Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Tutti sulla terra: le donne e altri animali

di Alessandra Colla

Una recensione di Ecofeminism. Feminist Intersections with other Animals and the Earth, a cura di Carol J. Adams e Lori Gruen, Bloomsbury, New York 2014  9781628926224

Nel 2009 la studiosa francese Anne-Line Gandon si rammaricava che “nonostante d’Eaubonne sia stata una scrittrice francese, ci risulta che la nozione di ecofemminismo goda in Francia di un successo meno che limitato” (Anne-Line Gandon, L’écoféminisme: une pensée féministe de la nature et de la société, “Recherches féministes”, Vol. 22, n. 1, 2009, pp. 5-25, http://id.erudit.org/iderudit/037793ar).

Mi chiedo che cosa dovrei dire io, nell’Italia di cinque anni dopo, in cui l’ecofemminismo sembra misconosciuto quando non addirittura ignorato: eppure sono passati giusto quarant’anni da quando, nel 1974, Françoise d’Eaubonne coniò il termine presentandolo nel suo libro Le féminisme ou la mort, in cui sosteneva che lo sfruttamento del potere riproduttivo femminile è stato causa di un eccesso di nascite, ovvero della sovrappopolazione; nello stesso tempo, l’eccesso di produzione necessario a far fronte alla sovrappopolazione ha portato a uno sfruttamento delle risorse naturali tale da portarle sull’orlo dell’esaurimento. Soltanto le donne, ne consegue, possono invertire questa disastrosa tendenza sottraendosi alle pretese riproduttive maschili-patriarcali, responsabili della rovina del pianeta.

Così, mi aspetto ragionevolmente che questo Ecofeminism. Feminist Intersections with other Animals and the Earth, fresco di stampa per Bloomsbury (New York – London, 2014), non rientrerà nell’elenco dei dieci libri più letti in Italia. Per certi versi è un peccato, perché la portata delle riflessioni ecofemministe è rivoluzionaria nel senso più propriamente etimologico del termine di “ripristino di condizioni precedenti” — rivoluzione indicando propriamente il «moto di ritorno di un pianeta od astro alla posizione di partenza del moto stesso» —; per altri versi, invece, è forse un bene, giacché la medesima portata rivoluzionaria è tale da rischiare facilmente di essere fraintesa — e nel senso peggiore — proprio dalle donne (Richard Twine, uno dei contributors, lo dice chiaramente: «l’ecofemminismo è stato una minaccia per il femminismo tradizionale»).

Ma torniamo al libro, e all’epigrafe esemplare che lo apre:

Wrenching an ethical problem out of its embedded context severs the problem from its roots … In a sense, we are given truncated stories and then asked what we think the ending should be. However, if we do not understand the worldview that produced the dilemma that we are asked to consider, we have no way of evaluating the situation except on its own terms.

Re-specting nature literally involves “looking again”. We cannot attend to the quality of relations that we engage in unless we know the details that surround our actions and relations. If ecofeminists are sincere in their desire to live in a world of peace and nonviolence for all living beings, we must help each other through the pains-taking process of piecing together the fragmented worldview that we have inherited. But the pieces cannot simply be patched together. What is needed is a reweaving of all the old stories and narratives into a multifaceted tapestry.

“Stralciare un problema etico dal suo contesto integrato separa il problema dalle sue radici. (…) In un certo senso, ci vengono offerte storie mozze e poi ci viene chiesto come pensiamo che debba essere il finale dovrebbe essere. Tuttavia, se non capiamo la visione del mondo che ha prodotto il dilemma che ci viene chiesto di prendere in considerazione, non abbiamo modo di valutare la situazione, se non nei suoi stessi termini.

“Ri-spettare la natura implica letteralmente il concetto di “guardare di nuovo”. Non possiamo partecipare alla qualità delle relazioni che intratteniamo a meno che non conosciamo i dettagli sottesi alle nostre azioni e relazioni. Se le ecofemministe sono sincere nel loro desiderio di vivere in un mondo di pace e nonviolenza per tutti i viventi, dobbiamo aiutarci reciprocamente attraverso il processo di sollecitudine e cura che consiste nel rimettere insieme la visione del mondo frammentaria che abbiamo ereditato. Ma i pezzi non possono essere semplicemente accostati. Invece, è necessario tessere di nuovo tutte le vecchie storie e narrazioni in un arazzo multicolore”.

La lunga citazione è tratta da un testo di Marti Kheel, attivista e studiosa morta prematuramente di leucemia nel novembre 2011 (le ho dedicato un ricordo proprio su questo blog, nel novembre 2013: https://gallinaeinfabula.com/2013/11/19/un-posto-per-tutti-marti-kheel-una-vita-per-un-sogno-prima-parte/), che ha saputo indicare la via per un significativo arricchimento dell’ecofemminismo in una prospettiva olistica: From Heroic to Holistic Ethics: The Ecofeminist Challenge — un breve, denso e illuminante saggio risalente al 1993 (ne ho parlato qui: https://gallinaeinfabula.com/2013/11/26/un-posto-per-tutti-marti-kheel-una-vita-per-un-sogno-seconda-parte/).

Ma l’epigrafe è anche, o forse soprattutto, una dedica: una dedica a Marti Kheel da parte di Carol J. Adams e Lori Gruen, amiche di lunga data e sodali generose che ne hanno raccolto il testimone per traghettare nel futuro le intuizioni straordinarie di questa pensatrice lucidissima che se n’è andata troppo presto. Come spiegano Adams e Gruen, nel 2012 — per ricordare Marti Kheel a un anno dalla scomparsa — alla Wesleyan University fu organizzato un convegno dal titolo “Finding a Niche for All Animals”: il volume Ecofeminism raccoglie i contributi di allora, sviluppati e organizzati sistematicamente per affrontare a 360 gradi il tema dell’intersezione tra il femminile, i viventi e la Terra. Li passeremo rapidamente in rassegna, ma prima soffermiamoci brevemente sul concetto di ecofemminismo così lumeggiato da Adams e Gruen: «L’ecofemminismo affronta i diversi modi in cui il sessismo, l’eteronormatività, il razzismo, il colonialismo, e la discriminazione nei confronti dei disabili sono informati dallo specismo e lo sostengono al tempo stesso; inoltre, analizzando i modi in cui queste forze si intersecano e interagiscono, si propone di indagare come produrre pratiche meno violente e più eque».

È chiaro che sulla base di questa definizione l’ecofemminismo non può in alcun modo essere considerato un blocco monolitico, né tantomeno un’ideologia: al contrario, non si può fare a meno di rappresentarselo con la suggestiva metafora della quilt-theory (“teoria della trapunta”) formulata nel 1994 da Karen J. Warren — una delle pensatrici più rappresentative del movimento — nel suo saggio Ecological Feminism (Rutledge, London 1994): il quilt — un tipo particolare di trapunta, nato nell’America della conquista sette-ottocentesca — si compone di uno strato superiore realizzato con pezzi diversi di stoffa (patchwork, che significa letteralmente “lavoro con le pezze”), un’imbottitura e uno strato inferiore liscio; le tre parti vengono poi assemblate insieme per mezzo di una fettuccia (sbieco) che corre su tutti e quattro i lati del lavoro; infine si rifinisce e decora il tutto con numerose impunture a vista. La confezione di ogni quilt in uso nella comunità vedeva la partecipazione di tutte le donne, che concorrevano alla produzione dell’oggetto in un flusso scambievole di tecniche, informazioni e creatività personale, rendendo così la fabbricazione del quilt un momento importante di interazione articolata nelle due fasi di apprendimento e trasmissione di un sapere: allo stesso modo, sostiene Warren, l’ecofemminismo appare come una sorta di lavoro collettivo in cui ogni membro del “gruppo” apporta il proprio fattivo contributo cognitivo ed esperienziale che, inserito in un insieme più vasto di analoghi contributi, concorrerà a dare una forma compiuta all’impegno di tutti i partecipanti, oltre le differenze e i limiti di tempo, spazio e cultura. In quest’ottica è possibile attingere a molteplici fonti epistemologiche — narrativa e arti figurative, psicologia, sociologia, economia, politica etc. — per individuare le forme assunte dalla struttura patriarcale del potere: e proprio questa è la struttura di Ecofeminism, volume collettaneo «nato dal nostro compianto collettivo per la perdita di una delle progenitrici dell’ecofemminismo».

Il volume si apre col saggio Groundwork, “fondamenti”, scritto a quattro mani da Adams e Gruen, che intende offrire una panoramica storica e speculativa del pensiero ecofemminista e del suo inveramento attivistico che riflette concretamente l’esperienza teorica.

Seguono due sezioni, Affect e Context: nella prima ogni autore scava a fondo nel modo in cui le connessioni affettive ed emozionali che l’essere umano stabilisce con gli altri animali e col pianeta plasmano la teoria e la pratica del nostro vissuto quotidiano con l’altro-da-noi. Così, in Compassion and Being Human Deane Curtin esplora il modo in cui le relazioni fra sentimento e razionalità vengono espresse in un’etica della compassione (Curtin, tra l’altro, elabora qui la nuova, originale categoria di “vegetarianismo contestuale morale”, sulla base dell’evidente considerazione che il cibo non è una categoria naturale — https://gallinaeinfabula.com/2013/12/11/prima-institutio-fit-in-ore/). Nel secondo saggio Joy e nel terzo Participatory Epistemology, Sympathy, and Animal Ethics, le autrici Deborah Slicer e Josephine Donovan sostengono e dimostrano, attraverso storie vere ed esperienze personali, che le nostre capacità di comunicazione con gli altri animali sono assai più variegate e concrete di quanto abitualmente si pensi, aprendo una prospettiva interessante sulla reale possibilità di uno scambio epistemologico reciproco e partecipativo. Il quarto scritto — Eros and the Mechanisms of Eco-Defense — è un contributo volutamente provocatorio di pattrice jones, che esplora la natura dell’eros negli umani e nei non-umani come autentico e condiviso élan vital. Con Interdependent Animals: A Feminist Disability Ethic-of-Care, Sunaura Taylor affronta il mito dell’autosufficienza e il modo in cui chi detiene il potere usa il concetto di “dipendenza” come artificio retorico volto a giustificare e legittimare lo sfruttamento. Conclude questa prima sezione un saggio di Lori Gruen, Facing Death and Practicing Grief, in cui l’autrice analizza le difficili questioni legate al dolore e all’elaborazione del lutto: allo scopo di rendere visibili e quindi intelligibili le esistenze altrimenti marginali dei non-umani, Gruen suggerisce la necessità di fare i conti con i morti e i morenti, così da ravvisare e riconoscere in quelle morti la nostra colpevolezza/responsabilità morale, anche (o forse soprattutto, aggiungo io) mentre cerchiamo di minimizzarla.

La seconda sezione, Context, esplora il modo in cui il nostro impegno etico, politico ed epistemico viene messo in discussione ogni volta che il contesto subisce un mutamento: l’esempio migliore di questo assunto è offerto dal contributo di Ralph Acampora, Caring Cannibals: Testing Contextual Edibility for Speciesism, che affronta uno dei temi più caldi dell’attuale dibattito sui diritti animali — se e quando possa mai essere giustificabile nutrirsi degli altri animali. Anche il secondo saggio — Inter-Animal Moral Conflicts and Moral Repair: A Contextualized Ecofeminism Approach in Action — prende in esame uno dei più seri dilemmi sul tema: partendo dalla sua esperienza personale (salvare la vita del figlio natole prematuro attraverso l’utilizzo di un prodotto che avrebbe comportato l’uccisione di una pecora) Karen S. Emmerman s’interroga sulla tensione costante e a volte lacerante fra “contesto” e “specie”. Il terzo scritto verte su The Wonderful, Horrible Life of Michael Vick, famoso giocatore di football americano coinvolto nel 2007 nello scandalo dei combattimenti clandestini fra cani, in cui lo stesso Vick ricopriva un ruolo di primissimo piano: Claire Kim analizza il modo in cui razza e classe vengono troppo spesso utilizzati per celare i pregiudizi basati sull’appartenenza a una specie piuttosto che a un’altra, osservando allo stesso tempo come proprio i difensori degli animali e dei loro diritti ostentino frequentemente un pericoloso “daltonismo ideologico”. Nel quarto saggio, Ecofeminism and Veganism. Revisiting the Question of Universalism, Richard Twine sottolinea come pratiche alimentari eque e universalismo etico siano non soltanto in relazione fra loro, ma rappresentino un problema urgente la cui risoluzione non può essere ulteriormente rinviata, e suggerisce che l’ecofemminismo — in quanto approccio intersezionale — ha fornito in questo senso strumenti teorici e pratici validi di indiscussa validità. Il quinto contributo si deve a Carol J. Adams, che in Why a Pig? A reclining nude reveals the intersections of race, sex, slavery, and species dimostra la connessione esistente fra l’estetica dei “nudi sdraiati” e la formazione delle gerarchie di specie, in un ampliamento delle sue ormai classiche intuizioni sulla similitudine tra carne femminile e carne animale (entrata a tal punto nell’immaginario collettivo da costituire una banalità: http://www.alessandracolla.net/2012/12/27/lo-specismo-e-manifesto/). Conclude la seconda sezione e al tempo stesso il volume lo studio di Greta Gaard Toward New EcoMasculinities, EcoGenders, and EcoSexualities, che indaga i nuovi modelli di genere e di sessualità necessari all’ecofemminismo per sviluppare un’opposizione concreta all’“eteromaschilismo capitalista”, principale responsabile della distruzione del pianeta e degli animali che lo popolano.

Onestamente, devo dire che non è un libro facile: nel senso che implica la conoscenza di tematiche talvolta non troppo familiari a chi qui in Italia, in teoria o in pratica o in tutt’e due, si batte per la causa antispecista. Ma proprio per questo, forse — per la carica di curiosità e generosità nei confronti dei non-umani che tanti bizzarri umani, invece, qui e altrove si portano dentro —, Ecofeminism merita di essere letto. Non tutto in una volta, magari; magari a pezzi e bocconi, con quella fame epistemica tipica della piccola ma agguerrita parte di umanità che ama mettere fra parentesi il dato e muore dalla voglia di andare sempre a vedere come stanno le cose — in queste pagine avrà di che vedere molto, e molto lontano.

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This entry was posted on January 12, 2015 by in Recensione.

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