Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Sul consumo dei corpi. Prosciutti e prosciuttine

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“Cercasi prosciuttina. Part-time o full-time”: è il titolo di un annuncio di lavoro comparso sulla vetrina di un locale perugino, “La Prosciutteria”, e corredato dall’immagine di Miss Piggy dei Muppets in versione Marilyn, con il famoso vestito bianco svolazzante che scopre le cosce. Secondo la stampa italiana, molti si sono indignati perché hanno trovato l’annuncio sessista o, più semplicemente, di cattivo gusto. La Cgil lo ha ritenuto “offensivo” e ha commentato la vicenda sostenendo che c’è “un problema di dignità del lavoro, e in particolare di quello femminile”, mentre il proprietario del locale ha tagliato corto, giustificando l’affissione dell’annuncio in virtù del fatto che “sono state proprio le ragazze che collaborano con noi a inventare questo termine”, e comunque “era una goliardata”.

Bravi tutti, ma nessuno ha centrato il punto. Perché questo annuncio ha generato un’ondata di indignazione così impetuosa? E l’avrebbe scatenata anche se, al posto della scrofa, il disegno avesse raffigurato una donna, pur nello stesso atteggiamento provocante? Se al posto di cercare “prosciuttine”, un locale, per esempio una pasticceria, avesse invece cercato delle “cioccolatine”? Sicuramente, e giustamente, qualche polemica ci sarebbe stata: qualcuno avrebbe fatto notare che l’immagine di una modella con le gambe scoperte accanto ad un annuncio di lavoro che non c’entri con la moda è superflua, altri avrebbero invece richiamato l’attenzione sul fatto che i diminutivi e i vezzeggiativi, così spesso utilizzati in relazione alle donne, riflettono una tendenza sessista a pensare ad esse in quanto ad esseri infantili e pertanto fragili, bisognosi di coccole e di attenzioni, come se non fossero persone pienamente formate. Molto probabilmente, però, non se ne sarebbe fatto un caso mediatico, d’altronde siamo tutti abituati – o per meglio dire rassegnati – a veder comparire donne svestite in qualsiasi tipo di pubblicità, evento in discoteca e programma televisivo: il motivo che sta alla base dello sdegno, nel caso delle “prosciuttine”, è la metafora che vede accostate una scrofa e una donna, quest’ultima non presente ma immaginabile. Il primo significato che la metafora suggerisce è l’annessione, nella definizione implicita delle caratteristiche che la lavoratrice dovrebbe possedere, di quelle caratteristiche associate a livello di immaginario alla scrofa: se sei una scrofa sei sporca, nel senso velato di sessualmente disinibita, e “porca”, nel senso – di nuovo – di sessualmente disinibita. In una parola: “troia”, che in origine non indicava altro che la scrofa in sé, con specifico riferimento a quella destinata alla riproduzione, e che oggi è diventato un altro termine per indicare una donna sessualmente disinibita. Inutile spiegare che in realtà la scrofa, così come il maiale, è un animale pulito – entrambi stabiliscono un singolo luogo in cui deporre gli escrementi e se si rotolano nel fango lo fanno per regolare la temperatura corporea e per liberarsi dai parassiti – e che si accoppia solo durante il periodo di calore, che avviene ogni tre settimane circa: l’immaginario che riguarda gli animali, su cui le varie culture umane proiettano da secoli le proprie caratteristiche, è radicato nell’inconscio collettivo. L’altra implicazione del raffigurare una donna attraverso una scrofa è intendere che il corpo della donna è consumabile al pari di quello della scrofa: metaforicamente, certo, perché è un consumo che avviene con gli occhi, ma è anche di questo tipo di mercificazione che si nutre l’ideologia della discriminazione sessuale, discriminazione che ha effetti concreti e che, come sappiamo, porta spesso a epiloghi tragici.

Non è un caso, comunque, che donne e animali vengano così spesso accomunati, che sia nelle immagini o nel linguaggio: c’è un nesso, fra specismo e sessismo. Donne e animali sono ancora considerati, in diversi gradi e a seconda delle culture, proprietà animate dell’uomo. Se gli esempi più espliciti di questa tendenza sono le società teocratiche, dove la vita delle donne, così come quella degli animali, è interamente controllata dagli uomini, nel cosiddetto Occidente – l’Occidente della civiltà e dei diritti – la discriminazione assume forme più sottili ma non per questo meno persistenti: si pensi all’attuale legge polacca sull’aborto, che lo consente solo in caso di pericolo di vita per la madre, per il bambino oppure in caso di stupro – e che ha portato, nel 2016, alla “czarny protest”, la protesta in nero di migliaia di donne contro una proposta del Parlamento che avrebbe voluto imporre il divieto di interrompere la gravidanza anche nel caso di malformazione del feto. Si pensi alla recente sentenza spagnola che ha assolto cinque uomini dall’accusa di aggressione sessuale nei confronti di una diciottenne perché “non ci fu né violenza né intimidazione” in virtù del fatto che lei, troppo terrorizzata per reagire, non aveva mostrato chiari segni di dissenso. Nonostante centinaia di migliaia di anni di evoluzione ci separino dai nostri primi antenati, l’etica umana ruota ancora intorno ai tre cardini su cui si impernia la vita di ciascun altro mammifero: cibo, territorio e riproduzione. Chi ha detenuto il potere ha avuto la possibilità di legiferare in merito a tali questioni a proprio vantaggio; la classe dominante eurocentrica, maschile, bianca ed eterosessuale ha pertanto a lungo influenzato la cultura, la politica, la filosofia e l’economia promuovendo una disparità di considerazione morale tra gli appartenenti alla propria classe e tutti gli altri. Una delle modalità attraverso cui lo ha fatto è stata la categorizzazione della realtà attraverso ciò che l’ecofemminismo chiama “dualismi oppressivi”: si tratta di contrapporre fra loro, in maniera arbitraria, concetti ritenuti opposti ed esclusivi piuttosto che complementari ed inclusivi, e di assegnare a uno dei due elementi maggior valore rispetto all’altro. Secondo Val Plumwood, nella cultura occidentale sono particolarmente significativi i dualismi maschio/femmina, mente/corpo, civilizzato/primitivo e umanità/natura, che naturalizzano rispettivamente il genere, la classe, la razza e il dominio sulla natura. Ma il ruolo chiave è giocato dal dualismo ragione/natura, da cui derivano tutti gli altri e per mezzo del quale si è identificato come inferiore ogni elemento ricondotto alla macro-categoria della natura e come superiore ogni elemento ricondotto alla ragione: neanche a dirlo, è stato il maschile ad incarnare l’elemento più prestigioso, mentre le donne e gli animali sono stati relegati alla sfera inferiore della natura. Le loro vite e i loro corpi hanno perciò sofferto di quella logica tipicamente coloniale presente nel maschilismo, che li vedeva – e continua a vederli, in molti casi – come territori sui quali estendere il proprio dominio, come proprietà su cui si ha il diritto di legiferare. Se gli animali sono classificati come proprietà a tutti gli effetti dal punto di vista giuridico, le donne lo sono dal punto di vista ideologico, ma le prassi fra le due oppressioni si assomigliano. Se la riproduzione delle scrofe viene manipolata artificialmente per costringerle a cicli innaturali di gravidanze, il diritto all’autonomia riproduttiva delle donne viene ancora oggi messo in discussione dalle religioni; se negli allevamenti industriali di galline ovaiole i pulcini maschi vengono uccisi poiché non generano alcun profitto, in India e in Cina sono ancora praticati sia l’aborto selettivo che l’infanticidio femminile; se nei macelli gli impiegati tirano calci e danno scosse elettriche agli animali che non vogliono procedere lungo il corridoio per lo stordimento, in Italia un quarto degli omicidi sono femminicidi, commessi contro donne che non si comportano secondo le aspettative che i carnefici maschili hanno di loro in quanto donne.

Torniamo all’annuncio delle “prosciuttine”: lungi dall’essere una “goliardata” o semplicemente di cattivo gusto, esso è piuttosto una chiara manifestazione di ciò che Carol Adams chiama “politica sessuale della carne”. Pioniera del’ecofemminismo vegano, secondo cui lo sfruttamento delle donne e degli animali poggia sugli stessi presupposti concettuali, Adams individua un processo in tre fasi attraverso cui si compie la violenza patriarcale: la prima fase è quella dell’oggettivazione, che permette all’oppressore di vedere un altro essere alla stregua di un oggetto e di trattarlo di conseguenza. La seconda fase, quella della frammentazione, può essere reale o metaforica: per gli animali è sempre reale, perché i loro corpi vengono smembrati per essere confezionati a pezzi, mentre per le donne è metaforica e consiste nel feticcio per le singole parti dei loro corpi – vagine, natiche, seni, gambe –, anche se le notizie di cronaca testimoniano che, in qualche caso, la frammentazione può essere reale anche nel loro caso. Infine, l’ultima fase del ciclo è il consumo: reale per gli animali, reale e metaforico per le donne, la cui immagine può essere consumata con gli occhi e i cui corpi possono essere consumati dalla violenza. In The Sexual Politics of Meat, Adams riporta le immagini di alcune locandine pubblicitarie molto simili all’annuncio di lavoro perugino, in cui donne e animali vengono rappresentati in maniera ibrida e in pose provocanti, accompagnate da un linguaggio allusivo alla sessualità: abbiamo mucche con i reggicalze e i tacchi per sponsorizzare un evento di paese che porta il nome di “Porca Vacca!”, scrofe con le calze a rete disegnate sull’insegna di un’osteria che recita “moanin’ for the bone” (gioco di parole in inglese, in cui “bone” sta sia per “osso” che per “erezione”) e gamberetti con le labbra carnose e il rossetto dipinti sulla porta del bagno delle donne in un ristorante di pesce. Fare leva sul presunto intento scherzoso di simili immagini, come ha fatto il gestore del locale perugino, significa ignorare – volontariamente o meno – che, attraverso le diseguaglianze di specie, esse riflettono le diseguaglianze di genere. E il fatto che siano anche alcune donne a riderne non le rende meno pericolose, anzi: significa che l’ottica maschilista permea la cultura ad un punto tale che esse sono incapaci non solo di reagire, ma anche solo di comprendere i motivi per i quali è la loro stessa dignità ad esserne lesa. E non sono solo le donne a fare le spese della diffusione di tali modelli, ma lo è chiunque non si conformi ad essi: ne sono un esempio quegli uomini che, scegliendo di diventare vegetariani o vegani, vengono additati come poco virili, effemminati o addirittura omosessuali. Secondo Adams, questo accade perché la carne è ancora considerata un alimento virile, connesso nell’immaginario collettivo alla caccia, mentre gli alimenti vegetali sono associati perlopiù al femminile. Etimologicamente, il termine “vegetale” (vegetable in inglese) deriva dal latino “vegetare”, il cui significato è “rinforzare”, “vivificare”, “incoraggiare”, ma con il passare dei secoli si è verificato, a livello storico-culturale, un capovolgimento che lo ha portato ad essere sinonimo di monotonia, passività e debolezza, motivo per cui una persona in coma irreversibile è oggi colloquialmente definita “in stato vegetativo”. Le scelte alimentari di quegli uomini che, adottando un’alimentazione connessa alla passività e al femminile, si discostano dal modello di mascolinità dominante, vengono pertanto viste come un riflesso della loro sessualità: essi scelgono di identificarsi con le prede, quando invece dovrebbero essere predatori, sia in campo alimentare che in campo sessuale. Del resto esiste, sostiene Adams, un’affinità storica tra vegetarianismo e femminismo, anche se, al di fuori dell’ecofemminsmo, molte attiviste rifiutano di includere la liberazione animale tra le loro battaglie. Eppure la comunanza tra le sorti degli animali e quelle delle donne, considerati corpi ancor prima che individui, dovrebbe far nascere un’istintiva empatia nei confronti di coloro che oggi sono ultimi tra gli ultimi, e dovrebbe spingere a indagare meglio quel sentimento di indignazione che sorge alla vista di un annuncio di lavoro che rappresenta una donna per mezzo di una scrofa. Si potrebbe scoprire che il fastidio che suscita non è causato dal semplice cattivo gusto, bensì da un’intuizione.

 

 

Flavia Fechete, Università degli Studi di Verona

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 13, 2018 da in Uncategorized.

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