Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Sguardi animali di Felice Cimatti

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Il libro di Felice Cimatti Sguardi animali (2018), pubblicato da Mimesis, è un esempio di come la filosofia dell’animalità stia rivoluzionando non solo lo sguardo che riserviamo agli animali non umani (dunque il nostro rapporto con essi) ma altresì il modo di pensare noi stessi a partire da uno sguardo animale, quello dell’animale umano. Ciò che è ricercato lungo le pagine di questo breve saggio è l’animalità, più precisamente lo sguardo che si concentra sull’apparizione dell’animalità nel mondo. Preciso è il tentativo con il quale, sebbene sia definita inafferrabile, l’autore cerca di cogliere l’animalità facendosi guardare da questo evento impercettibile, effimero, indicibile, con l’intento dichiarato di diventare egli stesso un animale. Questo perché solo colui il quale è staccato dal mondo, chi crede di essere il soggetto che guarda il mondo può vedere l’animalità.

L’animale in generale, quel termine vuoto, costrutto in cui inseriamo tutto ciò che umano non è, è proprio il punto di partenza dal quale prende le mosse il movimento del divenire animale dell’autore. È essenzialmente l’autore, ed anche il lettore se si lascia trascinare da tale movimento, a divenir-animale, quell’espressione impensabile in cui autori come Deleuze e Guattari hanno cercato di inserire il decentrarsi della vita che si compienel suo divenire. La vita tutta è satolla di animalità, e viceversa, senza per questo identificarsi e dunque perdersi. Ma come afferrare, come bloccare tale movimento se noi stessi ne siamo immersi? Attraverso la fotografia.

Il metodo seguito da Cimatti è di osservare tutto quello che scappa, che resiste alla fermezza dell’immagine e della nostra concettualizzazione che tutto blocca e cerca di ingabbiare, attraverso linee di fuga che fanno perdere rigidità all’esistenza. Ed è così che l’animalità non parla più degli animali, ma della vita in generale, dell’esistenza di qualche cosa che sfugge ai nostri concetti, che li eccede sempre e che non per questo non fa parte del mondo, un mondo essenzialmente animale. «Il mondo è animale quando non è pensato attraverso le categorie del linguaggio-pensiero, quando partecipa del movimento del mondo in modo pieno e diretto. […] La questione filosofica dell’animalità è la possibilità di un contatto diretto con il mondo, un contatto appunto, semplicemente animale. Cioè il contatto che con il mondo potrebbe avere una mosca, un sasso, o una nuvola. Un contatto che non è una esperienza, perché il concetto di “esperienza” implica la separazione-distinzione fra soggetto (attivo) e oggetto passivo (passivo), mentre nel contatto animale non c’è chi fa esperienza da un lato, e ciò di cui fa esperienza dall’altro» (p. 31).

La fotografia, proprio per la fermezza fuori dall’occhio umano e la sua possibilità di bloccare il dettaglio in movimento, in realtà è uno sguardo su di noi; è il mondo che ci guarda e guardandoci si rivela. Il dettaglio attraverso il quale si rivela l’animalità è l’atto con cui noi siamo osservati dal mondo, con cui il mondo fa esperienza dell’animale umano e viceversa; cercare di essere guardati dal mondo significa essere un oggetto tra gli oggetti del mondo, pari a tutto ciò che esiste, senza gerarchizzazioni o antinomie.

Il contatto è ciò che l’animalità apre all’essere umano, la crepa che crea l’inatteso in un mondo coordinato da aspettative e previsioni; nel momento in cui il contatto accade non c’è più umano, ma

soltanto vita che guarda lo spettacolo del mondo e ne è oggetto. Un contatto crudo, nudo direbbe Derrida, in cui l’opposizione tra oggetto e soggetto si scioglie in una composizione più ampia, forse troppo ampia per comprenderla attraverso le nostre categorie logico-razionali. Perché allora l’animalità può essere vista solo dall’essere umano? «[…] L’animalità la può vedere, e desiderare o temere, soltanto un essere umano. È un paradosso che sta al cuore dell’animalità: solo il vivente meno animale che ci sia, Homo sapiens, è in grado di pensare, desiderare, temere, invidiare l’animalità. Perché l’animalità di una sardina, di una foglia, di una crepa in un muro semplicemente “accade”, quella umana va invece costruita lentamente; ci vuole molto tempo perché un corpo umano possa sperimentare l’animalità» (p. 45). Vedere il mondo dal punto di vista del corpo, questa è l’animalità.

Il linguaggio non è forse adatto a cogliere l’essenzialità dell’animalità, ma Cimatti prova a piegarne i bordi cercando di inserire le immagini e le sensazioni all’interno dei limiti del linguaggio e dunque del nostro mondo di homo loquax: l’animalità «è al di qua della distinzione fra conscio e inconscio, fra razionale e irrazionale, fra parola e silenzio. Non è il fondo oscuro del logos, perché questo fondo è un’invenzione della stessa ragione per giustificare la propria esistenza: l’animalità non sa che farsene della ragione come dell’istinto, perchél’animalità non vuole né pensa nulla, non desidera né rimpiange nulla, non manca di nulla. L’animalità è perfetta, è sempre perfetta, cioè appunto non manca di nulla. […] L’animalità non ha bisogno degli animali, proprio perché l’animalità è questa radicale indifferenza per i nostri progetti. C’è dell’animalità tutte le volte che il mondo si presenta, senza chiedere nulla, senza simbolizzare nulla, senza aspettarsi nulla» (p. 35).

Il linguaggio, il simbolo o il segno, è la chiave di volta di tutto il discorso sull’animalità. L’unico animale che può vedere l’animalità, proprio perché ne è distaccato, è l’animale che parla, la scimmia che si parla. In questo senso l’animale (al singolare generale) è un concetto intrecciato con le nostre parole; il nostro linguaggio cerca di ingabbiare il mondo, di farlo proprio: «la prima e più ferrea gabbia è la gabbia della parola, che intrappola l’animale dentro uno schema lessicale, una regola grammaticale, un campo di aspettative» (p. 29). Per questo motivo l’immagine è la traccia da seguire per far sì che l’animalità si riveli a noi; poiché occorre fare a meno delle parole, cercando di superare (o spezzare?) il filtro del linguaggio che ci priva del contatto diretto con il mondo. L’animalità, infatti, disturba la nostra vita perché rievoca tutta la questione dell’impossibilità di conoscere il mondo attraverso il mero esercizio di ragione, perché l’animalità è sempre novità e sorpresa, è l’inatteso, essa è sempre estranea e familiare, in cui tutto si mischia in un unico movimento.

Un metodo esatto per scorgere l’animalità, sebbene Cimatti indichi quattro regole, non esiste. Essa è la crepa in un muro, un luogo dove luce e ombra giocano, un animale che cerca del cibo dopo giorni di digiuno, una donna che insegue il profumo di una primavera passata. L’animalità ci riguarda perché è il mondo che ci guarda, e questo sguardo che a sua volta riflette il mondo dev’essere quello di un animale tra gli animali, ossia un animale unico nella sua individualità e che allo stesso tempo condensi in sé tutto il mondo di cui è partecipe, senza la necessità di doverlo capire o dire. È proprio in quel momento di disattenzione verso noi stessi che l’animalità apparirà davanti ai nostri occhi di creature.

 

«Con tutti gli occhi la creatura vede

l’aperto. Solo i nostri occhi sono

come rivolti all’indietro e attorno ad essa,

trappole, poste tutto intorno

al suo libero uscire. Ciò che fuori è,

noi lo sappiamo solamente dal volto

dell’animale […]

 

Se vi fosse coscienza come la nostra

nell’animale sicuro che ci viene incontro

in direzione diversa,

ci forzerebbe al suo andare. Ma il suo

essere per lui è infinito, senza forma e senza

sguardo al suo stato, puro, come il suo

sguardo all’aperto. E dove noi vediamo

futuro l’animale vede tutto e sé in tutto

e per sempre sanato».

 

M. Rilke, Ottava elegia

 

Recensione di Nicola Zengiaro, Dottore di ricerca presso l’Università di Santiago di Compostela

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This entry was posted on April 4, 2018 by in Uncategorized.

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