Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Che fine ha fatto l’etica?

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di Natan Feltrin

“Salveresti la biodiversità o sfameresti, prima, l’umanità? “
“Conta di più la vita di una pianta o quella di un animale?”
“Eviteresti la sofferenza negli allevamenti intensivi di miliardi di esseri senzienti o preferiresti emancipare dalla condizione di schiavitù salariata gli abitanti del Terzo Mondo?”
“Preferisci evitare alla gazzella di essere violentemente sbranata dal leone o al leone di morire inesorabilmente di fame?”
“È più importante salvaguardare la specie o gli interessi di un individuo?”
“Se la tua casa andasse a fuoco salveresti prima il tuo gatto, il tuo cane o la tua compagna?”
Di fonte a simili quesiti, a quesiti “paradossali” che, però, interrogano direttamente il quadro morale della nostra esistenza, occorre rispondere con un punto interrogativo: può l’etica dare risposte? Curiosa ed esiziale questione… Quello che vi è da comprendere, se si vuole procedere su questo fragile lago ghiacciato, è il senso di relatività e situazionalità di tali dilemmi. Bisogna, perciò, avanzare cauti e far i conti con la congenita assurdità sovente presente in certe domande. Quando, ad esempio, si mette sulla bilancia dell’etica la scelta tra due vite non è la questione di per sé inviluppata in una gabbia di assurdità? Forse sì, forse no. L’etica può dare risposte, ma le domande devono essere formulate con cognizione di causa e tal cognizione è condizione stessa di ogni serio dialogo-dibattito morale. Se quanto detto in queste righe ha semplicemente confuso le idee, allora è stato un buon incipit, poiché il suo intento era proprio quello di indicare l’opacità di un abusato-essenziale concetto. Mettiamo, dunque, ordine a queste nebulose idee. Si sente sempre più spesso dire che il termine “etica” , da quanto frequentemente viene utilizzato nei dibatti di ogni genere e luogo, è diventato molto poco ecologico. O, in altre parole, abusato. Questa autocritica, però, non centra il bersaglio. Semplicemente getta nuova benzina sul fuoco dei paradossi… Il termine etica non può uscire dalle discussioni di ogni giorno per il tautologico fatto che ogni nostra azione, senza possibilità di eccezione, è manifestazione di un èthos incarnato in una rete dinamica di relazioni. Ogni nostra pratica è sempre legata ad un sapere del mondo e dell’ambiente ed è sempre il prodotto di una postura con la quale decidiamo, ogni istante, come essere posizionati in una scacchiera che infinitamente ci precede e ci consegue. Il problema, allora, non è il continuo ricorso alla parola “etica”, ma la scarsa trasparenza di questo basilare concetto. Puntiamo la lente su di un caso emblematico, onde meglio comprendere la posta in gioco. Si sente dire che il veganesimo, per esempio, non può essere un obbligo morale o una proposta normativa universale poiché in certi contesti medico-socio-ecologici sarebbe inapplicabile o porterebbe più problemi che benefici (caso tipico dei cacciatori Inuit). Questo è banalmente vero. Un tipo di comportamento funzionale ed accettabile per un cittadino milanese potrebbe essere totalmente impensabile, o inauspicabile, per un pastore nomade del Nord Europa. Quindi, che fare dell’etica vegan? Problematizzarla, contestualizzarla, guardare alle sue possibilità e ai suoi effetti in un determinato luogo della vita! Il fatto che una assunzione etica incappi in paradossi, antinomie e contraddizioni non è un caso, bensì la norma. La logica è un raffinato strumento dell’umano, una via privilegiata per realizzare mappe del reale, ma non uno strumento perfetto. Il mondo con le sue infinite trame non è stato cablato sulle nostre finite possibilità cognitive. Occorre dunque, mettendo da parte un antropocentrico orgoglio, comprendere che le contraddizioni dell’esistenza mai si piegheranno alle nostre stringenti e spesso pretenziose categorie morali. Un’etica universale, nello spazio e nel tempo, è come una verità universale: una arrogante e fuorviante pretesa umana! Compreso questo ne segue che non esiste una ETICA, ma infinite etiche da emendare alba dopo alba, situazione dopo situazione. Perciò, quando si riflette sul veganesimo come pratica morale occorre non confonderlo con una deontologia, uno studio del dovere, per contro bisogna analizzarlo a partire dai suoi intenti per poi valutarne realizzabilità e desiderabilità. Ne segue, però, che se questa pratica ha lo scopo di ridurre la sofferenza animale, laddove si renda “impossibile” realizzarla non deve automaticamente eclissarsi l’interesse verso la condizione animale. Incarnare una determinata etica significa destreggiarsi ogni giorno in un oceano tempestoso di dilemmi, paradossi, contraddizioni ed impossibilità alla ricerca di un modo più armonioso di con-vivere con l’oikos. Per questo affermo che l’etica è, in ultima istanza, una eto-logia. È, in estrema sintesi, lo studio dei modi in cui un organismo si comporta in relazione ad un ambiente sempre in trasformazione. Un buon ethos, è un modo dell’essere che permette una con-vivenza durevole su questo pianeta di vita pulsante. Un buon ethos non può accontentarsi di ricette, ma ogni giorno deve essere protagonista di repentini aggiornamenti in relazione al cangiare del suo orizzonte di possibilità. Se la non perfetta razionalità delle scelte morali può indurre al desistere dal pensare in termini etici, bisogna non cedere a questa tentazione. La finitudine ontologica e gnoseologica di ogni viv-ente deve essere accettata come possibilità e non come condanna. Non abitare una realtà di certezze e di prevedibilità è la nostra condizione, perciò l’etica ha più a che vedere con l’euristica che con un calcolo matematico. Se vi è un senso nell’umana condizione suggerirei di cercarlo in una euristica del bene che lotta inesorabilmente con la passiva accettazione del reale come “atomo opaco del male”. In tempi in cui la conoscenza delle alterità non umane cresce esponenzialmente pari passo con l’entità della crisi ecologica di origine antropica, il mio rappresentare l’ethos contemporaneo prende forma attraverso una metafora. Quando si è in autostrada e ci si trova circondati da un fitto banco di nebbia, per evitare mortali incidenti, non si può né accelerare né fermarsi, ma nemmeno ricorrere alle luci per guardare lontano, esse verrebbero riflesse finendo per acciecare il guidatore. La soluzione più saggia sta nel moderare la velocità e, abbassati i finestrini, prestare orecchio ai movimenti nell’ambiente circostante. Così deve essere l’eto-logica nell’Antropocene: né passività né corsa verso precipitose soluzioni e nemmeno il perdersi in futurologie morali. Una buona bussola è non avere fretta e umilmente prestare ascolto all’ambiente circostante per scoprire, di essere immersi da sempre in un “chi” e mai in un “cosa”.

 

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This entry was posted on December 4, 2017 by in Uncategorized.

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