Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

I veterinari e la fame nel mondo: una risposta

jane-goodall-photograph-by-hugo-van-lawick-ng

di Michela Pettorali

Recentemente il programma TV Report, condotto da Milena Gabanelli, ha mandato in onda un servizio di Sabrina Giannini sul cibo industriale per animali da compagnia, servizio, a mio avviso illuminante poiché ha messo finalmente in luce cose che quasi ognuno di noi già sapeva o, perlomeno, sospettava.

Il motivo per cui scrivo questo post è che sono allarmata da quello che leggo in rete: molti medici veterinari e biologi criticano aspramente il suddetto servizio di Report perché pare che abbia indotto alcuni proprietari e allevatori a smettere di nutrire i propri animali con cibo industriale (bilanciato) per iniziare una dieta improvvisata e fai-da-te priva di qualunque senso biologico.

 Innanzitutto, interpretazioni così fuorvianti ed equivoche di un servizio tanto chiaro ed esplicito come quello realizzato da Report, le trovo sorprendenti e ingiustificate perché, in sostanza, non ha fatto altro che denunciare un sistema regolamentare scandaloso riguardo la produzione e distribuzione del cibo per cani e gatti, farmaci per animali e complicità strutturale, più o meno consapevole individualmente, dei veterinari con i produttori di cibo e con le ditte farmaceutiche.

E’ necessario, allora, ribadire l’evidenza sostanziale, ascoltabile e visibile nella registrazione di tale puntata di Report (http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-6725ab3f-7f78-460f-a773-2cae8e4e5704.html), per cui NON E’ POSSIBILE credere che la tesi centrale sostenuta da Sabrina Giannini e Milena Gabanelli sia la necessità di tornare a nutrire cani e gatti con gli avanzi della nostra tavola o con scarti di macelleria, quando, invece, si è soltanto evidenziato che i prodotti industriali costano una cifra considerevole e quasi mai giustificata e che, soprattutto, non sono nemmeno poi così salutari come invece i produttori vorrebbero farci credere (in moltissimi casi, quindi, cucinare in casa lo stesso tipo di carne che dovrebbe essere presente nel prodotto industriale, davvero può rivelarsi molto ma molto più salutare per l’animale, dal momento che Royal Canin, Hill’s, Purina e via elencando non usano certo filetto e materiali di prima qualità). Anzi, la legge permette loro di confezionare una qualità così scadente di cibo che per l’alimentazione umana deve essere vietata. E’ giusto, allora, che la gente lo sappia, perché chiunque ami il proprio animale domestico vorrebbe sicuramente una legislazione in grado di garantire l’effettiva qualità del cibo che gli compra.

Dare da mangiare gli scarti “di casa” ai nostri animali domestici, senza preoccuparsi della necessità di una loro dieta bilanciata, è un travisamento del senso del servizio andato in onda, un equivoco che ho ritrovato abbastanza (e, quindi, già troppo) diffuso in rete, insieme ad una reazione generale di panico, di autodifesa fuori luogo ed eccessiva, di negazione istintiva e di insulso quanto inopportuno scetticismo “anti-complottistico” da parte soprattutto di molti veterinari e professionisti del settore, come se fossero stati messi tutti sotto l’accusa di corruzione o di collusione con le grandi aziende produttrici di cibo o farmaci, quando è vero proprio il contrario: è stato mostrato, piuttosto, quanto siano loro malgrado obbligati a ridursi a promotori di interessi economici estranei alla loro volontà e, almeno nella teoria e nella morale, alieni anche al loro ruolo di medici, entrando spesso in pieno conflitto e in aperta contraddizione con il fine di salvaguardare la salute degli animali. Il medico veterinario, insomma, risulta piuttosto come una vittima sia delle grandi multinazionali del Pet Fodd che della propria lacunosa formazione professionale in campo di alimentazione animale. Se, infatti, ogni medico veterinario, ancora oggi, non è anche un nutrizionista almeno di base, per esempio, significa che parte dell’impotenza dei medici veterinari è quindi, innanzitutto, dovuta alle attuali deficienze oggettive di un sistema di formazione universitario ancora tutto incentrato sugli interessi umani anziché, come sarebbe più appropriato, sulla salute degli animali tra cura e prevenzione.

Sarebbe pure ora, però, che i veterinari riprendessero in mano la situazione occupandosi anche di nutrizione animale senza più doverla delegare a terzi. E in effetti, per fortuna, si fa sempre più spazio la figura del medico veterinario nutrizionista cui potersi rivolgere per piani alimentari in corso di patologie o in situazioni particolari.

Tornando al caos interpretativo suscitato dalla trasmissione, un significativo esempio di interpretazione equivoca può essere forse rinvenuto nelle curiose esternazioni che la biologa Lisa Signorile ha scritto nel suo blog sul National Geographic Italia (http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/), citando testualmente:

“Il secondo messaggio é che i veterinari che consigliano il cibo industriale sono tutti corrotti e al soldo delle multinazionali del business del cibo per animali, paragonato a Big Pharma in quanto a sordida corruzione. Perché i medici che prescrivono medicine, si sa, sono tutti al soldo delle case farmaceutiche e conviene curarsi con  l’omeopatia”.  

Nel servizio che la Signorile commenta con tali giudizi situabili nell’oscillazione tra l’apologia dello scetticismo e la parodia della paranoia, l’omeopatia non viene, ovviamente, menzionata neppure una volta. Di fronte, però, alla seria denuncia del grande vuoto legislativo che caratterizza tragicamente il settore di produzione, distribuzione e vendita dei farmaci, si sa, c’è poco da negare e ancor meno da scherzare, visto che abbiamo un sistema che permette alle case produttrici di farmaci non di “corrompere”, ma di “incentivare” sensibilmente i medici a prescrivere alcuni prodotti al posto di altri, anche senza nessuna reale e valida motivazione scientifica.

La puntata di Report dedicata all’argomento testimonia come il medesimo sistema funzioni ordinariamente anche e ancor di più nei rapporti tra i produttori di cibo per cani e gatti e i veterinari. Attraverso testimonianze dirette di alcuni veterinari, inoltre, si evince che quasi tutti i veterinari accettano tal modus operandi perché è l’unico che esiste, così come testimonia anche che alcuni di loro lo facciano perfino in buona fede; ma se ci si volesse prendere la briga o l’onorabilità professionale di andare a controllare? Report ha provato a farlo per loro (e per noi); e le informazioni ottenute al riguardo non sono state affatto rincuoranti: le analisi di laboratorio hanno rilevato elementi altamente tossici e potenzialmente tanto nocivi da poter essere letali.

L’apice degli autorevoli equivoci, però, la Signorile lo raggiunge dopo, quando riporta un altro aspetto problematico affrontato dalla trasmissione televisiva riguardo la profonda deficienza dell’attuale legislatura (italiana ed europea) in campo farmaceutico: l’abnorme differenza di prezzo che esiste tra farmaci generici per umani e farmaci specifici per animali, pur essendo praticamente identici. Praticamente, ma anche teoricamente: identiche molecole, stessi principi attivi, stesse concentrazioni… In realtà, si tratta proprio dello stesso identico farmaco ma con due nomi e due scatole diverse, oltre ai prezzi, ovviamente: quello a uso veterinario costa più del doppio. Perché? Ma è ovvio: perché l’animale domestico, pur essendo riconosciuto dalla scienza ufficiale come essere senziente, è ancora considerato, giuridicamente, soltanto una res, cioè una cosa, un oggetto di proprietà e un bene di lusso, quindi potrebbe anche apparire logico applicare un sovraprezzo, un po’ come aggiungere una sorta di “sovra-tassa” anche quando il padrone dell’animale non dovesse essere ricco. Legittimo, per adesso. Almeno finché non verrà varata una legge che lo proibisca, cioè che proibisca un modo di operare che, per ora solo dal punto di vista morale, se non è una truffa è comunque un’ingiustizia.

A tal riguardo, all’interno di un discorso in cui sembra prendere la difesa delle Case Farmaceutiche, la Signorile mi cita testualmente riportando stralci dell’intervista che è mi è stata fatta all’interno del servizio, apportando delle argomentazioni stupefacenti:

Il parallelo con Big Pharma e’ evidente sin dall’inizio, quando una veterinaria intervistata (Michela Pettorali), sotto pressione e incalzata da Giannini dice “noi possiamo prescrivere solo farmaci ad uso veterinario”. E spero bene, mi vien da aggiungere, altrimenti il sistema si piegherebbe a troppi abusi, se un laureato in veterinaria potesse prescrivere farmaci pure al padrone.

Pazzesco. Cioè, riassumiamo: ogni medico veterinario, come me, si ritrova spesso a dover prescrivere un farmaco ad uso veterinario quando lo stesso, identico farmaco ad uso umano costa meno della metà. Da qui, il razionale dispiacere di non potere, per legge, prescrivere lo stesso prodotto senza dover spendere irragionevolmente il doppio. Cioè, c’è scritto cosa c’è dentro a un farmaco, ed io sono anche un medico: il prodotto è proprio lo stesso, cambia solo la confezione che recita “ad uso generico” piuttosto che “a uso veterinario”, la differenza di prezzo non ha alcun senso! E’ significativa soltanto per il profitto economico del produttore del farmaco. Ebbene, la Signorile a questo punto sembra “buttarla in caciara”, come si dice a Roma, condannando la presunta e improbabile intenzione del veterinario di prescrivere farmaci “pure al padrone”! E ai vicini di casa, no? Cerchiamo di chiarire bene: io, come veterinario, nell’intervista, non desideravo certo prescrivere farmaci anche per i padroni (che assurdità!), ma mi lamentavo dell’esatto contrario: di non poter prescrivere agli animali anche alcuni, specifici, farmaci riservati esclusivamente agli umani (in quei casi in cui non vi sia alcuna valida ragione scientifica, essendo farmaci identici).

E continua ad argomentare citandomi:

“Non possiamo prescrivere farmaci a uso umano anche se hanno la stessa molecola”. Qui spero che sia stata tagliata la parte in cui avrebbe dovuto dire che il dosaggio tra un farmaco per un umano da 50 kg e’ diverso da quello di un gatto da 5 kg, perche’ il problema e’ tutto li, il dosaggio. “Alcuni costano meno”. Ed eccoci al complotto: i vet possono prescrivere solo farmaci a uso veterinario unicamente per salvaguardare i guadagni di Big Pharma. Non perche’ spesso il dosaggio e’ diverso, e non ci si puo’ fidare dell’abilita’ del proprietario a suddividere in dieci parti una pillola.

Allora, devo rispondere ribadendo l’ovvio: non credo esista alcun medico (veterinario o generico), che misconosca la necessità del dosaggio appropriato in relazione al peso (e a vari altri parametri ancora) del paziente (che sia animale umano o soltanto animale). Anzi, se vogliamo affrontare anche solo un pochino più seriamente l’argomento, senza voler andare troppo lontano, non esiste neanche nessun tipo di dosaggio universale preconfezionato: anche ogni tipo di pillola per cani dovrà sempre essere spezzata in parti in relazione al peso peculiare dell’esemplare in questione, come si è sempre fatto e come di dovrà fare sempre. A questo si aggiunga che la dicitura “solo per uso veterinario” è un’introduzione solo relativamente recente nella storia della medicina moderna: fino a non molto tempo fa, si usavano regolarmente farmaci destinati all’uso umano. A questo si aggiunga, ancora e in modo davvero imbarazzante per le bizzarre tesi della Signorile, che tutti i farmaci generici, cioè per umani, sono stati testati prima sugli animali. A questo si aggiunga ancora, e vogliamo fermarci qui, che i farmaci specifici a cui si fa riferimento nell’intervista risultano identici non solo nella sostanza, nelle molecole, nei principi attivi e nella concentrazione, ma anche nel relativo dosaggio (sempre generico e preconfezionato, quindi sempre da dividere in parti in relazione alla peculiare costituzione del paziente specifico).

Concludo con l’ultima citazione della Signorile:

 (..) viene fatto un esercizio di benaltrismo suggerendo che le cifre che spendiamo per i pet e per il loro benessere sono enormemente alte, con tutti i bambini che muoiono di fame.

No, cara Signorile: “con tutti i bambini che muoiono di fame” non è stato detto (e a scriverlo non fa neanche ridere). “Senza nessun motivo valido che non sia il lucro esagerato delle case produttrici”, invece, è stato detto e faremmo meglio anche a ripeterlo, perché non è possibile, accidenti!, comprare scatolette di cibo per gatti che recitano “pollo prelibato” sulle etichette e in cui la carne di pollo è appena il 4% dell’intero prodotto, facendoci pagare ogni grammo di carne 10 volte tanto quello che la pagheremmo nel miglior ristorante d’Europa. E’ scandaloso!

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This entry was posted on December 20, 2015 by in Articolo, Attivismo, Medicina, Veterinaria.

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