Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Eremocene e Alterità

di Natan Feltrin20631642_1957655277842106_599720770_n

L’umanità con le sue pratiche ha innescato un incredibile e preoccupante cambiamento nella biosfera di Gaia, così radicale che gli scienziati, al giorno d’oggi, parlano di una nuova epoca geologica, o era, chiamata “Antropocene”. Antropocene è un’ampia cornice che include un vasto spettro di fenomeni ecologici, fra loro strettamene interconnessi, quali il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, l’incredibile perdita di biodiversità, il consumo eccessivo di acqua potabile, l’alterazione del ciclo dell’azoto, l’impoverimento del suolo per scopi agricoli, l’inquinamento chimico e altri punti di non ritorno. Al giorno d’oggi, l’umanità si trova sempre più vicina all’orlo di un precipizio: vive su di un sistema finito e con un delicato equilibrio biogeochimico che ogni giorno diviene sempre più compromesso. Per poter tenere intatti i feedback negativi caratteristici di una ecosfera resiliente sappiamo bene che ci sono limiti planetari da non superare. In ogni caso, se il Climate Change, giorno dopo giorno, diviene uno dei temi caldi sempre più discussi in seno all’opinione pubblica e nei grandi vertici mondiali, quali la COP21, permane fuori dalle grandi agende internazionali la più critica linea di non ritorno: l’incredibile tasso di estinzione generato da fattori antropici. Nel secolo ventunesimo la Terra ospita 7,5 miliardi di esseri umani. Questo sconcertante numero, destinato a crescere sino alla fine del secolo, significa non solo che viviamo in un pianeta più stretto, ma anche in un pianeta più povero di diversità. I nostri consumi moltiplicati per il nostro numero (e il nostro livello tecnologico secondo la celebre equazione IPAT) rivelano la nostra impronta ecologica la quale è strettamente ed inevitabilmente connessa al tragico fenomeno noto come Sesta Estinzione. Da un punto di vista scientifico ci sono diversi aspetti collegati alla grande estinzione causata dall’impronta antropica: la distruzione degli habitat, la pesca intensiva, l’inquinamento acustico e l’acidificazione degli oceani, il cambiamento climatico, l’effetto Nuova Pangea (enorme introduzione di specie aliene causata direttamente o indirettamente dagli esseri umani), l’abbattimento della foresta equatoriale, la caccia illegale di specie a rischio, gli allevamenti intensivi, etc… Al giorno d’oggi non è più ignorabile la grande importanza di una biodiversità in salute: da l’Origine delle Specie di Darwin (1859) sino all’ecologia moderna la nostra scienza conferma il ruolo centrale della biodiversità per la prosperità della specie umana sulla Terra. In verità ogni specie trae fortuna dall’esistenza di una biodiversità in dinamica armonia! Sfortunatamente, comunque, dobbiamo riconoscere che pochissimi progressi sono stati compiuti fino ad ora per tutelarla, nonostante l’importante ruolo giocato in questo senso dai numerosi parchi e dalle organizzazioni ambientaliste. E. O. Wilson scrive: «Earth’s biodiversity is a dilemma wrapped in a paradox. The paradox is that the more species humanity extinguishes, the more new species scientists discover. Like the conquistadors who melted the Inca gold, they recognise that the great treasure must come to an end—and soon». Stando a Wilson l’unico metodo efficace per fermare la desertificazione della diversità è quello di istituire nuovi parchi sparsi per il Mondo fino a coprirne esattamente la metà. Forse, la proposta di Wilson può suonare troppo eccentrica ed estrema, ma è proprio il suo quasi fantascientifico disegno, nella sua inaccettabilità pratica e ideologica, a sottolineare alcuni elementi chiave del nostro rapporto con animali, piante e altre forme di alterità vivente. Noi, come umanità occidentale, basata su di una visione capitalistica del mondo, guardiamo all’alterità da un punto di vista meramente funzionale, utilitaristico e economico. L’anthropos a cui l’Antropocene fa riferimento non è l’Homo sapiens, ma l’Homo oeconomicus, o consumatore, protagonista incontestato della Grande Accelerazione degli Anni ‘50. In questa interpretazione, proposta da Moore, l’Antropocene diviene l’acme del nichilismo attraverso la perdita delle diversità culturali e biologiche. Egli chiama questa epoca Capitalocene per rimarcare l’aspetto prettamente economico, miccia di questa crisi ambientale. Al contrario, Wilson chiama questa epoca Eremocene: l’Età della Solitudine. L’umanità perdendo la possibilità di essere una relazione aperta con le alterità, perde inesorabilmente la sua collocazione simbolica su Gaia, e la sua propria identità. Questo processo di desertificazione chiamato Sesta Estinzione potrebbe essere il più grande crimine commesso dall’umanità negli ultimi 200 mila anni di storia. Un crimine contro la vita stessa e le sue trame. Alla luce di queste premesse nasce la convinzione che sia doverosa un’indagine filosofico-culturale alle radici profonde di questa possibile ed imminente “Età della Solitudine”. Come può l’alterità essere estirpata così facilmente e senza rimorsi? Perché non vi è un forte e condiviso senso di consapevolezza dell’attuale estinzione? Perché alla maggior parte delle persone interessa così poco la perdita di tante specie? Le questioni legate al perché la maggioranza delle persone accetti così docilmente questa folle corsa all’Età della Solitudine deve essere il campo per una profonda analisi filosofica. Per evitare l’Eremocene è rimasto poco tempo a disposizione. Noi, come società globale, dobbiamo cambiare punto di vista circa quel che davvero ha valore nell’alterità. Questo processo deve prendere le mosse da una critica del sistema ontologico piramidale degli esseri viventi: la gerarchia ontologica classica. In questa prospettiva gerarchica ogni creatura sulla Terra si tramuta in oggetto d’uso per chi si autocolloca al gradino superiore. Un esempio eclatante di siffatta reificazione, è il magazzino, scoperto questo luglio in Colorado, ricolmo di beni ricavati da specie a rischio che rivela una crudeltà di dubbio gusto nel trasformare creature maestose in meri oggetti d’arredo. Da questa trasposizione oscena dell’essere prende forma una galleria degli orrori in cui giraffe divengono comodini, elefanti poltrone e zebre portalampade. Il crimine di maltrattare l’”altro vivente” trova fondamento nella malcomprensione del nostro collocamento sulla Terra e del senso del nostro essere relazione con l’intero mondo della diversità nel comune dramma della Creazione. Una nuova visuale ontologica ed etica, antroposcopica ma non antropocentrica, potrebbe essere necessaria per destreggiarsi con questioni spinose quali la gestione delle specie invasive, l’idea di conservazione compassionevole, il problema della relazione tra popolazioni native e tutela del wilderness e la cornice morale dell’idea di de-estinzione. Queste non sono mere e astratte preoccupazioni filosofiche ma, specialmente nel continente australiano, concreti problemi di etica applicata. Se volessimo affrontare l’Eremocene ed i suoi primi sintomi, l’attuale estinzione andrebbe ripensata nel nuovo orizzonte di un più esteso cerchio morale senza un epicentro isolato.

 

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 11, 2017 da in Uncategorized.

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