Gallinae in Fabula Onlus

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IL LAMENTO INASCOLTATO: MEDICINA VETERINARIA E LIBERAZIONE ANIMALE

Continua l’appuntamento sull’antispecismo della rivista Re Nudo a cura di Antonio Priolo che ci propone, dopo Leonardo Caffo, un’intervista a Michela Pettorali, veterinaria, attivista animalista e studiosa della teoria antispecista. 10393655_1636944243185314_5768796952246685053_n

Di Antonio Priolo

“Salvate il mondo. Mangiate esclusivamente carne umana”  
Guido Ceronetti

I medici veterinari non masticano antispecismo, bensì masticano i loro pazienti. E’ una delle tristi verità che emergono in questa intervista con Michela Pettorali, che del medico veterinario incarna le qualità che dovrebbero rendersi specifiche della professione: la compenetrazione, la cura, l’empatia, la protezione. Attivista animalista, studiosa della teoria antispecista, che quotidianamente tenta di rimodulare in prassi, con lei proviamo a focalizzare qualcuno dei nodi più controversi che definiscono l’approccio del medico veterinario nei molteplici aspetti delle relazioni con i suoi pazienti.

Medicina veterinaria e antispecismo. Una sensibilità che sembra essere mal diffusa in questo ambito professionale. Quale ascolto trovano liberazione animale e veganismo?
Attualmente lo spazio per parlare di liberazione animale e veganismo in medicina veterinaria è veramente ridotto al minimo. Basti pensare che la medicina veterinaria viene considerata la cugina povera della medicina umana e il medico veterinario è l’unico che mangia i suoi pazienti.
Contribuisce a questa svalutazione del ruolo di medico e quindi della sensibilità che ci renderebbe capaci di pensare agli animali come persone – ossia come esseri con una propria personalità capace di provare dolore e emozioni-, il ruolo della legislazione che vede gli animali come semplici cose e non come esseri viventi.
Altro aspetto è la considerazione dei colleghi: in genere, portando avanti questi temi, vengo vista come la romantica, troppo sensibile e fuori dal mondo!

Cura degli animali e servizio veterinario nei mattatoi, negli allevamenti e negli ippodromi o similari. Cosa pensi di questa contraddizione clamorosa?
Mi riallaccio a quello che ho detto sopra, ovvero che i medici veterinari sono i cugini poveri dei medici umani e gli unici medici che mangiano i loro pazienti.
Nella formazione di base tutto è improntato a capire come funzionano gli animali per fare in modo che lo facciano al meglio e per intervenire nelle loro produzioni. Questo soprattutto per i grossi animali come bovini, ruminanti in genere e equini che vengono usati per produrre, mediante sfruttamento oculato, meccanico e sistematizzato, cibo per l’uomo, ma anche per i piccoli animali come cane e gatto quando si parla di razze e allevamenti che prevedono uno standard ben preciso.
La contraddizione maggiore è che il veterinario non è solo un medico, lo è per scelta intima, privata, ma per le istituzioni è un tecnico: la nostra formazione serve principalmente per il controllo delle derrate alimentari animali e non, controlli di igiene nelle mense, controllo delle zoonosi e per monitorare il benessere degli animali durante il loro sfruttamento e uccisione. Questa è la contraddizione più evidente, il concetto di benessere applicato ad uno stato di reclusione in veri e propri lager e nei macelli. Gli allevatori, i veterinari di allevamento e al macello concepiscono il benessere come adattamento ad una situazione, riduzione dello stress e capacità di produzione: un animale che produce in tali condizioni è in stato di benessere e molto spesso non vengono rispettate neppure le regole basilari di questa loro concezione.

Retorica della pet therapy e sfruttamento animale
Ogni relazione uomo-animale, rispettosa e alla pari si può considerare una terapia. Ognuno di noi ha sperimentato il senso di benessere che si ha in questo tipo di relazione. Da questo punto di vista e con certe premesse basilari mi posso trovare in accordo, ma non, ad esempio con la pet therapy fatta con i cavalli: questo tipo di terapia presuppone un metodo coercitivo, dolce o meno, per la doma del cavallo e il rapporto che si viene a creare non è di reciproca fiducia e rispetto.

Il dolore animale e la negazione degli stati mentali e della loro percezione. Quali orizzonti ti hanno aperto i tuoi studi e la tua esperienza?
In generale gli studi di base, a parte qualche accenno di etologia, non mirano a darti l’immagine dell’animale come un essere capace di avere stati mentali complessi. Questo naturalmente se lo si vede da un punto di vista antropocentrico e quindi considerando i nostri stati mentali e percezioni come superiori e più fini, può essere considerato giusto, ma anche in questo caso non si considerano, o lo si fa in modo sminuente, le differenze, non solo specie specifiche ma anche di ogni individuo. Ogni individuo ha un carattere diverso dall’altro: non ho mai conosciuto, ad esempio, due gatti con lo stesso carattere o che rispondano agli stimoli nello stesso identico modo.  Se si considera come cultura l’insieme di esperienze che ognuno fa, possiamo tranquillamente capire come ogni animale abbia un suo bagaglio.

Qual è lo stato della ricerca scientifica nella determinazione della coscienza animale?
Attualmente è un argomento di grande interesse e si stanno facendo passi da gigante. Mi è capitato di leggere un articolo su Santino, uno scimpanzé dello zoo di Furuvik, in Svezia. Santino si divertiva a lanciare pietre ai passanti usando tecniche che sviassero ogni sospetto e quindi sempre nuove, dimostrando di avere una grande capacità cognitiva come la memoria episodica. Naturalmente molti penseranno che, essendo un primate, dimostri una sorta di intelligenza superiore e molto simile a quella umana, ma comportamenti del genere sono riscontrabili anche in altri animali come il gatto o il cane.

Medicina veterinaria e sperimentazione animale. A questo proposito tu sei intervenuta sul caso di Caterina Simonsen.
Il mio intervento sul caso Simonsen è stato un intervento non su basi scientifiche ma su basi etiche. E’ stato un intervento di getto, spontaneo. Non mi capacitavo, all’epoca, di come una persona, anche se sofferente, potesse conciliare la scelta ad esempio del vegetarismo, argomentando sulla sofferenza degli animali dei macelli, e il totale appoggio ad una pratica come quella della sperimentazione animale dove la sofferenza è altrettanto evidente e forse inflitta anche in modo più sadico. Questo mi ha portato a ripercorrere e ricordare le mie motivazioni e l’esperienza vissuta davanti a cani usati per tale scopo.
Il mio approccio verso la sperimentazione animale non è assolutamente su base scientifica, non giudico la bontà o meno dei metodi, se sia nocivo o meno per l’uomo, ma semplicemente che tutto ciò non sarebbe giusto nemmeno se fosse paradossalmente l’unica via.
Curare gli animali proponendo l’antispecismo. Cosa intendi?
Questo è un argomento che sto ancora sviluppando e per ora trovo solo molte contraddizioni e resistenze anche negli attivisti e in chi si prende amorevole cura degli animali. Considero gli animali, il loro diritto ad essere curati e la loro sofferenza alla pari con gli umani: la mia idea è quella che ogni animale dovrebbe avere stesse cure e possibilità e non cure di serie A e di serie B. Riconosco che questa è, almeno per ora, una grande utopia per le ragioni che ho già esposto. Il sistema veterinario è in massima parte privato, il randagismo ormai è una piaga di dimensioni enormi e i soldi non bastano mai a far fronte alle emergenze.
In Italia poi, anche se è uno dei pochi paesi dove ormai da 20 anni circa non si abbattono più i randagi, manca la cultura di base, non si prende nemmeno in considerazione l’idea di assicurazioni per i privati e il legislatore lascia tutto sulle spalle dei cittadini. Oltre a questo resiste ancora, per ignoranza o presunzione, il mito del veterinario, del salvatore, che fa questo mestiere e lo deve fare solo per vocazione.
In definitiva, per cambiare qualcosa dovremmo farlo scardinando una serie di meccanismi sociali e culturali che, almeno per ora, vedo lontano.

Fine vita ed eutanasia animale. Come ti accosti a questi argomenti?
Sono scelte dolorose che anche a distanza di quindici anni non riesco a metabolizzare con il dovuto distacco. Mettere fine ad una vita e, prima ancora, accompagnare e assistere durante la sofferenza non è cosa facile. Oltre a questo c’è anche il carico emotivo della sofferenza del compagno umano che non facilita certo il distacco emotivo.
Personalmente sono favorevole all’eutanasia ma solo quando la sofferenza è totale e una buona qualità della vita è ormai irrecuperabile sotto ogni aspetto.

Cosa pensano del tuo approccio antispecista gli umani che accompagnano dal medico veterinario i loro compagni di vita?
Non capita spesso che parli del mio approccio antispecista. Cerco di entrare sempre in relazione con l’animale e in genere chi mi segue come medico apprezza questo. Nel lavoro cerco più di parlare con i gesti.

Si parla sempre più spesso di eccessiva “umanizzazione” dei pets, i cosiddetti animali da compagnia. Che ne pensi?
Questo purtroppo è un errore che abbiamo fatto e facciamo tutti: umanizzare significa non rendersi conto delle differenze e non accettarle, considerarle dei difetti o lati che rendono in qualche modo inferiore l’animale nei confronti dell’uomo.
Parlare di antispecismo in questo caso vuol dire apprezzare le differenze e quindi non voler far entrare l’animale in una cerchia ristretta di aventi diritto ma di rispettare la natura di ogni individuo.

Etica veterinaria, religiosità e spiritualità. Che nessi trovi secondo la tua sensibilità ed esperienza?
Non sono religiosa, penso di non avere dogmi e di non seguire nemmeno il dogma scientifico come verità assoluta. L’etica veterinaria così come è non rappresenta, almeno in parte, quella che è la mia etica personale, non mi riconosco in quello che viene considerato giusto o sbagliato quando si mettono in relazione la medicina veterinaria e gli animali. Certo, c’è un codice deontologico da seguire anche se secondo me non è ancora sufficiente.

Biografia
Michela Pettorali (1974) laureata in Medicina Veterinaria all’Università degli Studi di Pisa
svolge attualmente attività libero professionale presso il Centro Veterinario Gianicolense a Roma. Impegnata come attivista antispecista è cofondatrice e tesoriera della Onlus Gallinae in Fabula. Ha curato per la casa editrice Mimesis il testo di Oscar Horta Una morale per tutti gli animali al di là dell’ecologia (2014) in cui è presente la sua post fazione dal titolo “La professione veterinaria e i diritti animali” (in corso di traduzione anche in spagnolo)

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This entry was posted on May 11, 2015 by in Attivismo, Intervista, Veterinaria.

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