Gallinae in Fabula Onlus

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WIENER SMILLA [I viaggi di Smilla]

di Paolo e Smilla

“All we have to decide is what to do with the time that is given to us.
Ilya horyas men carë úvië ná i carë lúmenen yan me ná antaina.”
La traduzione in elfico è affascinante. Il suono delle lingue gallesi con altri idiomi studiati dall’emerito professore di Cambridge mi fa sognare.
Il vizio segreto, cioè l’invenzione di nuovi linguaggi, ebbe inizio quando il giovane Tolkien ascoltò per caso un gruppo di ragazzi parlare in animalese. Un linguaggio-gioco che si serviva esclusivamente di nomi di animali e numeri per comunicare qualsiasi tipo di informazione. Successivamente  venne sostituito da un nuovo idioma: il Nevbosh, che storpiava in maniera irriconoscibile le parole inglesi sostituendole in alcuni casi con altre latine o francesi.
Da allora l’interesse di Tolkien per le lingue non fece che aumentare. Nel suo saggio “Inglese e gallese” Tolkien ricorda il giorno in cui per la prima volta vide su una lapide le parole Adeiladwyd 1887 (Costruito nel 1887) e se ne innamorò. Il gallese divenne una fonte inesauribile di bei suoni e perfette costruzioni grammaticali, un linguaggio melodioso a cui poter attingere per le sue future invenzioni linguistiche. Infatti dopo  venne il finnico(suomi), e l’immaginazione prese il sopravvento.
Tra le varie lingue elfiche la più usata nell’ambito della saga del Signore degli Anelli è il Sindarin. Il Sindarin è la lingua degli Elfi Grigi, coloro che rifiutarono di recarsi in Valinor come fecero i Noldor.
Essi rimasero dunque nella Terra di Mezzo, e svilupparono una lingua propria. Naturalmente, avendo la stessa origine del Quenya, il Sindarin ha molti tratti in comune con quest’ultima ma non è certo uguale. Fatto sta che quando i Noldor, dopo tremila e più anni di separazione, tornarono nella Terra di Mezzo, ebbero difficoltà a prendere contatti con gli Elfi Grigi a causa della lingua differente. Il Sindarin si evolse dai dialetti Doriath, Falathrim e Mithrim, prendendo un’intonazione più pratica e meno leggiadria di quella del Quenya. I Noldor, tuttavia, appresero in fretta il Sindarin e cominciarono anche loro a utilizzarlo. Quando però il re degli Elfi Grigi proibì l’uso del Quenya dopo un orribile atto commesso dai Noldor contro di essi, la lingua parlata in Valinor scomparve quasi del tutto e divenne quella che poi sarà il Latino Elfico. Gli ultimi rimasugli Quenya erano parlati nell’isola di Numenor, abitata da umani benedetti, ma anche qui scomparvero dopo che la dinastia regnante fu corrotta e l’isola fu distrutta.
Il Sindarin è anche detto “Grigio-Elfico”. Tolkien lo aveva creato come linguaggio usuale tra gli Elfi, quelli ciò che nel Signore degli Anelli incontriamo a Gran Burrone o a Lothlorien. Diversamente dal Quenya, il Sindarin si ispirava all lingue gallesi, e aveva quindi una musicalità ben diversa. Ma come la prima creazione di Tolkien, il Sildarin ha le stesse regole fonetiche.
Lo stesso Tolkien, scrisse in una delle sue lettere che “Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero.”
Penso a queste cose mentre guido il Poderoso Ronzinante, il sidecar con il quale abbiamo fatto il famoso viaggio nell’Italia dei cani abbandonati, sulla strada che va verso Lubiana.
L’idea è di andare verso Maribor e fermarci a dormire a Graz per poi puntare verso Vienna, nostra meta finale.
Partiamo in una tiepida mattinata di novembre, con un cielo minaccioso di pioggia, situazione d’altro canto usuale per Gorizia. Nei pressi di Lubiana comincia a piovere dapprima poco, ma superata la città l’intensità aumenta fino a Maribor. La natura qui ha già colori autunnali e i boschi vestono tonalità che dal giallo passano al rosso e al marrone. Tanti pascoli, case colorate e di nuovo boschi di conifere e latifoglie. Arriviamo al confine con l’Austria sotto un cielo plumbeo e una pioggia fina ma intensa, poi, arrivati a Graz il tempo migliora pur restando nuvoloso.
Partire in questa stagione in moto e per di più con un cane può sembrare un’idea balzana, ma ritengo che siano queste le stagioni in cui si distinguono i motociclisti dai proprietari di moto. E poi Smilla viaggia al caldo; ho montato una capote e delle pareti laterali in PVC che chiudono completamente il side come l’abitacolo di un’automobile.
Sul suo cuscinone una calda coperta in pile completa il comfort. Io viaggio invece completamente esposto alle intemperie, ma ho l’attrezzatura adeguata per affrontare la stagione rigida. Gran parte dei vestiti da moto li prendo nei mercatini di abbigliamento militare usato. Questo tipo di vestiario è studiato per essere robusto e per resistere a sollecitazioni estreme. Quindi pantaloni mimetici con l’interno in pile, maglia in microfibra sotto e, a strati, pile leggero, pile pesante e giubbotto da moto, questo sì, con protezioni su spalle e gomiti. Sopra a tutto ciò giacca e pantalone impermeabili, guanti invernali da moto e ai piedi anfibi del reparto antisommossa dei Carabinieri, trofeo di un’antica militanza antagonista.
Viaggiare con questo mezzo particolare che è il sidecar mi piace molto, anche se mi sento più “mod” che “rocker”, se proprio dovessi metterla sul piano delle categorie sociologiche. Girando per raduni di moto, più per motivi propagandistici che altro, ho notato che la gran massa dei motociclisti da raduno è lo specchio dell’umano medio: rumoroso, beone, smargiasso e carnivoro. Preferisco i lupi solitari, i cani sciolti, quelli che viaggiano soli ai gruppi numerosi di motards. Un po’ come la differenza tra viaggiatori e turisti, tra vedere e guardare, tra parlare ed emettere suoni gutturali. “Mod is clean living under difficult circumstances!”
“Mod è vivere pulito in circostanze difficili!”
Sono un po’ preoccupata, sento parlare di “mods” e di Lambrette degli anni sessanta. E io dove starei? Ho visto che su internet vendono dei trailers portacani da attaccare alle moto. Mah, quello è capace di prendere Lambretta e carrello e farci chissà che tour: “Trailer Smilla. Un cane in Lambretta per tacer dell’uomo”.
Nel side ci sto comoda, ora ho tutto l’abitacolo chiuso e c’è un bel calduccio. Ogni tanto guardo l’uomo che guida in mezzo alle intemperie e mi fa un po’ pena, ma sembra convinto sicché…
Ci fermiamo a dormire a Graz, cittadina molto bella che meriterà un viaggio dedicato per poterla scoprire meglio.
Al mattino, dopo una bella colazione, si parte in direzione Vienna. La strada è molto pittoresca. Si attraversano valli, pascoli e boschi sterminati. Ad un certo punto comincia a nevicare, ma l’uomo non batte ciglio e seguita a guidare con cognizione di causa. Io quasi quasi mi faccio una dormitina e lascio a lui l’onere e l’onore del viaggio.-

Per fortuna ho montato tre gomme artigliate prima di partire e grazie a ciò e alla naturale predisposizione del mezzo per questo tipo di terreni, la guida sulla neve è stata sicura e piacevole. Certo ogni tanto qualche curva l’abbiamo fatta in (voluta) derapata e queste sono state le uniche occasioni in cui Smilla si è affacciata al finestrino in PVC del side.
Gli automobilisti che incrociamo non sono neanche troppo meravigliati di vedere un side nella neve anche perché in queste lande il sidecar è abbastanza diffuso.
Tutto ciò fa molto “Grande Nord”, la neve sulla visiera del casco, la moto e il side completamente imbiancati, i boschi carichi di neve, devo dire che la soddisfazione è estrema e il freddo pungente.
Vienna ci accoglie innevata e ammantata di bellezza imperiale. Scendiamo in un hotel del centro, l’Hotel Wild nella Lange Gasse, vicino alla Innere Stadt, ricavato in un affascinante palazzo dell’ottocento. Questo albergo oltre a essere dog friendly è anche gay friendly, come orgogliosamente riportano dei cartelli sull’entrata. Parcheggiamo la moto nel garage dell’albergo e dopo esserci sistemati in camera, una calda doccia e dei vestiti asciutti, usciamo per una passeggiata.
Ci fermiamo a bere un caffè nel bar del 25 Hours Hotel, un posto bellissimo arredato in stile post-atomico con un sacco di ragazzi e ragazze che vanno e vengono. È un luogo molto particolare con un bar al piano terra dove c’è la reception e uno all’ultimissimo piano raggiungibile con un vertiginoso ascensore completamente vetrato che sale esternamente all’hotel. Dalla terrazza antistante il bar superiore la vista spazia sulla città e sui tetti del quartiere dei musei.
Proseguiamo verso la Innere Stadt, la zona che anticamente era circondata da mura che ora, a seguito degli abbattimenti effettuati nel ‘800 è delimitata da viali alberati ( i Ring ) e parchi stupendi.
Il giorno seguente gironzoliamo per la città, a piedi, in tram, con la metro. Vienna è una città dove chi usa la macchina è scemo, dicono i viennesi con un filo di soddisfazione nello sguardo.
È tutto un susseguirsi di vestigia dell’Impero, dalla Rathaus, ora sede del comune di Vienna, al Hofburg, la reggia degli Asburgo, continuando per piazze e antiche chiese fino al museo Albertina e la Stadtsopera, il tempio mondiale della musica sinfonica, con una sala da 2200 posti.
Il MuseumsQuartier (Quartiere dei Musei), chiamato dai viennesi semplicemente MQ, è situato nel distretto di “Neubau”, a due passi dalla “Ringstraße” e vicino ai due musei “Kunsthistorisches Museum” e “Naturhistorisches Museum”. I più importanti musei che si trovano all’interno del complesso architettonico, un misto tra architettura barocca e moderna, sono:
Architekturzentrum Wien – museo di architettura
Leopold Museum – dove è esposta la collezione Rudolf Leopold
Kunsthalle Wien – galleria d’arte
ZOOM Kindermuseum – museo per bambini
e poi su uno spiazzo tra la case si erge questa specie di meteorite nero che è il mumok. Mumok è l’acronimo di MUseum MOderner Kunst (in italiano: Museo d’arte moderna) Foundation Ludwig Vienna.
Il museo ha una collezione di 9000 opere di arte moderna e contemporanea, tra cui opere di Andy Warhol, Pablo Picasso, Joseph Beuys, Nam June Paik, Wolf Vostell, Jasper Johns e Roy Lichtenstein. Numerose opere furono donate al museo dall’industriale e mecenate tedesco Peter Ludwig e sua moglie Irene nel 1979.
Il Mumok organizza spesso mostre di arte contemporanea e legate al movimento dell’azionismo viennese. L’azionismo viennese (in tedesco Wiener Aktionismus) è una corrente artistica del Novecento. Tale corrente si sviluppa in Austria verso la prima metà degli anni sessanta e si può considerare affine alle contemporanee esperienze internazionali dello happening e della performance art.
Rispetto ad happening e performance, l’azionismo viennese si caratterizza per un uso insistente di immagini e tematiche di matrice psicologistica, sado-masochistica e autolesionistica, ispirate da un diffuso atteggiamento dissacrante, a tratti profanatorio, nei confronti dei simboli religiosi, delle funzioni del corpo e delle pratiche sessuali. Questi elementi hanno portato, soprattutto nei primi anni di attività del gruppo, a diverse denunce e condanne legali nei confronti dei suoi componenti.
Dal quartiere dei musei, passando per il Burgring si arriva alle direttrici che portano nella Stephansplatz dove si trova lo Stephansdom, la cattedrale di Santo Stefano. Il monumentale edificio è uno dei simboli della città, e i viennesi lo chiamano “Steffl” dal termine che designa la guglia medievale del campanile, uno dei più alti del mondo, visibile da quasi ogni punto della città. L’antico ed interessante quartiere della “Blutgasse” sulla omonima via si trova proprio alle spalle del Duomo. Il suo nome deriva dalla leggenda dei Templari che qui furono trucidati tanto da riempire di sangue (blut) il piccolo vicolo. Ora si trovano atelier d’artisti e si notano le “Durchhäuser”, così denominate per i loro cortili comunicanti con passaggi che portano nelle vie retrostanti.
Da qui si diramano i viali pedonali con i negozi fighi, meta dello struscio dei viennesi.
Io nei musei non posso entrare e poi non mi interessa di andarci, così l’umano mi lascia con la fräulein della biglietteria che gentilmente si è offerta di farmi da dog sitter.
Per fortuna all’entrata ci sono delle corti interne riscaldate dove si può attendere. Un vecchio signore austriaco che si è fermato a farmi le coccole mi ha chiesto se ero andata a vedere Cezanne o Matisse ignorando che io preferisco Klimt e non gli ho risposto. A Vienna i cani possono entrare quasi ovunque, sono rari i luoghi dove è vietato e dappertutto portano la ciotola dell’acqua, sono tutti gentilissimi e mi coccolano.
Con l’umano siamo stati in ristoranti vegani, bio-sale da the tutte vetrate e sospese sul Danubio, locali jazz, insomma ci sono un sacco di posti fighi. I viennesi sono molto liberi e informali e Vienna è tra le prime città al mondo per qualità della vita. I mezzi pubblici sono puliti, efficienti, capillari e frequentissimi, non si aspetta mai più di due-tre minuti tra un mezzo e l’altro. Noi abbiamo girato la città in lungo e in largo con gran disinvoltura, tanto che al mio umano, per ben due volte, degli austriaci e dei tedeschi hanno chiesto informazioni su vie e piazze scambiandolo per viennese con sua infinita soddisfazione e orgoglio. –
Smilla ha ragione, girando per Vienna in giacca e pantaloni di velluto, berretto e guanti, nessuno si è immaginato che potessi essere italiano, che in verità è l’unico timore che ho quando viaggio. La discreta conoscenza della lingua e le caratteristiche fisiche non proprio mediterranee hanno fatto sì che dei tedeschi mi chiedessero informazioni sulla città.
Alcuni ragazzi ci consigliano di andare a mangiare in uno dei ristorantini che ci sono al Naschmarkt, il mercato più famoso di Vienna.
Con quasi 120 bancarelle e locali, rappresenta un’offerta alimentare variegata che spazia dalla cucina viennese a quella indiana, vietnamita e italiana. Il Naschmarkt è diventato un luogo di incontro per giovani e anziani. Il mercato delle pulci al sabato è già un luogo cult. Dall’alba al tramonto, nel Naschmarkt, un pubblico variegato e colorato acquista frutta, verdura o altre delizie provenienti da tutto il mondo. Tra le oltre 120 bancarelle trovano il proprio quartiere sempre più locali alla moda che offrono addirittura la connessione WLAN gratuita.
In questo luogo magico si trovano un’infinità di offerte per il mangiare e tutti, dal chioschetto che cuoce i noodles, al ristorante più strutturato, offrono una scelta veg.
A Vienna già non ci sono problemi per chi è vegano, ma qui al Naschmarkt, complice la multietnicità del luogo, è quasi impossibile non mangiare veg.
Il Do-An e il Naschmarkt Deli sono stati autentici pionieri della gastronomia. Sono riusciti a rendere attrattivo il Naschmarkt per un pubblico giovane e metropolitano. Nel fine settimana, addirittura, l’intrattenimento è assicurato da alcuni DJ. Numerosi vecchi negozi si sono trasformati in luoghi d’incontro molto apprezzati, grazie anche a un’architettura rimodernata.
Il Tewa, l’angolo trendy del Naschmarkt è dove abbiamo mangiato noi. La cucina orientale viene proposta con ingredienti ecologici, bio, vegetariani e vegani. Cibi ben preparati, saporiti e ambiente cordiale e molto cool. L’unica stranezza era parlare in tedesco con degli indiani!
Dopo pranzato scendiamo nella metro e prendiamo un treno verso la zona del Danubio. Biglietterie automatiche molto efficienti ci stampano i biglietti che per i cani sono al 50% e hanno un tasto con disegnato un cagnotto.
La nostra fermata è su un ponte coperto dal quale tramite una scala si scende su una delle Donau Insel (isole del Danubio). Questo fiume affascinante non è blu come nel valzer di Strauss, ma ha un bel colore verdolino. Mi perdo con lo sguardo nelle direzione da dove arriva a quella dove va. Dalla Foresta Nera al Mar Nero per 2.860 chilometri tra boschi, rocce, pianure e città. Il suo corso attraversa alcune tra le più belle capitali d’Europa da Vienna a Bratislava a Budapest e Belgrado. Le sue acque sentono parlare più di sei lingue differenti e bagnano sponde dove pregano credenti delle tre religioni monoteiste. Il fatto che sia il più lungo fiume navigabile dell’Unione Europea mi solletica l’idea di una nuova avventura in barca, o in canoa, con Smilla: “Donau Smilla”.
A presto Danubio, Donau, Duna, Dunaj, Dunav, Дунай, Дунав, Dunărea, il nostro è solo un arrivederci.
Sognanti rientriamo verso l’albergo e, quando è ricominciato a nevicare, abbiamo deciso che questo sarà il luogo dove ci trasferiremo appena possibile.
Del resto è un paese per cani.

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This entry was posted on November 25, 2014 by in Articolo, Attivismo and tagged .

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