Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

L’animale che ci guarda

di Nicola Zengiaro

Derrida è nudo davanti alla sua gatta. Non è realmente nudo, esteticamente nudo, 41yqr0GZfEL._SX326_BO1,204,203,200_corporalmente nudo, ma è nudo di ciò che più propriamente lo fa esser quello che è, che lo riveste, che copre la sua essenza (o forse lo è proprio) e lo scalda come una casa sicura. É denudato del vestiario che da secoli si è rammendato faticosamente, non per il freddo, non per la necessità, ma solo per sentirsi più bello del pavone, più caldo dell’orso, più alto delle giraffe.
É l’animale il vero custode dell’essere, il reale pastore dell’essere, che guida l’essere nella sua dimora, nella sua casa dove è nato e dove dovrà morire. L’animale, il concetto generale di animale, la parola «animale», quel confine che abbiamo imposto per separarci dall’altro-da-noi, ci pone davanti a delle domande alle quali noi non possiamo rispondere. É disarmante, ci spoglia completamente delle nostre qualità specifiche, ed è per tale motivo che l’animale ci spoglia, ci fa sentire nudi, ci fa vergognare della nudità e vergognare di questa vergogna. L’animale mostra a noi qualcosa che non possiamo vedere, che non possiamo nemmeno conoscere lontanamente.
La vergogna primaria è data dal capire che non possiamo avere accesso ad alcuna risposta davanti all’animale, proprio per le barriere che abbiamo posto tra «noi» e «loro». Questa inclusione-esclusione, c’ha allontanati dall’animalità di cui prima facevamo parte indiscriminatamente. L’altezzoso atteggiamento, ci rende irresponsabili davanti alla domanda dell’animale. Questa irresponsabilità, nel senso di non dar risposta, delle nostre azioni, ma anche alla incapacità di risposta stessa, sfocia nella rabbia, nella violenza. Segnale di un ribaltamento di ruolo, in cui il più debole colpisce il forte per dimostrare a se stesso, che lui stesso, è qualcosa d’altro, oltre la debolezza. L’animale ci spoglia del nostro intelletto, del nostro linguaggio inutile, della nostra sicurezza, e questa privazione ci rende animali a nostra volta, soverchiando il concetto di umanità e di uomo in quanto tale. Ed è in questo in quanto tale che si ridesta l’antica falsità che rendeva la soglia, tra l’uomo e l’animale e tra l’uomo e l’uomo, così spessa. C’è rabbia e furore nel perdere tutto se stesso davanti  a qualcuno, a qualcosa, che accusiamo dello stesso reato di cui siamo accusati e colpevoli davanti all’animale, che in silenzio ci scruta. Noi sappiamo di non poter rispondere, e questa è la magica autocoscienza di cui tutti gli uomini vanno fieri.
Eccoci qua, siamo davanti alla gatta di Derrida, a quell’unica gatta, quella particolare gatta che ci osserva in silenzio e ci pone la fatidica domanda: «chi sei tu?». A questa prima domanda, i filosofi da Aristotele a Cartesio, da Kant a Lévinas, hanno provato a rispondere prendendo strade ben lontane dal punto d’arrivo reale. Ma alla domanda: «tu, uomo pieno di coscienza, sai cosa penso io?», l’uomo perde ogni sua lucidità.
L’indifeso uomo che non sa chi è, sta all’interno del rapporto uomo-uomo, ma appena si scavalca la soglia e il rapporto trasla a uomo-animale, tutto cambia e la violenza della domanda data dall’impossibilità di risposta, si fa in una necessaria reazione di dominio. Anzi, di pre-dominio, sottomettendo aprioristicamente l’animale, che ci osserva e, ogni volta che veniamo osservati, ci ripropone lo stesso quesito. Questo è uno dei moventi per cui l’uomo sottomette in una maniera così brutale l’animale. Tutto questo per farlo tacere, per non fargli fare domande. Perciò voltiamo le spalle all’animale, perciò non lo vediamo, anzi lo vediamo ma non vediamo di essere visti da lui, da quell’ente di cui non sappiamo assolutamente nulla. Il non saper nulla ci logora, in maniera così piena che siamo disposti a sembrare degli  imbecilli davanti alla realtà dei fatti, davanti alla questione dell’animale, che per natura ci fa essere degli idioti, dei muti, ed ora, dei sordomuti e ciechi.
L’imbarazzo di essere nudi davanti all’animale, è lì che nasce il pensare, il pensare su se stessi, ma anche il pensare alla relazione dell’esistente in quanto tale. L’in quanto tale che piaceva molto a Heidegger quando sosteneva che l’animale è povero di mondo, pur non sapendo minimamente cosa significa la parola «mondo» per l’animale. É un atto di codardia, se non di stupidità, rispondere per qualcun altro ad una domanda fatta da noi stessi. É come rispondere alla domanda: «cosa c’è dopo la morte?». La risposta è: «la morte è fuori dal mio dominio, quindi non so assolutamente nulla di cosa avviene dopo essa, né mai lo potrò sapere, se non la esperisco personalmente, in questa riflessione provo lo sgomento della perdita e la paura della morte stessa».
Avviene nella stessa sistematicità la risposta alla domanda dell’animale, su cosa pensa lui del mondo, di noi, di se stesso. «L’animale è fuori dal mio dominio, è fuori da ciò che solo io chiamo mondo, non so assolutamente nulla di ciò che in lui succede, né mai lo potrò sapere, se non lo esperisco personalmente, e in questa riflessione io (che non sono più io perché mi sono perso) ho paura dell’animale stesso». In quel momento il pensiero si piega su se tesso. Posso io mettermi nei panni dell’animale? Posso essere io un animale? La soglia inizia ad assottigliarsi. Il caso ha voluto che io nascessi uomo e lui animale, e se non fosse stato così? La linea si cancella, ed ora si inizia a ragionare.
Riprendendo il concetto della paura dell’animale, questo spiega perché mai abbiamo sottomesso l’animale, gli animali, in questa misura. Non solo li mangiamo, ci vestiamo della loro pelle, li sfruttiamo in modo orribile, ma li usiamo anche per divertimento stesso, per beffeggiarli torturandoli senza scopo, senza motivo, solo per la pura e semplice sottomissione, nella caccia, nel circo, negli zoo, negli allevamenti intensivi, nella sperimentazione, nelle corse, nei combattimenti. É il modo peggiore per scacciare una paura, per schiacciare una paura, che forse è la paura.
Il motivo è che l’uomo non può fermare questo meccanismo, perché nell’attimo in cui tutto questo si ferma, la realtà è indomabile, e la falsità dell’uomo che mente sapendo di mentire perde ogni appoggio, ogni sostegno, che da secoli perdura nella comprensione che c’è altro da noi che è inspiegabile per l’essere umano, per definizione. Varchiamo le galassie, studiamo microcosmi, analizziamo tutto quanto è possibile, non per amore del sapere, ma per definire tutto quanto meglio, definendo noi stessi in negativo. L’animale spezza questo meccanismo di autodefinizione, apre il nostro mondo, la nostra umwelt alle altre, lo disperde nell’infinità di mondi che esistono all’interno di ogni forma di vita, ci fa cadere dal nostro trono dal centro dell’universo, per proiettarci in un orizzonte che nemmeno Dio ha mai accettato.
Questa mancata risposta, questa nostra ignoranza, fa dell’uomo ciò che è, cioè un uomo minoritario rispetto a ciò che si è raccontato di se stesso. Tutto ciò, si sta sfaldando e probabilmente questa è l’era giusta per sconfinare in altre dimensioni che non sono solo le nostre, ma il problema fondamentale è che qui ed ora, ci sono delle vittime. É positivo che si stia andando verso un’ibridazione con il mondo attorno a noi, nell’ecologismo, nel genere diversificato, nella ridefinizione dei principi tradizionali; però lo stiamo attuando tutt’ora a spese di qualcun altro. Stiamo progredendo su miliardi di vite innocenti. Innocenti semplicemente perché non hanno responsabilità delle domande che noi gli facciamo porre a noi stessi. Questo è un cerchio antropologico, purtroppo, ma la gatta ci guarda e siamo noi a parlare con la voce della gatta, a metterci in crisi, a non rispondere alla nostra domanda e a non essere responsabili davanti a noi stessi. Cosa centrano loro? Qualunque loro. Il sesso diverso, il colore della pelle, il punto di vista differente, tutto ciò che non è “io” ma è “lui”, tutto ciò che non ha il mio punto di vista. Perché tutto ciò che non è me, non è. Tanto meno se non ha la forma del mio prossimo, dell’umano che potrei essere io e in cui riesco ad immedesimarmi. L’Altro è la vittima, e in questo altro ci sono anche io, ci sono tutti i possibili “io” , che, dal momento che la gatta c’ha fatto pensare, è un grande “noi”. Un intero “noi”. Siamo tutti coabitatori dello stesso pianeta, dello stesso sistema, dello stesso universo, della stessa vita, in modi diversi, ma questa diversità identifica me, l’ “io” che tanto ci sta a cuore, l’ “io” che sa cosa rispondere davanti all’animale, al sesso, alla razza, a chiunque: «io e te, tu e me, siamo fratelli. Tu sei me, ed io sono te. In altri modi». Allora Derrida, era nudo, imbarazzato, e con pudore ha cominciato a pensare. Oggi, non possiamo più permetterci di non pensare all’animalità come a qualcosa che è nella nostra responsabilità, nel nostro dovere a rispondere, nel nostro porci di fronte a noi e iniziare con la prima domanda: «chi sono davvero io?»
L’uomo è sempre stato nudo, ed è sempre nudo, nonostante i suoi concetti e i le sue categorie mentali. Allora aveva proprio ragione Derrida, è l’animale che ci guarda che ci fa cominciare a pensare.

Nicola Zengiaro è una studente di filosofia presso l’Università degli studi di Torino.
Questo è il suo primo testo

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This entry was posted on February 3, 2016 by in Articolo, Filosofia, Uncategorized.

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