell’Alto Adige in cui il governatore Ugo Rossi promuove il nuovo decreto emanato dalla giunta provinciale che: “consente ai cittadini di difendersi da possibili minacce da parte degli animali selvatici. Si tratta dell’art. 16 della direttiva n.92/43/CEE per la tutela del sistema alpicolturale.” Con tale legge sia metodi dissuasivi che metodi di eliminazione diretta degli animali diventano legali per una migliore difesa della popolazione e dei turisti e per mettere al sicuro flora e fauna locali (come se lupi e orsi fossero creature aliene).

Per secoli e secoli questo animale è stato perseguitato senza un apparente motivo logico spinti dalle superstizioni ingigantite dall’ignoranza della maggior parte della popolazione di quei tempi ma che oggi non dovrebbero più trovare terreno fertile dove attecchire. La presenza di questo animale, che con sé porta ovviamente delle accortezze, deve essere ritenuta una grossa fortuna per il patrimonio ecologico di qualsiasi luogo. Camminare in un sentiero condiviso dai lupi è un’emozione che tutti dovrebbero provare, capace di risvegliare sentimenti atavici e sopiti.

 

«La legge naturale varia secondo le nature. Un cavallo che non è carnivoro, giudicherà forse ingiusto un lupo che assalga e uccida una pecora, l’odierà come sanguinario, e proverà un senso di ribrezzo, e d’indignazione abbattendosi a vedere qualche sua carnificina. Non così un lione. Il bene e il male morale non ha dunque nulla di assoluto. Non v’è altra azione malvagia, se non quelle che ripugnano le inclinazioni di ciascun genere di essere operanti: né sono malvage quelle che nocciono ad altri esseri, mentre non ripugnino alla natura di chi le eseguisce».

Giacomo Leopardi

 

[1] Fucile a lupara: tipo di fucile a canne mozze privato del calcio. Chiamato così poiché storicamente usato per dare la caccia ai lupi. Veniva caricato con cartucce contenenti pallettoni da 6 millimetri.

 

 

Articolo di Francesca Trenta e Matteo Ferretti  

(Project Wolf Ethology – CSEBA Teramo)

 

 

 

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2 commenti su “L’uomo perde il pelo ma non il vizio

  1. anna mannucci
    giugno 24, 2018

    sul lupo (ma anche sugli elefanti e sulle orche e molto altro…) vi coniglio il meraviglioso libro di Carl Safina Al di là delle parole

  2. annamannucci
    giugno 24, 2018

    “consiglio”, non coniglio!

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 24, 2018 da in Uncategorized.

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