Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Antropocentrismo e Biocentrismo – Intervista a Natan Feltrin

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Di Samuele Strati 

Le vostre radici

si perdono nella terra

vorreste tagliarle

per volare

ma non sapete

che tutti i fiori

morirebbero

Franca Pratesi

Buongiorno Natan. Ho da poco terminato la lettura del tuo Mangeresti un vegano? (goWare 2017), e mi piacerebbe discutere con te alcuni punti. Tanto per iniziare, due sono i grandi termini che dominano la scena del tuo lavoro: antropocentrismo, da un lato, e biocentrismo, dall’altro. Direi di cominciare da qui. Con “antropocentrismo” ci riferiamo ad una visione in cui l’uomo occupa una posizione di rilievo all’interno dell’ordine dei viventi, al punto da essere inteso come sua misura e termine ultimo di riferimento. In questo senso, il mondo vivente viene classificato attraverso l’istituzionalizzazione di una gerarchia di tipo piramidale con l’uomo al vertice, vale a dire in posizione centrale e superiore (questo è ciò che chiameremo antropocentrismo ontologico). A questa concezione ritenuta problematica e insostenibile, tu ne contrapponi un’altra specificatamente biocentrica, laddove auspichi il più “completo superamento dell’antropocentrismo nel biocentrismo”, in cui l’uomo viene ridimensionato perdendo il suo collocamento privilegiato. Per riprendere le parole del libro, il centro della questione è la questione del centro. Ma – questo il primo punto da chiarire – cosa intendi quando parli di biocentrismo? Quali sono i tratti essenziali di questa prospettiva?

Buongiorno Samuele. Vedo che hai centrato subito il punto nevralgico. Difficile è definire in poche battute cosa sia “biocentrismo”… Potrei partire asserendo che, in un oceano di termini per me estranei e angusti,  ho trovato utile approdo in un vocabolo in grado di contrapporsi sia alla più classica nozione di antropocentrismo sia alla sua versione allargata di antispecismo zoocentrico. Un approdo, però, parziale poiché il pensiero è sempre in viaggio ed il suo navigare è un navigare senza fine. Segnalando l’importanza di dare pari dignità ontologica ad ogni viv-ente ho cercato di essere provocatorio nei confronti di chiunque si diletti ricercare nella biologia valori morali. Affermare che non solo gli altri animali, ma piante, funghi, batteri… siano tutti possibili centri prospettici creatori di mondi è assolutamente provocatorio e ai limiti del pensabile umano. Eppure, io stesso mi sono consapevolmente posto su di una pericolosa china: cosa segna il confine tra vita e materia inerte? Prestando attenzione al monito di Peter Singer, occorre evitare che “il pensiero illuminato di oggi” si riveli “il gretto conservatorismo di domani” (The expanding circle, 1981). Se affermassi con intenti esaustivi che il nuovo centro gravitazionale di ogni teoria ontologica debba essere tout court il concetto di βίος dovrei essere così ingenuo da pensare di poter dare una definizione ultima ed incontrovertibile di cosa sia “vita”. Inoltre, se anche fosse ipoteticamente possibile tracciare un limite netto e distintivo tra vita e non vita, sarebbe questo limite stesso accettabile come ultimum del nostro decentramento? Queste “semplici” considerazioni mi impediscono di guardare al termine biocentrismo come ad una proposta teoretica, ma semmai come ad un necessario e funzionale transito valoriale. Se mi concedi un tour de magie, la funzione più elevata della prospettiva biocentrica da me avanzata, il suo compito più alto, non è quello di individuare un nuovo ordine di senso, bensì di demolire mattone per mattone la più autoreferente attitudine umana, quella di darsi un centro gravitazionale. Ciò che è in gioco tra le righe di questo libello è il passaggio da una metafisica mono-policentrica verso una ontologia della rete.

Questa ontologia della rete, come l’hai chiamata sopra, esclude a tuo dire la prospettiva zoocentrica. La tua critica riguarda la possibilità che il decentramento dell’uomo conduca verso l’accentramento dell’animale. L’uomo, come animale, viene re-inserito nel regno che gli è proprio – quello animale, appunto – e proprio questo regno a tuo parere diventerebbe il nuovo centro gravitazionale della morale, tant’è che hai definito l’antispecismo “zoocentrico” come una versione allargata dell’antropocentrismo. Come dire: una prospettiva in cui non è più l’uomo il centro dell’universo, bensì tutto il regno animale, senza però eliminare la logica limitativa e, se vogliamo, “discriminatoria” del ragionamento. Perché? Qual è, per te, il rischio?

Stiamo ora camminando su di un terreno che definire scivoloso sarebbe un eufemismo. Premessa: come ho già evidenziato, citando Singer, il cerchio può essere allargato, passo dopo passo, con un arduo cammino di emendazione. Ogni millimetro aggiunto al raggio di questa circonferenza è un traguardo stimabile, ma non ragione valida per credere di potersi fermare fino a quando esisteranno enti, per antonomasia, inferiori ad altri enti. Come appuntò una volta Darwin nei suoi scritti: “never use the words higher and lower”. L’ontologia senza centri non è una mappa priva di coordinate, bensì un disegno dinamico che acquista di senso solo se ogni sua parte è al contempo primo piano e sfondo dell’immagine. Noi Sapiens abbiamo sempre guardato al mondo come ad uno sfondo, ad una cornice, non ci siamo mai visti in quanto sfondo-fondamento per “sguardi” non-umani. Quello che suggerisco, andando oltre lo zoocentrismo, è che l’identikit di questi “sguardi” non è mai dato una volta per tutte. Una battuta ancora, il pericolo insito nella prospettiva zoocentrica non è l’etica che ne consegue, ma quella che non ne consegue.

Nel libro scrivi che “l’atteggiamento etico deve tener conto dell’individualità e della caducità di ogni singola forma di vita” (corsivo mio). Questo mi pare metta bene in chiaro anche ciò di cui abbiamo discusso sopra. Mi sono permesso di evidenziare come il riferimento della morale, in questo discorso, sia ogni singola forma di vita perché vorrei aprire una piccola parentesi per sottolineare un problema etico piuttosto comune, cioè quello del ragionamento morale a livello categoriale, per cui la morale si applica non ad individui, ma a categorie (“umani”, “animali”, ecc…) sulla base di caratteristiche comuni (“coscienza”, “capacità di provare dolore”, ecc…), ignorando, però, il problema della pluralità dei tratti caratteristici dei singoli appartenenti alla categoria, che potrebbero, in certi casi, escludere proprio le caratteristiche comuni su cui si giustifica la soggettività morale dell’intera categoria (ad esempio, il caso dei “casi-limite”). Questo solleva problemi, anzitutto, sulla legittimità delle categorie (una delle più interessanti è la categoria specie: cos’è una specie? Quando inizia e quando finisce una specie? Dove si colloca il suo confine con le altre?). Ma a parte queste considerazioni, mi pare di capire che ad un’ontologia senza centri corrisponda, nel tuo lavoro, una morale senza centri (dove “centro” potrebbe essere qui inteso come valore morale superiore ad un altro, o come ente a cui viene riconosciuto un valore morale superiore a quello di un altro ente). Dunque, come si comporta la morale nella tua prospettiva? Quali sono le implicazioni etiche?

Stai facendo vibrare corde del pensiero che da sole potrebbero generare una eco di riflessioni potenzialmente infinite. Cercherò, dunque, di mettere un po’ di ordine a questi “fatti sparsi”. Biocentrismo è una espansione del concetto di zoocentrismo che, da un punto di vista ontologico, ci mostra come la Realtà-Mondo sia una città senza centri, ma di infinite abitabili periferie. Da una prospettiva etica, invece, segnala la necessità di considerare meritevole di rispetto ogni esist-ente. Il piano ontologico ed il piano etico si intersecano, si toccano, ma non sfociano mai l’uno nell’altro. Questo è un punto niente affatto marginale del discorso. Un albero, un gatto, un virus e un umano hanno pari dignità ontologica, ma questo non porta necessariamente ad un pari trattamento etico. Sapere di non essere una specie evolutivamente superiore, i figli prediletti di un Dio geloso, o gli unici enti capaci di intelligenza su questo piccolo pianeta ci può portare ad una interazione maggiormente consapevole con ogni altra alterità, ma il “come” di questa interazione deve essere declinato caso per caso. Questo proprio perché siamo inviluppati in una rete in cui ogni nostra azione morale deve essere considerata alla luce di fitte trame. In altre parole: se l’ontologia è una rete l’etica è relativa, ovvero dipende dalla cornice-ambiente relazionale in cui ci troviamo di volta in volta situazionati. E ancora, una volta appreso di essere speciali quanto ogni altro esistente, dovremo, a partire dai nostri limiti gnoseologici, cercare di fare del nostro meglio per evitare di recare danno-sofferenza, ove evitabile, ad ogni altra creatura. Per non essere tacciato di astrattismo posso addurre un esempio: per quanto la nostra condizione umana e le nostre conoscenze scientifiche ci permettono di asserire, è meno “crudele” basare la propria alimentazione su materia vegetale che animale, ma questo non implica che l’uso di materiale vegetale debba trascendere un certo grado di necessità diventando superflua mattanza di piante (e con necessità intendo anche quella artistico creativa tipica dell’animale uomo). Dal concetto di possesso violento e bramoso, dovremmo slittare verso quello di uso coscienzioso e compassionevole della materia. Qui sto solo suggerendo una strada, non è cosa umana poter stabilire in via definitiva un perfetto manuale di istruzioni etiche del reale.

Capisco. Ci avviciniamo, a questo punto, al problema principale con cui deve fare i conti ogni teoria morale, cioè quello del suo fondamento, del capire in che senso possiamo dirla giustificata. Nella tua prospettiva, l’etica è contestuale, nella misura in cui dipende, come hai scritto, dalla “cornice-ambiente relazionale”. Vorrei capire meglio quest’ultimo punto. In che senso la situazione relazionale determina l’approccio etico?

NATAN: Sei proprio sicuro di capire? Io, invece, un po’ mi sono perso… Ma è sano che sia così poiché ogni volta che si cerca il fiat dell’agire morale si sta esplorando una terra incognita per antonomasia. Chiarirò due punti a me cari. Il primo è che l’etica non può trovare una giustificazione attraverso gli strumenti confortanti della logica poiché la sua origine è istintuale, biologica, emozionale e si perde nella notte dei tempi. Il secondo è che quando si parla di etica relativa il pensiero va subito ad una prospettiva soggettivista e assolutamente anti-oggettiva del modus agendi, ma ciò accade per un errore di fondo che risale ad una superficiale lettura del primo relativista Protagora. Per essere chiari, è uso comune che chi studia filosofia sia tacciato di opinionismo, ovvero che esprima la sua verità tout court e nulla più. Questa è una banalizzazione del principio di libertà d’espressione, infatti, anche se concordassimo sul fatto che ognuno possa, in linea di principio, esprimere la propria opinione, non tutte le opinioni hanno pari valore (pensa a chi sostiene posizioni razziste, misogine, speciste o, magari, terrapiattiste!). Le opinioni vanno SEMPRE misurate nel loro contesto di espressione. Ad esempio, se dico che gli animali non soffrono devo avere una serie di elementi di esperienza per poterlo affermare… Questo raramente avviene. Caso emblematico è il negazionismo dei cambiamenti climatici da parte di persone senza alcun parametro scientifico idoneo a dare valore alle proprie tesi. Da ciò segue che al mutare del panorama scientifico-culturale in cui siamo situati devono cangiare anche le nostre attitudini morali poiché a tale contesto SEMPRE relative (questo è solo un macro esempio di infiniti modi in cui comprendere il legame tra l’etica e l’ambiente in cui essa si manifesta). Per quanto concerne il biocentrismo, più aumentano gli studi ed il grado di consapevolezza scientifica circa intelligenza e sensibilità delle piante più dovremo mostrarci “idonei” nel nostro rapporto con le alterità vegetali (alcuni laboratori usano coltivare piante in gelatine trasparenti sottoponendo le radici ad una costante esposizione alla luce, ma essendo gli apici radicali fotofobici questa è una vera inutile tortura!). E così via per ogni viv-ente. Ovviamente la scienza è una bussola efficace, ma non esaustiva. Non è necessaria una scansione del cervello umano per capire che un pugno può recare dolore. Quindi, ben attenzione! L’ignoranza attuale non deve essere una giustificazione laddove vi siano ragionevoli dubbi.

Se intendi domandarmi circa la vaghezza con cui ho parlato di “fondamento dell’etica” ti anticipo che la risposta più convincente in futuro potrà arrivare dal proficuo incontrarsi di biologia evolutiva, etologia e neuroscienze. Si dovrà fare nuova luce sulla genealogia e sul futuro di quella ancora ambigua nozione di “empatia”.

C’è una questione, infine, che mi interessa affrontare, seppur nei limiti che impone lo spazio di una piccola intervista. Discutendo di fondamenti della morale, nel senso della giustificazione a cui accennavo prima, molta filosofia ha chiamato in causa le proprietà. In quest’ottica, un ente che possiede una certa qualità o proprietà è considerato soggetto morale proprio in virtù di questa proprietà. Questa è investita di valore morale, e quindi è eticamente rilevante tutto ciò che la possiede, poiché la possiede. Gli esempi più immediati sono il dolore e le proprietà cognitive. Scegliamo cosa è morale e cosa non lo è in base, ad esempio, alla sofferenza che provoca. L’uomo ha più volte usato questa strategia, che traccia i confini dell’etica, per strutturare un “noi” e un “voi” a cui riconoscere differente valore (e quindi riservare diverso trattamento). Lo ha fatto con gli animali (“loro non soffrono, quindi…”, “loro non pensano, quindi…”), e spesso anche con i membri della propria specie (dove anche solo una differenza minima tra le proprietà possedute, come il colore della pelle, è stata sufficiente a giustificare indicibili atrocità). Tralasciando, ora, le difficoltà legate al capire in che senso possiamo attribuire valore morale ad una proprietà (perlomeno corporea, come nei casi di cui abbiamo parlato), restano da chiarire alcuni problemi talmente seri da far davvero dubitare che fondare l’etica sulle proprietà sia una scelta saggia. Ad esempio, il già citato discorso dei casi-limite che mette in crisi le categorie, o il problema del comprendere se possano esistere proprietà possedute da ogni singolo ente nello stesso identico modo, o ancora, quello dell’arbitrarietà con cui decidiamo quali proprietà, tra le tante, investire di valore morale. Inoltre, dal momento che hai nominato le piante, mi permetto un breve commento su uno dei riferimenti bibliografici del tuo libro, Verde brillante di Stefano Mancuso e Alessandra Viola (Giunti, 2015). A mio parere, il punto chiave di questo libro sta nell’affermare che l’intelligenza è una proprietà della vita, di tutta la vita, che deve essere posseduta da ogni organismo vivo. Mi trovo molto d’accordo, ma di nuovo parliamo di una proprietà, su cui, come tale, non possiamo fondare l’etica senza incontrare gravi problemi. E qui sorge una riflessione: possiamo considerare la vita stessa come una proprietà degli organismi? Se sì, e se diamo per buono questo tipo di etica, allora il confine della morale si pone tra ciò che è vivo e ciò che non lo è (aprendo una questione complicatissima: dove si trova questo confine?). Del resto, però, nella tua precedente risposta hai scritto che l’etica non può essere giustificata con gli strumenti della logica, in quanto la sua origine è istintuale, biologica ed emozionale. Questo lo trovo un punto interessante. Dunque, quello che ora mi interessa capire è quanto peso hanno per l’etica, nella tua prospettiva, le qualità e proprietà di ogni vivente. Come si snoda, se si snoda, il rapporto tra proprietà e morale, nella tua proposta?

NATAN: Provo a risponderti in breve. Credo che senza una nozione convincente di “proprietà” non si possa fare molta strada in questa direzione senza trovarsi in labirinti e paradossi. Affermare che l’intelligenza è una proprietà della vita, ad esempio, porterebbe a concludere che se esistesse davvero qualcosa come l’intelligenza artificiale allora essa sarebbe, passami il termine, “vita artificiale” per proprietà transitiva (ancora il vocabolo “proprietà”). Interessanti conclusioni di questo tipo sono ben lecite, ma non ci portano lontano dal nostro umano troppo umano circolo ermeneutico. A mio modesto avviso le proprietà non sono altro che simboli imperfetti, grafemi sempre imprecisi, con i quali tentiamo di mappare il nostro mondo-ambiente. E questo è molto importante, anzi è indispensabile per il tipo di esseri che siamo. Non potremmo mai vivere senza un “noi” e un “loro”, un “io” e un “tu”. Il punto è capire che le differenze non devono creare negazioni, ma possibilità! Non credo sia serio abbattere le categorie, anzi… Sarebbe, come suggerisco nel libro, ridicolo pensare di usare un linguaggio non epistemologicamente antropocentrico per descrivere il mondo. Dobbiamo accettare chi siamo. La domanda sul “chi” è fondamentale in “Mangeresti un vegano?”, di più, ne è il fulcro molto più delle riflessioni sul “centro”. L’alterità è la cifra dell’identità. Per questo contro ogni gretta opposizione tra animalismo ed ecologismo propongo la curiosa domanda “chi è l’ambiente?”. Chi è Terra? È un pianeta con processi chimici che per fortunate contingenze alberga la vita o è Gaia, un iperorganismo omeostatico di cui ancora, più di 38 anni dal rivoluzionario libro di James Lovelock, non si è compreso quasi nulla? Cercando di non partire per la tangente del flusso di pensiero ritorno sul tuo quesito. Proprietà ed etica… Che rapporto? Un rapporto insolubile, ma non per questo infallibile. L’etica non è perfetta proprio perché è una forma dell’etologia, ovvero il modo in cui un organismo si approccia al suo “ambiente” che non è mai dato una volta per tutte, ma è un flusso eracliteo. Una buona etica è una buona etologia, ovvero un modo funzionale e armonioso di collocarsi in questa rete mobile di relazioni. Le proprietà sono un ottimo strumento per le ontologie umane, non dobbiamo rinnegarle, ma farne ogni giorno un uso saggio e critico. Un ultimo esempio: io sono molto scettico riguardo all’utilizzo predominante in bioetica sia del sensiocentrismo sia dell’approccio pro-life. L’etica è fatta anche di contraddizioni, se non lo comprendiamo rischiamo che una logica unilaterale ci porti ad inseguire un mondo perfetto in cui semplicemente non si ci sia più spazio per il mondo in quanto possibilità. Quest’ultima stoccata è tutta rivolta a chi fa della percezione del dolore l’unico parametro morale, per questi filosofi il mondo rischia di essere inteso solo come “un atomo opaco del male” a cui porre termine.

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This entry was posted on November 10, 2017 by in Uncategorized.

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