Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Caso Daniza: un tentativo di analisi psicologica sul clamore che ha suscitato

di Rita Ciatti

Ancora in pieno climax della vicenda Daniza, subito dopo il presidio (il terzo) davanti al Ministero dell’Ambiente, me nedanizapresidio
sono andata una settimana a Londra in vacanza. Una vacanza attesa da mesi, eppure al momento di partire mi ha preso un sentimento di quasi reticenza perché non volevo correre il rischio di perdermi tutti gli sviluppi del caso. Certo, si è connessi ovunque o quasi ovunque, ma si suppone che uno in vacanza non stia tutto il giorno collegato a internet.
In particolare eravamo rimasti che il Ministero dell’Ambiente e la Provincia di Trento avrebbero dovuto darci delle risposte in merito alla sciagurata gestione dell’intera vicenda – che ha portato alla morte di Daniza – e alla presa in carico della salvaguardia dei cuccioli in termini di condizioni per render possibile la loro sopravvivenza senza la madre.
Ho cercato di tenermi aggiornata e se so che molte associazioni animaliste e singoli attivisti stanno lavorando e continuano a darsi da fare in tal senso, sia per i cuccioli che per fa luce sulla vicenda, purtroppo non mi pare di aver letto ammissioni di responsabilità da parte delle Istituzioni; anzi, qualcosa mi dice che probabilmente i responsabili staranno tutti aspettando che l’ondata di clamore si smorzi sperando che l’intera storia finisca nel dimenticatoio insieme a tanti altri scandali italiani. Vorrei che questa volta il finale fosse diverso, ossia che l’ondata di indignazione, rabbia, dolore suscitati non si disperdano, ma anzi segnino un dopo da un prima, l’inizio di una nuova stagione proficua e strategicamente ben organizzata per l’attivismo italiano. Che Daniza ci rimanga nel cuore insomma, come monito per continuare una lotta che, anche se impari, anzi, proprio perché impari, non per questo è meno degna di essere combattuta.
Invece, a proposito di clamore mediatico (soprattutto sui social) e di ondata emotiva che il caso Daniza ha suscitato, ho avuto modo durante la mia breve vacanza, complice la distanza dagli eventi e il riposo mentale da tutto un accumulo di stress stratificatosi negli ultimi anni (il burn out è una sindrome di cui tutti gli attivisti sono a rischio), di riflettere sul perché questa tragedia, più di altre, abbia scosso l’intero movimento dalle fondamenta e non solo.
Qualcuno ha parlato di “orso simbolo nell’immaginario collettivo”. Sì, è vero, mamma orsa e i suoi orsetti sono stati sicuramente i protagonisti di tante storie che abbiamo letto o visto nei cartoni animali da piccoli e lo stesso si può dire della valenza ampiamente suggestiva di questo animale in termini di natura selvatica, libertà ecc., ma tutto ciò non basta a spiegare come mai Daniza e i suoi piccoli ci abbiano colpiti così nel profondo.
Io credo che ci sia dell’altro, ma non potendo parlare a nome di tutti, parlerò di come abbia vissuto io personalmente l’intera vicenda sul piano emotivo e anche razionale, nel tentativo magari di far luce su alcuni punti.
Avendo fatto della lotta per la liberazione animale e dell’attivismo in genere, anche in termini di volontariato, il mio pane quotidiano posso dire di essere continuamente bersagliata da una serie di frustrazioni e fallimenti. Quindi dovrei, in un certo senso, essere abituata al fallimento delle mie aspettative.
Sono consapevole di quanto ogni mio impegno sia solo un minuscolo frammento che forse – forse – un domani potrebbe essere stato utile al progredire della battaglia per la liberazione animale, ma nulla di più di questo. Maggior soddisfazione la ricevo dal fare volontariato perché lì effettivamente si aiutano in concreto degli individui in difficoltà e quindi ciò che ricevo in cambio di un impegno che è a volte, non lo nego, faticoso, è comunque gratificazione per la riuscita dell’impresa. Ma l’attivismo per porre fino allo sfruttamento degli animali e per cambiare radicalmente nel profondo, anzi, per abolire, la cultura specista, è un altro paio di maniche. Detto in altre parole, io lo so che ogni mia partecipazione ai vari presidi, cortei, banchetti e azioni di vario genere non otterrà dei risultati immediati e so anche che più che partecipazioni a presidi sporadici contano le campagne organizzate in una certa maniera, tuttavia vedo tutto questo gran da farsi come a una specie di percorso obbligato per arrivare ad altro.
La storia di Daniza invece sembrava diversa. Anzi, era diversa. E diversa lo era perché stavolta noi attivisti o anche persone ragionevoli (ché, come ho scritto altrove, non c’è bisogno di definirsi animalisti per chiedere che un’orsa e i suoi cuccioli venissero lasciati pace) non stavamo chiedendo l’irraggiungibile, appunto, (irraggiungibile nel frangente storico e sociale attuale), non stavamo chiedendo che di punto in bianco venissero chiusi tutti i macelli, tutti gli allevamenti, tutti i delfinari e tutti i laboratori di vivisezione, bensì, semplicemente, quasi banalmente direi, che un’orsa affatto pericolosa (ma anzi dal comportamento perfettamente normale e sano, come attestato dagli etologi) venisse lasciata libera di vivere nello stesso posto dove, guarda caso, senza aver chiesto nulla, era stata proprio portata in maniera coatta una decina di anni fa (prelevata dal suo luogo di nascita, la Slovenia) sulla base di un progetto deciso a tavolino e per cui l’UE ha sborsato alla regione di Trento svariati milioni di euro.
Per cui sembrava davvero una follia che improvvisamente questa orsa dovesse venir fatta fuori (perché il rischio di morte era implicito nella sua cattura, e se non di morte fisica, in caso di sopravvivenza e successiva chiusura in una struttura, si sarebbe trattata comunque di morte psicologica) e che la vita dei cuccioli venisse posta seriamente a repentaglio, visti i precedenti e tutte le informazioni e la documentazione del caso.
Allorché ci siamo fatti tutti sentire, belli e sicuri – proprio perché ciò che stavamo chiedendo era più che ragionevole, doveroso quasi – che alla fine ci avrebbero ascoltato.
Questa era una battaglia, per noi animalisti abituati a lottare contro questioni ben più ardue e che spesso ci sembra quasi impossibile contrastare (vivisezione, ideologia del carnismo, del dominio ecc.), fin troppo facile, o almeno così ci eravamo illusi che fosse. Sì, certo, sapevamo di dover essere costretti ad alzare la voce, a mobilitarci ecc. (ma in questo paese succede anche solo per fare una raccomandata alla posta), ma, anche proprio per tutte le proteste che si sono scatenate sin da subito, ci siamo illusi di poter quindi intascare almeno questa vittoria.
Quando invece, col passare dei giorni (la vicenda è iniziata il 15 agosto, quando Daniza si è difesa da colui che, giustamente, ha immaginato essere un pericolo per i suoi cuccioli), si è capito che né la regione di Trento, né il Ministero dell’Ambiente (e anzi, quest’ultimo, venendo meno ai suoi doveri d’ufficio, se n’è proprio lavato le mani) avrebbero revocato la decisione di cattura, gli animi di tutti hanno cominciato a scaldarsi.
Ed è qui che la vicenda ha iniziato ad assumere le proporzioni tragiche che poi ha assunto alla fine, è qui che hanno iniziato a gonfiarsi sia il clamore mediatico, che l’ondata emotiva.
Com’è possibile che non ci ascoltino nemmeno per una richiesta così ragionevole? Questo è quello che abbiamo pensato tutti, o almeno che ho pensato io. E da questo momento in poi ci è sembrato – o almeno lo è sembrato a me – di essere finiti in una delle peggiori distopie dittatoriali dove veramente le richieste della collettività contano zero e dove tutto gira al contrario di come dovrebbe girare, persino che un’orsa innocente venga uccisa per liberare un territorio – un territorio dove sono previsti ingenti speculazioni economiche che vanno dall’ampliamento piste sciistiche, alla costruzione di laghetti artificiali ecc. – dalla sua presenza ritenuta ormai ingombrante.
Nel constatare come una regione, la Provincia di Trento, e un Ministero siano andati avanti imperterriti senza ascoltare nessuno – né pareri di esperti, né richieste dei cittadini italiani – ci siamo sentiti veramente in balia di forze incontrollabili, come se ogni nostro sforzo non solo fosse vano, ma anche brutalmente ridicolizzato, messo alla berlina.
Quindi alla fine a quello di Daniza si è sommato un secondo fatto gravissimo che è l’evidenza, la prova provata di non contare veramente nulla per le Istituzioni che regolano e gestiscono gli affari pubblici del nostro paese. Ci siamo resi conto della tragedia che è vivere in un paese dove malaffare, incompetenza, indolenza e corruzione governano insieme e dove chi ha precise responsabilità non si vergogna di fare sempre lo stesso giochino del “rimpallo”.
Ci siamo sentiti in balia di forze più grandi di noi, di un fato già scritto dove qualsiasi cosa l’eroe di turno faccia è destinato a soccombere – ecco perché non è inappropriato parlare di tragedia, intesa proprio in senso drammaturgico.
Daniza e i suoi cuccioli, gli innocenti che come Edipo pagano le colpe dei padri e che a loro insaputa girano in territori in cui credevano di sentirsi al sicuro, ma dove invece troveranno solo inganni, enigmi indecifrabili e menzogne e dolore; noi messi in guardia da un coro (la nostra voce interiore, l’esperienza del passato che avrebbe dovuto insegnarci come funzionano le cose in questo paese) che abbiamo fatto quello che andava fatto, ma che non abbiamo potuto cambiare l’assurdità di un destino già scritto.
Questa vicenda ha i caratteri di una tragedia, sia individuale: il dolore dei cuccioli di aver perso la mamma (pare che continuino a tornare negli stessi posti dove lei li portava, sicuramente sperando di ritrovarla); che collettiva: l’evidenza di un paese che affonda sotto il peso di affari meschini dove le proteste dei cittadini e il lavoro di chi si impegna per fare le cose come vanno fatte, contano meno di zero.
E credo sia anche per questo – ossia per la percezione di un’ingiustizia che si è consumata ad un livello più profondo capace di andare oltre il dolore dell’uccisione iniqua di un individuo senziente (fatto a cui, in fondo, è vero che noi animalisti siamo fin troppo abituati, ahimè, e per cui non si capirebbe altrimenti per quale motivo di Daniza avrebbe dovuto importarci di più di tutti gli altri individui che vengono ammazzati nei macelli) fino a toccare lo sgomento del vivere in una società dove la corruzione e il potere del denaro non lasciano scampo – che la triste storia di mamma orsa e i suoi piccoli ci ha toccato così tanto.
L’uccisione di Daniza ci ha procurato un’angoscia enorme perché insieme a lei è morto anche parte del nostro sogno di poter effettivamente combattere questo mostro sociale che è la fede nel denaro e nell’arroganza del potere costituito.

All’angoscia seguirà la depressione, succede sempre così. Ma qualcosa intanto ci ha cambiati nel profondo e spero che quando ci risolleveremo sarà su basi di nuovi forti equilibri capaci di negoziare con maggiore efficacia alla prossima occasione.

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5 comments on “Caso Daniza: un tentativo di analisi psicologica sul clamore che ha suscitato

  1. Chiara Scirea
    September 26, 2014

    Grazie

    • rita
      September 27, 2014

      Grazie a te. 🙂

  2. Lorenzo Bresciani
    September 26, 2014

    Bellissimo articolo, come sempre del resto. Sapere che al Mondo esistano persone come Rita, mi rende ottimista.

    • rita
      September 27, 2014

      Grazie davvero, di cuore. 🙂

  3. Giovanni
    September 29, 2014

    Angoscia e burn out a quanto pare sono la nostra ‘ricompensa’, cara Rita. Sottoscrivo quelo che dici e trovo allarmante l’andare avanti di un Paese come l’Italia dove ormai è chiaro che il potere attira per se stesso, calamitando elementi tra i peggiori che si possa temere. E’ la stessa angoscia che possiamo aver provato – che io provai – quando esplose il ‘caso Simonsen’. La sensazione-quasi certezza che quasi non ci sia nulla di fattibile per almeno imprimere una prima spinta verso una direzione diversa dalla consueta del dominio, distruzione e sopraffazione. Non ci resta che approfondire sempre più il nostro lato corporeo e fare cose animali tra gli altri animali, insieme a loro e – anche – per loro.

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This entry was posted on September 26, 2014 by in Articolo, Attivismo.

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