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Etologia antropologica. Alla ricerca di un eco-ontologia

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Immagine di Karin Andersen

Il postumano ha posto la filosofia sotto scacco nel momento in cui ha svelato che ogni forma di presupposta superiorità dell’animale umano non poteva fondarsi su nessun valore oggettivo. La ricerca pensata ed impostata dalla corrente filosofica post-human ha infatti posto il confronto e il dialogo quale metodologia principale di un approccio che ha smesso di porre in termini aprioristici l’uomo quale entità altra da tutto il resto del sistema. Riposizionando l’uomo all’interno di una dimensione ecologica – e per questo ciclica, evoluzionistica, mobile e parziale – ha compiuto quell’atto di decentramento fondamentale per ricostruire l’identità umana a partire da una nuova lettura dell’antropologia. Se tutto il Novecento ha voluto dimensionare la disciplina dell’antropologia filosofica a partire dall’eccentricità della condizione umana quello che avviene, all’opposto, con la corrente del postumano, è un atto di emancipazione dell’animalità; si tratta quindi di un percorso retroattivo, un atto di recupero della propria dimensione animale per poter ricostruire un quadro, non tanto oggettivo quanto proprio della dimensione umana. Semplificando: se l’umanista doveva rintracciare quella scintilla che potesse differenziare l’uomo dall’animale tale da poterlo definire per differenza, il postumanista cerca invece quell’afferenza con l’animalità – da intendersi non come predicato e quindi attributo di una dimensione di essere bensì metapredicato e per ciò essere stesso – giacché, proprio la natura animale, fa parte di quel portato storico-metafisico che abita ogni corpo quale soggetto di vita.

Per comprendere questo fondamentale passaggio, di particolare utilità è un testo che, da poco, ha visto pubblicazione: Eco-ontologia. L’essere come relazione, di Roberto Marchesini (Apeiron, Bologna 2018).

Nel testo, il padre indiscusso del postumano opera un nuovo passaggio fondamentale per la filosofia, deponendo l’ontologia quale disciplina dell’essenza e impostandola all’opposto come disciplina della relazione. Quello che intende dire Marchesini è che non basta pensare all’essere in termini anti-essenzialistici per superare la vecchia impostazione antropocentrica ma, bisogna leggerne la composizione come un costante alternarsi dialogico tra necessità differenti: ogni urgenza è mutevole e per questo transitoria ma ogni passaggio lascia il suo segno, quell’imprinting fondamentale ed inalienabile che rende all’essere la sua dimensione.

Ciò a cui è giunto il pensiero di Marchesini non può prescindere da una nuova antropologia che si inaugura con il post-umano e che definirei un’etologia antropologica. La comprensione della dimensione umana, infatti, non può avvenire più attraverso i vecchi paradigmi: archetipi che ponevano l’uomo al centro del mondo – quale misura di tutte le cose – ma che lo pensavano anche come essere carente ed incompleto – pensiamo al mito di Prometeo ed Epimeteo tanto caro alla tradizione dell’antropologia filosofica classica – e che vedevano in un atto di antropopoiesi l’unica strada efficace per diventare uomo. L’uomo, secondo questa passata interpretazione, non nasce tale, deve infatti conquistare la propria umanità attraverso un atto di costante distanziamento dalla propria animalità giacché essere umano è, per definizione, ciò che non è animale.

Una tale antropologia viziata che da sempre anima il pensiero occidentale – il mito di Prometeo ed Epimeteo risale al Protagora di Paltone – ha prodotto un’impostazione di pensiero che di fatto ha limitato la conoscenza e la consapevolezza che l’uomo poteva avere della propria stessa dimensione. Pur di professarsi come qualcosa di “altro”, l’uomo, ha rinunciato a una serie di consapevolezze fondamentali per l’esercizio effettivo della propria natura.

L’etologia antropologica – che ovviamente si riferisce e prende spunto dall’etologia filosofica proposta da Marchesini e al suo testo Etologia filosofica. Alla ricerca della soggettività animale (Mimesis, Milano-Udine, 2016) – vuole ripensare l’uomo a partire dalla propria animalità – quale dimensione ontologica ma soprattutto vuole smettere di considerarlo un organismo impermeabile al mondo. Infatti, non solo l’antropologia filosofica ha voluto porre l’uomo come l’altro, ciò che non è animale, ma lo ha anche considerato come un organizzazione del tutto impermeabile alla dimensione dell’alterità: l’uomo – secondo il pensiero dell’antropologia filosofica – è colui che fonda la sua natura su se stesso, l’unico essere in grado di addomesticare la propria identità e di interpretare una est-etica dell’esistenza. L’uomo insomma, per quanto inserito nel mondo, non ha nessuna inerenza con esso, non può comunicare, dialogare ma solo utilizzare la realtà che lo circonda.

L’interpretazione che invece vuole offrire l’etologia antropologica è quella di uomo come organismo aperto, permeabile, posto nel ciclo dell’ecosistema e per questo pensato – come d’altronde ogni soggetto di vita – attraverso l’eco-ontologia.

L’etologia antropologica opera quindi tre passaggi fondamentali. Il primo è quello del decentramento e quindi l’atto estremo di non pensare più l’essere umano come misura di tutte le cose ma, come uno delle tante differenti lenti attraverso cui osservare la realtà. Il secondo è quello di deporre il principio di differenza: non costruire più l’identità umana attraverso un distanziamento dalla propria condizione animale che, all’opposto, viene definita quale condizione ontologica imprescindibile. Il terzo, quello fondamentale inaugurato dall’eco-ontologia, è quello di pensare la dimensione dell’essere come permeabile e quindi ridisegnarne anche le categorie specifiche.

La permeabilità non è da intendersi solo in termini astratti, va pensata secondo modalità effettive e sostanziali, per questo, a mio avviso, è possibile parlare di una metafisica del corpo.

Ogni corpo – quello dell’animale umano come quello di qualunque altro animale – reca in sé la storia dell’essere tutta intesa come Esserci nel mondo; il corpo diviene un sistema in grado di narrare contemporaneamente la storia dell’essere quale metapredicato – nessuno può prescindere dalla propria animalità – la storia della propria specie – nessuno può tralasciare la storia del proprio etogramma – e dell’individuo – nessuno può accantonare quegli accadimenti personalissimi che hanno dimensionato il proprio Esserci. La filiera dell’evoluzione ha lasciato segni indelebili, nello scorrere ogni cosa è rimasta, ha destabilizzato, creato nuove urgenze che si sono tradotte in dialoghi differenti con il mondo, in nuovi de-sideri, nuove spinte conoscitive che si sono parafrasate nella natura stessa del nostro corpo: nel sistema immunitario, endocrino, nella forma degli arti, nella potenzialità delle nostre competenze e così via; tutto ciò che è presente in ogni soggetto di vita non è altro che il frutto di un costante ed eterno dialogo con il mondo. Per questo potremmo dire che – per mezzo di queste considerazioni – si inaugura una metafisica del corpo particolarissima che spinge a porsi domande fondamentali sul rispetto del “corpo animale” – ad oggi mercificato e reificato dall’industria alimentare e tessile – che non può, per ovvie ragioni, essere più escluso dalla dimensione metafisica.

Non è possibile quindi pensare all’animalità come ad altro da noi ma questo passaggio non è più sufficiente: non si tratta solo di una comunanza ontologica ma, anche, di una traduzione di questa comunanza d’essenza in una condivisione di condizione che non è solo fenomenica ma metafisica.

Come risulta evidente i piani si sovrappongono e non è più possibile pensare alla dimensione animale in termini prettamente animalisti – e quindi secondo un’ottica pietista – quanto piuttosto in termini di appartenenza e ciò significa che, reificando il corpo di un qualsiasi altro animale, si compie la medesima azione etica e morale della mercificazione del corpo di un umano.

Non v’è nulla di differente se non la scelta – del tutto infondata filosoficamente, razionalmente, oggettivamente – di considerarlo differente.

La decisione di parlare di etologia – scienza che si occupa del comportamento animale – antropologica – sapere che si occupa dell’uomo – e di collegare il tutto all’eco-ontologia vuole disvelarne l’essenziale analogia. L’etologia intesa come analisi del comportamento animale – come se vi fosse un comportamento animale prefissato ed impostato – l’antropologia – intesa come discorso sull’uomo quale essere distinto dall’animale – sono entrambe difficili da sostenere alla luce di un eco-ontologia che pone la dimensione dell’essere ben oltre queste categorie, giudicandola una commistione di urgenze sempre nuove, sempre pronte a rinnovarsi ma soprattutto ad ibridarsi vicendevolmente. Cosa è quindi etologia e cosa antropologia se non due volti della medesima medaglia post-umanista? Per questo si deve parlare di una etologia antropologica giacché impossibile è pensare che vi possa essere un comportamento umano che stia oltre la dimensione metapredicativa del proprio essere animalità.

Tali considerazioni ovviamente non propongono nessuna soluzione ma, credo che ampliando gli orizzonti del problema, permettendo allo sguardo di spingersi oltre quelle barriere che – dalla notte dei tempi – abbiamo deciso di imporre pensiero. Non si tratta di cambiare direzione ma di rinunciare a quelle comode lenti che da sempre ci hanno ubriacati di superiorità. Ma proprio il peso di quella superiorità ci ha anche da sempre costretti a cercare un fondamento supremo che forse non fa parte degli argomenti della vita. A questa domanda infatti ci spinge l’ultimo lavoro di Marchesini quando afferma: «La vita manca di una potenzialità autoesplicativa o di autonomia predicativa, per cui è impossibile spiegarla interamente per ricognizione interna ma solo descriverla» (Eco-ontologia, cit., p. 115).

Descrivere la vita però, a mio avviso, permette di comprenderla, di coglierne quell’atto estremo di poesia presente in ogni sua forma che non ha nulla a che fare con qualsiasi presunta superiorità.

 

Manuela Macelloni

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 10, 2018 da in Uncategorized.

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