Gallinae in Fabula Onlus

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Calpestare la formica. Breve risposta ad un’obiezione comune

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Chi si occupa di etica animale si è senz’altro sentito rivolgere, almeno una volta, l’obiezione per cui non sarebbe possibile, né coerente, parlare di liberazione animale o di diritti animali nella misura in cui nessuno, inclusi vegani, vegetariani, animalisti e antispecisti, può esimersi totalmente dal provocare la morte di alcuni viventi. L’obiezione riguarda perlopiù insetti e microrganismi: camminando si uccidono insetti, lavandoci le mani si eliminano batteri. In generale, quasi tutte le attività quotidiane espongono ad elevati rischi una gran varietà di creature. Esse non possiedono diritti? La loro vita ha minor valore rispetto a quella di mammiferi o uccelli? Questa la domanda provocatoria. Dal momento che l’obiezione mi è stata sollevata di recente, colgo l’occasione di occupare questo spazio con alcune riflessioni sul tema, utili a ripetere concetti che risultano centrali nelle teorie morali della relazione uomo-animale.

Se l’obiezione viene avanzata, come spesso accade, con il fine di negare genericamente la possibilità di riconoscere soggettività morale agli animali, e le pratiche che ne conseguono l’acquisizione[1], essa appare del tutto inconsistente. Non è chiaro, infatti, perché il contenuto argomentativo debba avere in questo caso rilevanza nel più ampio riconoscimento dei diritti animali. Uccidere involontariamente un insetto mentre si cammina non dice alcunché della portata etica di attività come nutrirsi di carne, sperimentare farmaci su cavie animali, o esporre animali in circhi e zoo. Perché la morte accidentale della formica dovrebbe costituire un buon motivo per la negazione dei diritti di galline ovaiole o vacche da latte? Meglio ancora: perché l’impossibilità di evitare tutte le morti dovrebbe giustificare l’arrecare ognuna di queste morti? La struttura argomentativa è illogica: poiché non posso evitare di uccidere la formica, posso permettermi di mangiare carne. Poiché non posso evitare di uccidere a, sono legittimato ad uccidere anche b. La morte (accidentale, peraltro) di a giustifica, allora, in modo del tutto arbitrario, la negazione sistematica del diritto alla vita di a e b, ma anche di c, d, e, e così via. Detto in altri termini, l’argomento vorrebbe sostenere che poiché è impossibile salvarli tutti, si è autorizzati ad ucciderli tutti, e ciò è privo di senso.

Non è chiaro, inoltre, perché una morte accidentale dovrebbe concorrere a legittimare una morte sistematica. L’impossibilità concreta di evitare qualsiasi tipo di decesso non implica affatto che vi sia la giustificazione per istituire sistemi ideati, progettati e organizzati per uccidere gli animali. Schiacciare involontariamente un insetto non comporta, di per sé, il mancato riconoscimento della soggettività morale di quello stesso insetto, cosa che invece non si può dire nel caso, ad esempio, degli allevamenti intensivi. Questo ci porta, allora, al vero nucleo argomentativo dell’antispecismo, o più in generale, dell’approccio orientato alla liberazione animale. Non si tratta – sarebbe assurdo, oltre che impossibile – di azzerare totalmente le perdite di vite animali. Non si vuole proporre una prescrizione morale di carattere sacrale per cui in nessun caso, in nessun contesto e in nessuna condizione al mondo si debba verificare la morte di un non umano. Il tentativo è invece quello di promuovere una visione dell’altro per cui questo non esiste in funzione dell’uomo. Si tratta allora di riconoscere che l’animale è in grado di autodeterminarsi come individuo, che possiede delle esigenze e dei comportamenti specifici, e soprattutto che la sua esistenza è finalizzata a se stessa, e non all’uomo e al soddisfacimento delle sue necessità. Ecco allora, anche la risposta ad altre obiezioni, come quella per cui sarebbe moralmente sostenibile nutrirsi di uova di galline allevate “libere” (la gallina viene ancora pensata come produttrice, non come soggetto autonomo: la sua esistenza e il suo rapporto con l’allevatore sono determinati unicamente dalla finalità di soddisfare una necessità umana), o quella per cui la produzione zootecnica dovrebbe orientarsi verso un allevamento estensivo, o “etico” (ma cosa significa “allevamento etico”? Allevare implica necessariamente la privazione della libertà di autodeterminare uno o più aspetti della propria vita; esso nega per definizione il potere di definire autonomamente i tratti della propria esistenza e delle proprie interazioni, per cui ci chiediamo in che modo un allevamento – un qualsiasi allevamento – possa essere indicato come effettivamente etico). Il nostro mondo obbliga alla compresenza delle alterità. Ciò che manca – per colpa tutta umana – è la coabitazione, o se vogliamo, la coesistenza, ovvero la funzionalità nella regolazione dei rapporti con chi è diverso da noi. Una compresenza senza coabitazione apre le porte all’instaurarsi di relazioni squilibrate, oppressive, in cui qualcuno prevarica su qualcun altro, e in cui tale prevaricazione è un tratto costitutivo della relazione stessa. Il rapporto tra uomo e animale nella società occidentale ne è l’esempio più crudo. Il problema, allora, non riguarda l’insetto che accidentalmente perde la vita, ma l’architettura di una visione del mondo per cui a quell’insetto non è riconosciuta la vita come sua e solo sua, come proprietà posseduta e autogestita.

 

 

 

Samuele Strati fa parte del Consiglio Direttivo di Gallinae in Fabula ed è studente di filosofia presso l’Università degli Studi di Perugia.

 

 

Note:

[1] Di seguito un esempio tipico di dialogo in cui viene utilizzata questa particolare contro-argomentazione:

«Non mangio animali»

«Perché?»

«Non reputo necessario uccidere animali per nutrirmi»

«Ma anche quando cammini uccidi animali»

In questo caso, l’obiezione è rivolta alla pratica del vegetarianismo in toto, accusata di incoerenza.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 20, 2018 da in Uncategorized.

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