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Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Un commento sulle origini della guerra in relazione all’antispecismo e alla “questione animale”

di Samuele Strati

Sono mesi ormai che il problema della guerra è tornato a risaltare tra le prime linee dei maggiori mezzi di diffusioneanimalsinwar mediatica internazionali. Dagli attacchi alla striscia di Gaza, agli scontri in Iraq alle rivolte in territorio ucraino, sembra non ci sia davvero possibilità di pace per questi luoghi in cui, a dispetto della posizione geografica, l’occidentalità si è imposta con fermezza primordiale preferendo il rosso del sangue a tutti gli altri colori con cui avrebbe potuto dipingere la Terra.

Fortunatamente, non mancano neanche coloro che alla guerra si oppongono, nei loro continui tentativi di ribadire l’inutilità e la dannosità di tali scontri armati. Queste persone, di norma sono inquadrate in una cornice dispregiativa ideata e promossa dalle istituzioni che, ovviamente, hanno un interesse nella pratica bellica, eppure queste stesse istituzioni si trovano costrette ad ammettere la ragione dei primi quando la guerra termina, anche se talvolta con il solo scopo di ostentare un falso moralismo atto a dimostrare di non essere individui privi di cuore. Monumenti ai caduti, onorificenze militari et similia sono ormai diventati delle tradizionali routine di guerra; in particolar modo, la tanto famosa da esser diventata canonica frase “dobbiamo imparare dagli errori del passato e far sì che simili avvenimenti non abbiano luogo mai più” ha perso senz’altro il suo valore educativo. Tale frase è stata pronunciata al termine della Prima Guerra Mondiale, e così al termine della Seconda e di tutte le altre, anche piccole, che si sono succedute. Oggi, aspettiamo la fine delle ostilità sopra elencate e dopo alcuni anni, la sentiremo ancora. Inutile dire che altre guerre si succederanno comunque.
Perché gli uomini non imparano da questi “errori del passato”? Perché nonostante le promesse e le trattative di pace, le guerre continuano a nascere e ad essere combattute con un fervore tale che ogni guerra sembra la prima mai combattuta? La motivazione, in realtà, è semplicissima: perché il paradigma culturale che crea, inoltra e legittimizza le guerre rimane immutato. Cessare una qualsiasi guerra senza eliminare il suo fondamento culturale equivale a tentare di abbattere un palazzo distruggendo ogni singola finestra anziché far esplodere la base.
Tale paradigma si chiama ideologia del dominio, e la sua storia è stata abilmente descritta da Jim Mason nel suo approfondito studio Un mondo sbagliato, il cui merito, a mio parere, consiste nell’aver saputo identificare una linea evolutiva generale a gran parte delle forme di sopruso sugli animali e sugli umani, in modo tale da dimostrare che all’origine di queste pratiche violente esiste un denominatore comune che ha avuto un suo personale percorso storico.
Secondo quanto sostenuto da Mason, dopo la scoperta dell’agricoltura (evento che viene tradizionalmente fatto coincidere con la nascita dell’ideologia del dominio), in Medio Oriente iniziarono a formarsi città e agglomerati urbani sempre più efficienti e solidi rispetto ai precedenti insediamenti paleolitici. Ai loro vertici erano situate le classi e le élite che erano riuscite a scalare la società; tra queste: le classi sacerdotali, le élite di guerrieri, e i regnanti, ovvero i discendenti delle guide spirituali delle tribù preagricole e neoagricole. In particolare, se a prendere il potere erano le classi militari, la caratteristica principale della città diventava un marcato espansionismo condotto con la forza delle armi. In uno spazio geograficamente sempre più limitato dall’espansione degli agglomerati urbani e dei territori ad essi sottoposti, infatti, le città erano condannate alla rotta di collisione e ad entrare in competizione per le risorse primarie. Così, con il passare del tempo, guerra, bellicosità e aggressività divennero la normalità in Medio Oriente, e lentamente furono incorporate nell’ordine sociale e trasformate in un’istituzione. Come scrisse il sociologo statunitense Lewis Mumford:

Con l’aumento delle risorse materiali, la mitologia di un potere unilaterale, sterile e anzi ostile alla vita, si estese a ogni elemento della scena urbana e trovò nella nuova istituzione della guerra la sua espressione più piena. (1)

Si parla di mitologia perché con l’istituzionalizzazione della pratica bellica, dal Neolitico in avanti la cultura occidentale abbonderà di miti, leggende e storie sul valore della guerra e dei guerrieri, sul loro onore e sull’utilità sociale del militarismo: basti pensare ai codici cavallereschi medievali, o all’alone di misticismo che avvolge i soldati di ogni epoca e così tanto millantato dalla cinematografia e dalla letteratura. Soldati che non vengono visti come assassini che uccidono per mestiere, bensì come vessilli di pace, araldi della giustizia e difensori dei più deboli.
Se la militarizzazione del Medio Oriente neolitico avvenne a causa del potere nelle mani delle classi guerriere, potrebbe essere utile tentare di identificare l’origine di tali élite. Anzitutto, le classi sociali in generale nacquero come conseguenza dell’introduzione della nozione di proprietà privata, la quale a sua volta derivò dall’agricoltura e dall’allevamento. L’appropriazione dei terreni ha generato i primi concetti capitalistici, ma è stato soprattutto l’allevamento a creare una disparità sociale, in quanto i terreni coltivabili erano molti e non era un’impresa ardua procurarsene uno, mentre gli animali necessitavano di attenzioni continue e non costituivano un bene di sola produzione, ma anche di consumo. Secondo alcuni studiosi, come Jim Mason, Richard Lewinsohn e Jeremy Rifkin, molti termini che si riferiscono al denaro e alla ricchezza hanno una radice etimologica riconducibile all’allevamento. Alcuni esempi possono essere “capitale” (da capita, le teste di animali su cui si misurava la ricchezza) e “pecunia” (da pecu, ovvero gregge).
Ma come è nata la classe militare? Non sorprenderà scoprire che la sua origine è legata direttamente agli animali, o meglio, alla loro schiavitù. Le élite militari che spadroneggiarono in Medio Oriente per buona parte della durata del periodo agricolo sorsero in seguito all’incorporazione nelle società dei valori culturali dei popoli dediti alla pastorizia. La motivazione è semplice: dal momento che dovevano gestire intere mandrie di animali, le popolazioni di pastori erano tendenzialmente nomadi e fondavano la loro ricchezza unicamente su ciò che gli animali avevano da offrire loro. Per tale ragione, i pastori dovevano sempre essere pronti a difendere i propri beni anche a costo di inaudite violenze. Con il tempo, l’arroganza e la tendenza al dominio e al sopruso diventarono un leitmotiv nelle società di pastori, e queste iniziarono a dedicarsi a razzie e invasioni allo scopo di procurarsi animali per incrementare le mandrie e altre risorse secondarie che a causa del loro nomadismo non potevano ottenere da soli. Lentamente, i valori culturali dei pastori, improntati sul maschilismo, sull’aggressività e sul dominio, e fondati sul precedente complesso culturale dei cacciatori preagricoli, vennero interiorizzati nell’ordine sociale del Neolitico mediorientale (soprattutto quando alcuni Stati furono fondati dai pastori stessi), e quindi esportati in Europa, in Asia e in Africa. Sostanzialmente, dunque, il percorso culturale che condusse all’istituzionalizzazione della guerra ebbe inizio con la caccia e attraversò la pastorizia e l’allevamento, e quindi si generò attraverso una forma di sopruso sugli animali.
Oggi, la necessità di un’urgente evoluzione culturale si dimostra sempre più cruciale ogni giorno che passa. Il parametro antropocentrico generato dall’ideologia del dominio deve essere distrutto e sostituito da un nuovo paradigma capace di estendere i propri orizzonti a chiunque sia diverso da noi, sia esso animale o umano, e per fare ciò è fondamentale conoscere e studiare i nostri trascorsi, i loro mutamenti e le loro cause. Sino al giorno in cui questo accadrà, le guerre non cesseranno, e animali e umani continueranno a soffrire e morire per colpa di un’inconsapevole follia che affonda le sue radici in un terreno vecchio di diverse migliaia di anni.

(1) Mumford Lewis, La città nella storia. Dal santuario alla polis, in La città nella storia, vol. I, Bompiani, Milano 1977

Nella foto: monumento agli animali morti in guerra che si trova in Londra. Una delle scritte sulla destra recita: non hanno avuto scelta.

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18 comments on “Un commento sulle origini della guerra in relazione all’antispecismo e alla “questione animale”

  1. Stefano
    August 30, 2014

    A me pare di sognare. Vi seguo con piacere, ma in questo testo ci sono delle robe in parte di un’ingenuità disarmante e in parte pure scientificamente infondate. Intanto l’idea di voler sostituire un supposto parametro antropocentrico con un altro è assurda. Fa pensare all’ingegneria sociale. Poi cosa vuol dire estendere i propri orizzonti a chiunque? C’è un minimo contatto con la realtà o siamo agli slogan? Per quanto riguarda poi ideologia del dominio e animali. La violenza è uno strumento. L’uomo si è evoluto strutturandosi in gruppi, tanto quanto altre scimmie antropomorfe, e i comportamenti violenti di razzia e sopruso sono simili. L’idea poi di chiamare la caccia un sopruso sugli animali fa ridere. Milioni di anni fa o uccidevi o morivi. Non è ideologia, si chiama sopravvivenza. Nel tempo vari fattori hanno fatto sì che diminuissero scontri e violenza, come norme culturali e gli scambi con le altre popolazioni. Meglio vendersi le risorse che uccidersi e rischiare di essere uccisi. Se anche nel nostro pianeta l’unica specie animale fosse stata l’uomo, sarebbero nate ugualmente guerre per spartirsi la terra. Il fatto che le società stanziali si basassero sull’allevamento e che la guerra è diventata “istituzionalizzata” non porta in alcun modo a vedere una relazione fra questione animale, capitalismo e violenza.

  2. Stefano
    August 30, 2014

    Per quanto riguarda poi la guerra vista dal mondo culturale occidentale c’è un bel libro di Paul Fussell, Grande guerra e memoria moderna, nel quale si vede bene come a partire dalla Prima guerra mondiale c’è stato un cambiamento radicale nel modo di rappresentare la guerra. A partire dalle esperienze dei poeti inglesi tipo Graves (il suo Addio alle armi) e Siegfried Sassoon che erano partiti pieni di miti e poi hanno visto e raccontato l’orrore. Tutto il Novecento è pieno di opere che stigmatizzano la guerra. Persino l’ultimo dei cantautori scalcagnato ha scritto canzoni contro la guerra, l’ho fatto anch’io. Tutto ciò grazie al benessere, perché è facile scrivere canzoni contro la guerra con il culo a caldo.

  3. rita
    August 30, 2014

    Guarda Stefano, io non ho letto i testi citati da Samuele sui quali ha basato il suo pezzo, per cui non saprei argomentarti nello specifico delle origini della guerra, però posso rispondere alla tua obiezione secondo la quale sostituire i parametri antropocentrici sia un’idea assurda.
    Non vedo cosa ci sia di assurdo, specialmente adesso che gli studi multidisciplinari sull’animalità – animal studies – hanno evidenziato come non siamo solo noi sapiens ad essere soggetti del mondo, ma siamo soggetti tra i tanti, ad abbandonare la prospettiva antropocentrica, la quale, detta in altre parole, è una prospettiva a sola misura dell’umano che non tiene conto di tutti gli altri individui senzienti che con lui condividono il pianeta.
    Abbandonare l’antropocentrismo, che ti piaccia o no, significa proprio questo infatti, ossia smetterla di pensare che debbano essere solo le nostre caratteristiche specie-specifiche a dettare valori da assumere poi come parametri di giudizio per tutto il resto. Esempio: abbiamo sempre pensato che il linguaggio o che una teoria della mente superiore (capacità di pensare il pensato) siano in assoluto valori supremi superiori rispetto ad altre capacità che invece hanno altre specie come volare o, che so, nuotare controcorrente; ma chi lo stabilisce questo? Noi? E certo, è come l’oste che ti dice che il suo vino è il migliore solo perché è il suo. 😀
    Anche pensare che esista solo un tipo di evoluzione di cui noi saremmo al vertice è sbagliato. Ogni specie si evolve, tanto che evoluzione significa cambiamento e non ha un significato per forza di cose positivo.
    La caccia è violenza. Lo era anche prima, ma milioni di anni fa, come hai detto tu, o cacciavi o morivi di fame, oggi non mi pare che ci sia più questa necessità; si caccia per lo più per tradizione (è una di quelle attività trasmesse di padre in figlio) o per “sport” (termine inappropriato perché negli sport in genere si compete mentre non capisco che tipo di competizione alla pari possa esserci tra un animale che se ne sta per i fatti suoi e un bipede armato che si sente virile solo perché sostituisce la canna del fucile al… suvvia, hai capito).
    Se pensi che ideologia del dominio sia uguale a sopravvivenza, permettimi, ma quello veramente ingenuo (pericolosamente e tristemente ingenuo) sei tu: Darwin stesso riconosce che si sopravvive meglio attraverso sistemi di solidarietà che non di esclusione e competizione.
    Te la sei bevuta proprio tutta la storiella che per sopravvivere bisogna essere dominanti e competitivi, eh?
    Non è così, questo è quello che ci propinano ideologicamente da secoli con l’unico risultato di far star bene pochi e male tutti gli altri.
    E come fai a dire che non ci sia alcuna relazione tra capitalismo, violenza e animali?
    Basta avere a mente la celebre metafora del grattacielo descritta da Horkheimer in Crepuscolo per vedere quanto invece essa sia evidente.

  4. Samuele Strati
    August 30, 2014

    Desidero rispondere ai tuoi commenti, Stefano. Partiamo dal principio. Anzitutto l’idea di sostituire un paradigma sociale con un altro non è assurda, bensì è l’unica cosa da fare, anzi, l’unica cosa che si può fare. Una società qualsiasi, sopratutto se è come la nostra, non può restare senza un paradigma socioculturale, altrimenti non avrebbe un funzionamento e si sfalderebbe. E per precisare, non si cadrebbe in anarchia, in quanto anche questa ha il suo parametro entro cui inquadrarsi. Semplicemente, la società morirebbe. L’estensione della nuova ottica, deve essere estesa a “chiunque sia diverso da noi, sia esso animale o umano”, se leggi bene. Certo, infatti è proprio così. L’ideale è di Liberazione, la quale non può permettersi di essere parziale, sia da un punto di vista etico, che filosofico e antropologico.
    “Milioni di anni fa, o uccidevi o morivi”, enorme errore. La visione di ciò che noi conosciamo del periodo Paleolitico è quasi totalmente errata. Secondo quanto riportato dall’analisi condotta da Jim Mason, a sua volta fondata sulle ricerche di insigni antropologi, si evince come prima dell’introduzione della caccia intesa come attività sistematica, vigesse un parametro di matrice animistica che indulgeva i primi uomini ad intrattenere con la natura un rapporto fondato su rispetto e timore reverenziale. I primi uomini vedevano spiriti dappertutto e temevano la loro reazione (il discorso animismo è stato spiegato anche da Ida Magli, antropologa italiana e molto nota), ragion per cui, se consideriamo che gli animali erano probabilmente considerati i principali tra tutti gli spiriti, l’idea di arrecare loro un danno superiore a quello della semplice raccolta di cibo, era improponibile. Il paradigma animistico ha perdurato andando lentamente scemando sino al Neolitico, nonostante la caccia istituzionalizzata fosse già stata introdotta intorno ai 20.000 anni fa. Gli animali erano considerati i massimi rappresentanti del mondo vivente per un motivo semplicissimo: hanno dato origine alla nostra mente (ti rimando agli studi di Paul Shepard per questo discorso) e quindi ne sono rimasti i referenti simbolici principali. Ti sei mai chiesto perchè il mondo dei bambini è così pieno di riferimenti animali? Ecco, per questo motivo. Ti spiego anche perchè la nascita della guerra è legata ad un’ideologia: riprendo la psicologa Melanie Joy e ti cito testualmente la sua definizione di ideologia: “sistema di credenze e di pratiche che rispecchiano tali credenze”. Orbene, il complesso culturale fondato sui valori della caccia, che è sopravvissuto proprio grazie all’interesse generato dalla normalissima attività cerebrale umana, è stato il terreno di cultura per la “collezione” di arroganza e violenza che si è accumulata nel tempo, convogliandosi di cultura in cultura e quindi finendo nelle società “moderne”. Ci tengo a precisare a questo punto, che il Paleolitico non era un periodo comunque idilliaco, anche i primi uomini conoscevano la violenza, le ostilità, il cannibalismo e l’infanticidio (ma sono pratiche che vanno contestualizzate, in un paradigma animistico la morte non era considerata così grave come la consideriamo oggi). La differenza tra il prima e il dopo l’agricoltura sta nella normalizzazione, nell’enfatizzazione e nell’istituzionalizzazione delle pratiche violente. Infine, per quanto riguarda la cultura della guerra, dovresti guardare le incisioni greche e romane, i bassorilievi delle civiltà preromane mediorientali, i codici cavallereschi medioevali e, se vuoi cose più moderne, leggiti le poesie degli ultimi due secoli, dove sembra che il mondo è senza speranza e siamo tutti destinati a morire soffrendo.

    Samuele

  5. Samuele Strati
    August 30, 2014

    Mi rendo conto che dette così, con poche parole, appare difficile da comprendere l’intero discorso. Per questo mi sento di consigliarti alcuni testi che ti potrebbero essere utili.

    -Bailleul LeSuer Rozenn (a cura di), Between heaven and earth. Birds in Ancient Egypt, Oriental Institute Museum Publications 35, Chicago 2012
    -Caffo Leonardo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato 2013
    -Gimbutas Marija, Le dee viventi, Medusa, Milano 2005
    -Joy Melanie, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche. Un’introduzione al carnismo e un processo alla cultura della carne e alla sua industria, Sonda, Casale Monferrato 2012
    -Lewinsohn Richard, Gli animali nella storia della civiltà, Einaudi, Torino 1956
    -Manzoni Annamaria, Noi abbiamo un sogno. Riflessioni ed emozioni nel rispetto degli animali, RCS Libri, Milano 2006-2007
    -Id., In direzione contraria. Pensieri, parole e passioni dalla parte degli animali, Sonda, Casale Monferrato 2009
    -Id., Tra cuccioli ci si intende. Bambini e animali, Graphe.it, Perugia 2014
    -Marchesini Roberto, Natura e pedagogia, Theoria, Roma-Napoli 1996
    -Mason Jim, Un mondo sbagliato. Storia della distruzione della natura, degli animali e dell’umanità, Sonda, Casale Monferrato 2007
    -Mumford Lewis, La città nella storia. Dal santuario alla polis, in La città nella storia, vol. I, Bompiani, Milano 1977
    -Narby Jeremy, Intelligenza in natura. Saggio sulla conoscenza, Jaca Book, Milano 2010
    -Pagels Elaine, Adamo, Eva e il serpente, Mondadori, Milano 1990
    -Pievani Telmo, La teoria dell’evoluzione. Attualità di una rivoluzione scientifica, Il Mulino, Bologna 2006
    -Rifkin Jeremy, Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne, Mondadori, Milano 2001
    -Rivera Annamaria (a cura di), Homo sapiens e mucca pazza. Antropologia del rapporto con il mondo animale, Dedalo, Bari 2000

    Samuele

  6. Stefano
    August 30, 2014

    Rita, mi spiego meglio. Tu e Samuele e in generale negli ambienti antispecisti, ad esempio i testi di Maurizi, meno quelli di Caffo, confondete i concetti con la realtà. Questo capita spesso nel mondo delle discipline umanistiche. Un conto è dire che negli ambienti accademici sono cambiate le percezioni concettuali, tipo l’idea strampalata di Cartesio e le varie botte che ci hanno rimesso al nostro posto da Galileo, passando per Darwin eccetera; e un conto è ciò che sta scritto nel testo qua sopra. Ovvero l’idea per cui i nostri comportamenti sono frutto di una ideologia e di una cultura. Tu a parole puoi anche pensare che ogni animale ha diritto di vivere, ma nei fatti questo non accade e lo sai, e non accade perché noi non ci siamo evoluti per volere il bene di tutti gli esseri viventi, ma il nostro personale, dei nostri figli eccetera. Questo non è un paradigma antropocentrico nato in qualche università, è il frutto di milioni di anni di evoluzione. Milioni di anni fa non solo rischiavamo di morire di fame, ma rischiavamo di essere predati, per cui bene hanno fatto gli uomini e le donne di allora ad ammazzare il più possibile. Chiamare tutto ciò sopruso è assurdo. Noi per stare bene dobbiamo difenderci da un sacco di cose, dai virus, dai batteri, dagli insetti eccetera. Per coltivare buoni prodotti dobbiamo sterminare un sacco di insetti e facciamo bene a farlo. Per cui predicare il rispetto di tutti gli altri esseri animali non ha senso. O si ammette che qualcuno non potrà essere rispettato o si sta raccontando una cazzata. Oppure si predichi una vita di merda per tutti e allora va bene, facciamoci del male. Riconoscere che possiamo smettere di mangiare gli animali è facilissimo, ma è possibile solo perché viviamo in un posto in cui c’è un’agricoltura sviluppata. Sono le condizioni che ci permettono di fare queste scelte, non i cambiamenti paradigmatici. Così come sono state le condizioni a farci evolvere cacciatori e poi allevatori e non i miti, le culture e le ideologie, che sono tutte cose che si sviluppano a partire da, non come premesse a. Banalmente, leggere un testo di Cavalli-Sforza o di Jared Diamond potrebbe aiutare. Hai presenti gli Yanomamo? Sono cacciatori-raccoglitori e non fanno altro che ammazzarsi tra di loro. Hai presente gli Oranghi, si ammazzano, si fanno le rappresaglie, controllano i territori e stuprano le femmine. Li vogliamo chiamare maschilisti? Competizione e cooperazione sono entrambi nostri aspetti, ma certo non cooperiamo perché ci raccontiamo le favole, cooperiamo se creiamo le condizioni perché sia vantaggioso farlo. Il capitalismo è uno dei sistemi che si è sviluppato in seno alla nostra specie, ma è solo un’estensione delle nostre capacità. Dal momento che gli umani e gli animali erano violenti prima di essere capitalisti (gli umani) è lecito supporre che il capitalismo non è l’origine di nulla, ma è un sistema che va controllato come tutti i sistemi. Ha i suoi pro e i suoi contro. C’è in questi ambienti, come nel testo di Mason, il cui sottotitolo è emblematico, la distruzione della natura, degli animali e dell’umanità, il classico pensiero del paradiso perduto. Il mondo era buono e giusto, poi arrivano i cattivi, di solito i capitalisti, e succedono i disastri. Ma: la natura (“natura” non vuol dire nulla) non è stata distrutta; gli animali ci sono ancora (molti, troppi li uccidiamo noi, ma molti si ammazzano fra di loro e crepano da sé); l’umanità è quella che è.

    • rita
      August 30, 2014

      Stefano, le tue argomentazione contengono una fallacia logica di base: quella di pensare che poiché le cose sono sempre andate in una certa maniera, allora dovranno necessariamente continuare ad andare così.
      Da sempre si usa questa argomentazione per continuare a giustificare i crimini che l’umanità compie nei confronti di sé stessa, della natura e degli altri individui non umani.
      Poi perché mi tiri in ballo i batteri e gli insetti (e non, che so, i primati e gli elefanti)? Vero che siamo antispecisti e che non facciamo eccezione tra animali, ma intanto i batteri vanno combattuti perché veramente altrimenti ne andrebbe della nostra sopravvivenza, mentre questo non si può dire di altri animali. Di insetti ne uccidiamo a miliardi, vero, infatti l’antispecismo non dice che sia possibile vivere a impatto zero, ma che innanzitutto si debba ripensare la nostra idea di animalità (compresa la nostra di homo sapiens) pure alla luce delle tante nuove scoperte etologiche e poi che si ripensi il concetto di sfruttamento istituzionalizzato per cui gli animali sono considerati cose e trattati pure peggio. Se fosse tanto normale quello che dici tu, se l’umanità da sempre si fosse solo contraddistinta per questa forma necessaria di sfruttamento verso gli animali allora non ci sarebbe stato bisogno di elaborare e costruire un’ideologia a sostegno e giustificazione di essa. Invece è vero, come dice Melanie Joy, che per poter continuare a mangiare e usare con indifferenza gli altri animali abbiamo bisogno di raccontarci tutta una serie di storielle: è normale, è naturale, è necessario. Le tre N le chiama lei. Invece sono sovrastrutture culturali e sociali.
      A sostegno di tesi come le tue si portano sempre esempi estremi, come “in caso di carestia”, “in caso in cui non fosse possibile coltivare la terra ecc.”, però, guarda caso, non stiamo vivendo una carestia (le risorse ci sarebbero per tutti, solo che sono distribuite male), né si può dire che sia impossibile coltivare la terra;
      peraltro l’antispecismo non prevede che ci si annulli in uno spirito di abnegazione totale, solo che si faccia quello che OGGI, con l’ausilio delle nuove conoscenze e tecnologie, è possibile fare affinché si smetta di considerare gli altri animali solo come risorse rinnovabili anziché soggetti con un valore inerente.
      Poi esprimi una contraddizione: mi tiri in ballo le rappresaglie di alcuni primati per contendersi il territorio a giustificazione delle nostre, ma non ho mai detto che noi dovremmo vivere come gli altri animali, possiamo vivere come animali umani, eliminando la parte distruttiva di noi.

      E non ho mai detto nemmeno che il capitalismo sia l’origine dello sfruttamento animale, ho detto che c’è una relazione tra capitalismo e lo sfruttamento degli animali così come lo conosciamo oggi. Penso che l’homo sapiens abbia iniziato a discriminare gli animali non umani molto prima, ossia da quando si è reso conto di essere più forte, più distruttivo, da quando, sostanzialmente, ha iniziato a maneggiare i vari tipi di armi. E lo ha fatto pure perché ha visto che, sostanzialmente, gli animali erano incapaci di ribellarsi. Esattamente come è stato per molto tempo nei confronti delle donne. Ossia per una predominanza di forza fisica. Ma ciò che l’homo sapiens può fare in potenza, non è detto che lo debba necessariamente fare. Potremmo avere la capacità di annientare il mondo, ma mica per questo, ossia solo perché possiamo farlo, è giusto o necessario o normale o naturale che lo si faccia.

      Non capisco perché pensi che con la cooperazione e la solidarietà, anziché la competizione e la lotta, si faccia una vita di merda; a me sembra vero il contrario.
      Ci sono pochissime persone al mondo che stanno veramente bene, il resto vive per produrre (leggasi: lavorare) e consumare. La maggior parte delle persone vive i primi sessant’anni con pochissime ore di tempo libero, si ammazza di fatica e lavoro per mangiare, dopodiché invecchia e muore. Se non ti pare una vita di merda questa, allora si vede che fai parte di quella categoria di pochi privilegiati che ci sono. E parliamo solo del mondo occidentale, eh. Fatti un giro nel resto del pianeta e poi dimmi se la vera vita di merda non è quella che stiamo facendo oggi.
      La prospettiva della cooperazione e della distribuzione equa delle risorse invece farebbe stare meglio tutti quanti o almeno molta più gente di ora.

      Ultima cosa: l’antispecismo non dice che la natura sia un eden perfetto, lo sappiamo che gli animali si uccidono tra loro o periscono di malattie, incidenti e altro. Ma proprio perché vivere comporta sempre comunque un’enorme mole di dolore (quale sia la specie cui si appartenga) perché dispensarne dell’altro se potremmo farne a meno?
      Proprio perché tanto tutti prima o poi ci ammaliamo e moriamo perché causare direttamente così tanta sofferenza a chi è costituzionalmente incapace di difendersi ?

      Predicare il rispetto degli altri individui senzienti non avrà senso per te, si vede che ormai ti sei veramente anestetizzato o che hai una morale relativista, questo non significa che non abbia senso in assoluto.
      Peraltro, a chi ragiona come te, mi verrebbe da dire: sai bello, se ti trovassi per strada investito da un’auto e agonizzante ti lascerei lì, visto che ritieni il rispetto un valore inutile. Oppure dovresti dimostrarmi perché la tua vita secondo te sia più degna di essere vissuta di quella di un elefante.
      Ovviamente non ti lascerei lì a crepare, non ci lascerei te, come non ci lascerei un gatto o un topo. Era solo un esempio.
      Ma che ti costa rispettare tutti? Pensi che si andrebbe verso una catastrofe? Ci hai mai provato?
      Provaci almeno. Se non provi, non sai di cosa stai parlando.

      Scrivi “l’umanità è quella che è”. E secondo te sarebbe un’argomentazione questa?

      Come ti ho scritto sopra, dai per scontato che le cose debbano sempre andare in una certa maniera e siano in una certa maniera solo perché sono sempre andate così. Si chiamano tesi definizionaliste. Ossia si dà per buono un concetto per definizione. Punto. Senza argomentarlo perché ci si aspetta che esso rappresenti un’ovvietà talmente enorme che nessuno si prenderà la briga di confutarlo. Invece ciò che fa l’antispecismo è proprio confutare quello che fino a ieri si credeva normale, necessario e naturale e lo fa talmente bene, con argomentazioni talmente inoppugnabili, che dà fastidio a molti, suscitando moti di rabbia e di indignazione; questo perché da sempre mettere in discussione ciò che appare come ovvio suscita svariati tipi di reazione. Ci si difende, si difende ciò che si considera giusto e naturale. Ma queste non sono argomentazioni, sono moti di stizza e basta.

      L’umanità non è quello che è, come dici tu, è invece un concetto che in potenza potrebbe essere tante cose. Vero che finora ha prevalso la logica di dominio, la sopraffazione, la violenza, ma se ci sono gruppi di persone che invece riescono a vivere in maniera nonviolenta vuol dire che anche questa è una possibilità.

      Poi non è che mi illuda, se vuoi saperlo l’umanità mi sta abbastanza sulle scatole, ma almeno lotto perché sento che è giusto lottare. Perché questa possibilità c’è, non è un’utopia, tanto che noi vegani siamo una testimonianza. Un anticipo del mondo che potrebbe esserci.

      • Stefano
        August 30, 2014

        Rita, io non solo non penso che le cose sono sempre andate e andranno nello stesso modo, ma neanche l’ho scritto. Come non ho scritto da nessuna parte che certi crimini vanno giustificati. Se tu chiami crimine ogni cosa, ha poco senso parlare. Uccidere un uomo è un crimine in certi casi, in altri no (legittima difesa). Uccidere un animale è un crimine solo se appartiene a qualcuno. Si può lavorare su questo. I crimini contro la natura cosa sono? Coltivare è un crimine? Difendere le colture dagli insetti è un crimine? Disboscare per costruire una città è un crimine? Allora o fai eccezioni tra gli animali o non la fai, per questo tiro in ballo gli insetti e non i primati. Gli insetti vanno uccisi, i primati no. (inciso: ho detto fare una vita di merda in questo caso, l’agricoltura, non che cooperare porti a una vita di merda). Per dire questo non c’è nessun bisogno di ripensare la nostra idea di animalità, concetto alquanto fumoso. Se continui a parlare di animali tiri in ballo tutti gli animali. Sarà il caso di decidersi. Ciò che dice Melanie Joy è semplicemente sbagliato. Per mangiare gli animali non c’è bisogno di nessuna giustificazione o ideologia. In natura esistono i predatori, l’uomo è fra questi. Le grandi scimmie predano, l’uomo predava e preda. Succede perché c’è un motivo per farlo, non per sport. Poi diventa anche uno sport, ma non è questo il punto. Il cosiddetto specismo e tutta una serie di pregiudizi e miti e modi di dire si sono sviluppati in seno al nostro modo di vivere, ma nessuno ha cominciato a mangiare uccidere e sfruttare perché c’era un’ideologia dietro. Quando l’uomo predava ancora neanche spiccicava parole. Il fatto che poi siano sorte delle “sovrastrutture culturali” non consente di trasformarle in cause. Questo non vuol dire in ogni caso che non si può essere contro lo sfruttamento degli animali, solo che le cose non sono andate come vengono descritte. Li sfruttiamo perché possiamo farlo, è stato fatto in passato, è servito a delle cose, ma non c’è stata una visione dietro. C’è stato un motivo, aveva senso farlo, dava dei vantaggi. Cercare dei vantaggi dalla natura è nell’ordine delle cose, non è antropocentrismo. Tirare in ballo un concetto del genere è una cazzata intellettuale. E soprattutto un conto è essere per l’abolizione dei macelli e un conto è “allargare i propri orizzonti”, che non si sa bene cosa vuol dire. Possiamo fare a meno di questi vantaggi? Se sì e se molti sono d’accordo allora si può fare. Poi non ti ho tirato in ballo gli oranghi per dire che dobbiamo vivere come loro, ma per dire che dato che condividiamo la linea evolutiva e dato che abbiamo comportamenti simili è piuttosto ovvio ricercare il perché dei comportamenti. Gli oranghi non sono capitalisti né pastori maschilisti eppure si fanno la guerra e stuprano. Ovvero, la violenza e l’aggressività sono connaturate al nostro essere e si esprimono in certe condizioni, date da un insieme complesso di fattori. Noi non possiamo eliminare la parte distruttiva, è implementata nel nostro cervello. Ciò che possiamo fare è ciò che abbiamo fatto finora, ovvero istituire società, regole, norme, educazione, eccetera, affinché i nostri comportamenti siano orientati verso la cooperazione, e che anche la competizione sia fruttuosa. Tutto ciò lo scrive lo stesso Singer, nel breve libro Una sinistra darwiniana. Il capitalismo non prevede lo sfruttamento animale, dunque non capisco per quale motivo tirarlo in ballo. Che le forze in campo che traggono profitto dallo sfruttamento animale si opporranno è ovvio, ma questo è. Il capitalismo viene però tirato in ballo per vedere misteriose connessioni con lo sfruttamento, ricordo in merito una intervista a Angela Davis, pubblicata su Asinus Novus, piena di errori di questo tipo, le solite cazzate circa l’alienazione e la mercificazione, come se la gente mangiasse carne perché è diventata merce. Nel paleolitico non facevano scontrini eppure la mangiavano, mi pare talmente ovvio… se mi fai un discorso per contrastare gli effetti nefasti del capitalismo o anche per abbatterlo, posso pure capire, ma metterlo in relazione con lo sfruttamento animale, come se la cosa fosse rilevante, non vedo a cosa serva. Non capisco perché ritieni che l’uomo abbia cominciato a discriminare gli animali. Che vuol dire discriminare? Secondo te il leone discrimina la gazzella? E perché invece per l’uomo sarebbe diverso? Siamo animali, siamo autocoscienti, a differenza di altre specie noi abbiamo una struttura cerebrale che fa emergere degli stati mentali che ci fanno percepire il nostro corpo come distinto dall’ambiente, e questo avviene con lo sviluppo, nei primi mesi di vita. Anche qua non c’è un’ideologia o un’idea di animalità. È la nostra natura. Il che non vuol dire che dunque possiamo fare qualsiasi cosa. Ma che se consideriamo gli animali come altro da noi è perché sono altro da noi. Non c’è da tirare in ballo null’altro che questo. Poi a me importa poco se certi animali li consideriamo cose o no, queste sono disquisizioni prive di senso. Alcune specie possiamo ritenerle degne di un qualcosa, altre no. Questo sempre perché di alcune possiamo fare a meno senza problemi. E proprio perché le cose nel tempo sono cambiate, molte persone vivono meglio di un tempo, e questo lo si deve anche al fatto che lavoriamo per produrre in eccedenza. E questo anche grazie allo sfruttamento degli animali. Ciò che dice l’antispecismo l’ho capito, il problema è che non ti puoi battere per tutto, ma dalle parole che leggo questo risulta. Così come era una cazzata la liberazione umana, è una cazzata la liberazione animale. Se invece mi parli di abolizione dei macelli, la cosa acquisisce un senso. Non si possono fisicamente rispettare tutti gli esseri senzienti e non è neanche consigliabile farlo. Il rispetto poi può essere espresso solo nei confronti di chi può comprenderlo, questo vale anche intra-specie. In casa ho dei ragni, ciò che faccio è lasciarli stare, ma questo non vuol dire che li rispetto. Se diventano troppi li uccido. Ma se anche non li uccidessi non li starei comunque rispettando, perché sono ragni, neanche lo sanno del mio interessamento verso di loro. Ho scritto l’umanità è quella che non per argomentare, era solo una chiosa per sfottere Mason e il suo modo insensato di nominare le cose. Quale umanità? Per forza ti sta sulle scatole, perché la prendi così com’è, perché la riconduci a una storia. Io e te non siamo l’umanità e i crimini passati non ci rappresentano. A me fa piacere che esisti e che sei vegana, ma che bisogno c’è di dire che possiamo rispettare tutti?

  7. Samuele Strati
    August 30, 2014

    Stefano, ti faccio presente, poi tu sei libero di pensarla come vuoi, ma i dati parlano da sè, che anche il tuo pensiero secondo cui “l’uomo è malvagio per natura” è frutto dell’ideologia del dominio. Hai mai sentito parlare del modello del babbuino adottato da antropologi di fama mondiale come Desmond Morris, Robert Ardrey e Raymond Dart? Prova ad indovinare perchè hanno scelto proprio quell’animale. In ogni caso, davvero, leggilo il testo di Mason, leggilo con spirito critico e saprà aprirti un mondo, anzi, ti aprirà questo.

    Samuele

    • Stefano
      August 30, 2014

      Il libro di Mason sta in biblioteca per fortuna, così potrò leggerlo. Ma, scherzo un po’, tu mi citi troppi antropologi, e pochi biologi evoluzionisti, Pievani (sempre sia lodato) a parte. Ultimamente ho letto Franz de waal, Diamond, Pievani, Dawkins, Singer eccetera. e sì, buoni e cattivi erano due visioni entrambe sfocate del passato. ma pure gli studi in cattività sui bonobo vanno presi con le molle. e scusami, ma prendere le teorie di qualche antropologo, fosse anche paleoantropologo, su ciò che facevano milioni di anni fa gli umani, senza una minima possibilità di riscontro scientifico, beh, a cosa porta? sul serio credi che gli umani avessero ritrosia a uccidere le bestie? prima ancora che un qualche barlume di senso religioso si sviluppasse? tutti gli altri, nostre scimmie cugine comprese lo facevano tranquillamente e noi no? ciò che hanno fatto le società dopo è stato rendere sistematico e funzionale un comportamento sporadico e improvvisato. Proprio Pievani in un video disponibile su youtube porta una ricerca su dei crani ritrovati in una grotta. e facendo ipotesi circa le ferite riportate, la risposta più plausibile è che gli uomini per molto tempo sono stati prede. si capisce eccome il timore nei confronti dei predatori, ancora di più la voglia di ammazzarli. capisco il senso di parlare di ideologia del dominio, ma il dominio è nato perché non poteva essere altrimenti. è l’estensione vivente del secondo principio della termodinamica.

  8. rita
    September 1, 2014

    Stefano, se per te uccidere gli animali diventa un crimine solo nel momento in cui appartengono a qualcuno significa che li consideri “cose”. Invece sono individui senzienti e questo è un fatto, non una mia opinione.

    Non ho detto che gli insetti vadano uccisi, bensì ho fatto un discorso diverso: se anche per svolgere le nostre attività capita che si uccidano degli insetti (non possiamo vivere a impatto zero) da qui non può discenderne che allora sia giusto uccidere anche tutti gli altri mammiferi, pesci ecc.; cioè, il discorso non funziona alla maniera che poiché ho ucciso un insetto per sbaglio camminando allora tanto vale che mi mangi il foie gras. Chiaro?

    L’uomo NON è un predatore. Non ha proprio la struttura fisiologica per predare. L’uomo alleva e domina, schiavizza, che è concetto ben diverso.
    Il predatore caccia la vita che trova e che gli è necessaria per sopravvivere. Necessaria. Ossia, senza morirebbe. Noi creiamo vita per distruggerla, come fai a non capire che è enormemente diverso? E non ci è necessario mangiare animali per sopravvivere, dunque la sola argomentazione che rimane per giustificarla è lo specismo, ossia il discrimine morale degli animali non umani, considerati appunti cose, res (ciò che ti fa dire, è un crimine ucciderli solo se appartengono a qualcuno, ma questo, caro Stefano, è ciò che dice la legge, eppure sappiamo bene quanto un tempo persino gli schiavi venivano considerati alla stressa stregua, ossia di proprietà dello schiavista).
    E, poi ti ripeto, se oggi non abbiamo più bisogno di cacciare o pescare, visto che non viviamo come gli Eschimesi o gli Inuit, perché continuare a farlo, solo perché l’abbiamo fatto millenni fa? Dici che non hai mai detto che le cose debbano andare in un certo modo solo perché da sempre vanno così, ma Stefano, rileggiti, è proprio quello che si evince dai tuoi ragionamenti…
    Tu ti senti simile a un leone, sei come un leone?
    Vero che siamo animali anche noi, ma perdinci, se tra i tanti difetti che abbiamo ci mettiamo pure qualche pregio, tipo la capacità di sviluppare un pensiero etico e di capire che certe azioni procurano del male a qualcun altro (leggasi: lo danneggiano, danneggiano la sua esistenza ecc.) perché ostinarci nel voler giustificare certi orrori?
    Come dice Marchesini (lo ha scritto in uno stato su FB di recente) “gli altri animali non hanno conti in banca, sistemi di allarme, residenze comode, società organizzate da leggi per difenderli… l’unica cosa che hanno e’ la loro natura… negargliela è’ il peggiore delitto che possiamo compiere nei loro confronti.”

    Dici che il rispetto può essere espresso solo nei confronti di chi può comprenderlo. Bene, immagino che se domani ti capitasse un incidente che ti rendesse mentalmente ritardato sarei autorizzata a ucciderti allora?
    E che mi dici dei neonati, dei malati di Alzheimer, degli autistici e in genere di tutte le persone che hanno problemi di comprensione?

    Ti consiglio un libriccino: Una morale per tutti gli animali di Oscar Horta, edizioni Mimesis, è breve, costa poco e risponde ad alcuni dei quesiti (magari fossero quesiti, tu ne sembri piuttosto convinto purtroppo) che ti poni tu.

    • Stefano
      September 1, 2014

      Rita, io non considero tutti gli animali come cose, forse neanche gli insetti, il concetto di reificazione è molto labile. Il senso del mio discorso è che parlare di crimine in astratto non porta lontano, perché anche uccidere un uomo diventa crimine in determinate circostanze e non in altre. Inoltre per uccidere un uomo non c’è bisogno di considerarlo una cosa. Non so se c’è un meccanismo mentale che può corrispondere alla reificazione. Si parla di circuiti cerebrali associati al disgusto che si possono attivare o meno per compiere certi gesti. In ogni caso a un certo punto si devono porre dei criteri, anche per gli animali. E vorrei capire dove sono i confini per cui è un crimine uccidere un animale. Non ho scritto che siccome si uccidono gli insetti per sbaglio allora si possono uccidere i mammiferi, ho scritto tutta un’altra cosa. Ovvero che gli insetti si possono uccidere sia perché càpita, sia perché c’è bisogno, come nel caso dell’agricoltura, o per vari altri motivi, come il semplice fastidio. Anche qui, è previsto un confine nella tua etica?

      Circa l’uomo, stai da una parte essenzializzando e da un’altra compiendo una classica fallacia naturalistica. L’uomo è qualsiasi cosa faccia, se preda è un predatore, se alleva è un pastore, se coltiva è un contadino, se si gratta è un fancazzista eccetera. Non c’è l’essenza biologica del predatore o la struttura fisiologica. Se abbiamo la capacità mentale di sparare un razzo nel culo di chiunque grazie a un sistema termo-regolato direi che ci sono le basi per assodare che siamo dei predatori. Il fatto che mangiare un animale non è necessario nel 2014 non rende sbagliato mangiarlo comunque. Questa si chiama appunto fallacia naturalistica. Può essere considerato sbagliato solo da un punto di vista etico, ma va argomentato attraverso la persuasione. Per alcuni è sufficiente il fatto che non sia più necessario, per altri no. Ci sono molte buone ragioni nell’anti-specismo quando chiede agli altri di smettere di produrre animali per mangiarli, di cacciarli o di allevarli in certe condizioni o del tutto. Al limite anche quando chiede di terminare la sperimentazione medica. Ce ne sono molte poche quando pretende di edificare un’etica basata sulla non discriminazione di specie. Questo sto cercando di argomentare. Proprio perché non mi sento affatto simile a un leone vorrei capire il senso di un’etica che mi propone di non discriminare un leone in quanto leone, ovvero non solo diverso da me in gradi notevoli, ma anche del tutto avulso dal mio ambiente, e oltretutto del tutto indifferente alla mia salute, nel caso di un incontro. Per rispondere a Marchesini, nessuno sta negando la loro natura agli animali, nel senso di cui parla. Credere che esista una natura essenziale propria di ogni essere è una nostra proiezione. Ciò che facciamo è un insieme di cose, ma chiamarlo negazione della natura è un’operazione ardita, oltretutto parrebbe un tantino antropomorfica, possiamo noi dire qual è la natura degli animali? Chiamiamo le cose con i loro nomi. Ciò che facciamo è togliere libertà, spazi, habitat, cibo, vita eccetera. Non capisco perché ogni volta si tirano in ballo le persone con stati mentali precari, non sviluppati eccetera. Il fatto che il rispetto possa essere espresso solo verso chi lo può comprendere, ammesso che sia vero, posso sbagliarmi, non ci dice che allora “deve” essere espresso solo a chi può comprenderlo. Così come non dice che “non deve” essere espresso a tutti gli altri. Ancora una volta si cadrebbe nella fallacia naturalistica. Ciò che stavo dicendo è solo che non ha molto senso esprimerlo se non viene recepito. Anche amare senza essere corrisposti non ha molto senso (purtroppo). I neonati li rispettiamo e curiamo perché li cresciamo, perché gli vogliamo bene eccetera, ma mica tutti. Ogni famiglia cresce e cura i suoi, al limite tratta bene quelli delle famiglie vicine eccetera. La società si occupa un po’ di tutti. Ha un senso perché i bambini fanno parte della società così come i malati di Alzheimer o gli autistici. Nessuno a parte i nazisti e non so se mi sfugge qualcuno ha fatto della ricchezza della vita mentale un criterio per uccidere o meno. C’è stato tutto il periodo dell’eugenica occidentale. C’erano i sacrifici umani. Le piccole tribù di cacciatori-raccoglitori ricorrono all’infanticidio per non mettere a repentaglio la vita del gruppo. Tale considerazione è stata usata per classificare gli individui, per escluderli dai diritti, per classificare le specie eccetera. A volte viene usato come argomento per dire che in fondo cosa importa degli animali. Ma certo non dice nulla circa cosa dovremmo fare agli esseri umani. Cercherò anche di leggere quello di Horta, ma se come raccontavate tu e Caffo in un video su youtube, Horta promuove la modifica degli animali per non farli litigare, la vedo ardua.

  9. Stefano
    September 1, 2014

    Giusto per scherzare, mia madre quando mi passa a trovare soffre se vede una padella rigata, un calzino spaiato, un qualsiasi oggetto fuori posto. Però fortunatamente non scriverà mai robe tipo “Un’etica per tutto”.

    • rita
      September 4, 2014

      Io non dico che c’è un’etica per tutto, dico che però almeno laddove c’è la consapevolezza che un individuo sta soffrendo a causa di mie azioni intenzionali (non necessarie), allora dovrei fermarmi. Non mi pare così difficile. Davvero.
      Al riguardo degli insetti avevo scritto qualcosa tempo fa, forse l’hai letto già, comunque era questo: https://gallinaeinfabula.com/2014/04/26/ai-confini-dellantispecismo/

      Per “rispettare la natura degli animali” intendo dire che ogni specie dovrebbe vivere nell’habitat a lei consono e fare ciò che etologicamente è predisposta a fare. Un esempio: i visoni hanno proprio un bisogno fisiologico di nuotare, per cui tenerli chiusi dentro gabbiette minuscole è un negargli la loro natura.
      Negli allevamenti si parla di “adattamento”, ma l’adattamento non è il rispetto della natura di un individuo. Pure te ti adatteresti a stare dentro una gabbietta, probabilmente, ossia sopravviveresti, ma ciò non significa che tu stia bene tenuto in condizioni simili.

      Quando dico “crimine” uso il termine in senso esteso e non solo giuridico; ovvio che per la legge crimine è solo uccidere uomini in determinati casi, mentre in altri no, come in guerra; ma è sempre sbagliato togliere la vita a un individuo senziente, ad eccezione di quando si agisce per legittima difesa e forse è sbagliato anche lì. Per la legge gli animali sono res quindi non è considerato un crimine ucciderli, però ciò non significa che sia giusto. Giusto e sbagliato sono categorie morali, è vero, e si intende ciò che può arrecare danno o piacere a un individuo senziente.
      L’etica relativista è una grande baggianata perché esistono fatti e azioni che oggettivamente arrecano dolore a qualcuno per il piacere di qualcun altro e commetterli è sempre sbagliato. Leonardo Caffo nel suo Un maiale non fa la rivoluzione argomenta filosoficamente sull’errore di perseverare secondo un’etica relativista. Relativisticamente ti potrei dimostrare che i Nazisti facevano bene a perseguitare gli Ebrei (secondo il loro punto di vista era giusto così) eppure scommetto che applicare il relativismo in certi casi ci sembra da incivili. Non capisco perché invece torni sempre comodo quando si tratta degli animali non umani. Ovvio, perché la cultura specista ci ha formati.
      Argomentami, se puoi, per quale motivo il piacere del mangiare la carne di agnello dovrebbe valere più della vita di quel soggetto cui si toglie la vita per soddisfare quel piacere. Argomentami perché il piacere mio dovrebbe essere superiore al dolore di qualcun altro.

      Mangiare un animale oggi non è sbagliato perché non necessario, bensì perché arreca dolore a quell’animale. Se mi fosse necessario per sopravvivere allora si tratterebbe di due vite in gioco sullo stesso piano, ma poiché non è così, tutto quel che rimane è solo un arrecare dolore.

      Solo una parte della filosofia di Oscar Horta tratta l’argomento del dolore degli animali in natura, nel libriccino che ti ho suggerito parla soprattutto dello specismo e dà delle motivazioni forti per confutarlo.

  10. Stefano
    September 4, 2014

    Rita, Caffo crede nel bene e nel male, però saggiamente ha chiamato il suo antispecismo “debole”. Il relativismo etico è frainteso e male usato, da Caffo stesso. Il fatto che non esista un modo oggettivo per stabilire la bontà o la giustezza di qualsiasi sistema etico (questo è il relativismo etico) non implica che non si possano esprimere preferenze per un sistema etico, secondo i migliori argomenti che si possono trovare, sempre tenendo presente che di accordo si tratta. Il fatto che siamo dotati di sentimenti ci consente di esercitare un’etica, ma di certo non possiamo pensare che l’etica esista di per sé. La mia vita non vale più di quella di nessuna altra vita, ma quando le condizioni in campo contrappongono gli interessi succede qualcosa. È questo che coloro che fanno parte dei movimenti antispecisti (ma chiunque in generale) dovrebbero avere ben chiaro. Allora non capisco come fai a non vedere la contraddizione nelle tue parole e in molte parole che leggo. Non c’è bisogno di essere antispecisti per immaginare una società vegetariana o vegana o più rispettosa. Basta avere una certa sensibilità per alcune specie di animali. Ma già se parliamo di habitat viene fuori la contraddizione. Il visone ha un suo habitat, l’uomo no. L’uomo se lo crea, e lo fa distruggendo quello degli altri animali. Questa contraddizione è intrinseca alla vita tutta. Tutti gli organismi si contendono spazi e risorse, al prezzo della vita. L’antispecismo cosa dice in tal senso? Un vegano non ha esteso il suo cerchio morale a qualsiasi essere vivente, si limita a non fare alcune azioni, secondo le sue possibilità, motivato dal dispiacere che prova nei confronti degli animali che prima uccideva e controllava. Non ha preso in esame tutto il vivente. Chiamare ciò discriminazione, ovvero specismo, è un’estensione scriteriata che non porta a nulla, se non a vacue petizioni di principio. Ha un senso combattere il razzismo e il sessismo perché possiamo riconoscere le vittime. Così come ha un senso battersi contro lo sfruttamento animale, quando questo viene circoscritto a pratiche bene precise e riconoscendo in quelle una forma che adesso si chiama specismo, ma che per me è problematica, anche se non è questo il punto. Non riesco a capire, a meno di tenerlo come ideale utopistico, che penso sia pericoloso ai fini di voler essere credibili, il concetto di animalismo come “essere per la vita di ogni animale”, a meno di non volere essere un movimento spirituale con le contraddizioni del caso.

    Ho ordinato in libreria il libro di Horta e quello di Caffo-Marchesini “Così parlo…”. In biblioteca i due testi di Melanie Joy e un altro di Marchesini. Il libro di Mason l’ho letto. Buona la parte che decostruisce e rilegge sotto una certa ottica vari periodi tragici e un certo afflato etico. Inspiegabile il voler nascondere la caccia come pratica dei raccoglitori, alla luce di tutti i dati oggi disponibili. Azzardato e un po’ idealizzato il riferimento al mondo spirituale e alle abitudini di quelle società, basandosi su tesi antropologiche del tutto prive di riscontro. Pessima la retorica sugli animali come esseri commoventi. In questo modo si butta in vacca (per usare un’espressione specista) ogni cosa. Vorrei capire cosa ci trova di commovente nel loro continuo eliminarsi a vicenda. E in ultimo spiace anche la tirata contro la pornografia, dando forza al femminismo fanatico e moralista e privilegiato statunitense, quando ci sono tutt’altri femminismi. Nessuno è perfetto

    • rita
      October 9, 2014

      Stefano, l’antispecismo intanto mira a combattere lo sfruttamento istituzionalizzato degli animali (allevamenti, vivisezione, circhi ecc.) e questo mi pare sia un terreno abbastanza definito e circoscritto.
      Che poi si rispetti anche gli individui senzienti, diciamo, in natura, facendo attenzione a non ucciderli per errore non lo vedo come un discorso improponibile, seppure non sempre praticabile. Anche tra umani ci si rispetta e ci si sforza di non arrecarci danni (almeno quelli di noi che hanno una morale volta al rispetto dell’altro), seppure questo non ci dispensa a volte dal causare incidenti, cioè danni, ferite e morti accidentali. Ma avrebbe senso, sol per questa infausta eventualità, dire che allora un’etica improntata al rispetto dell’altro non sia praticabile?

      Sono contenta che hai preso tutti questi testi. Fammi sapere poi cosa ne pensi appena li hai letti.

      (scusa se rispondo solo ora a questo tuo ultimo commento, ma mi era sfuggito).

  11. Samuele Strati
    October 9, 2014

    Dato che citi i dati oggi disponibili, dovresti sapere come sono strutturati, se hai letto bene il libro di Mason. La veridicità di ciò che viene esposto in merito alla caccia è riscontrabile lungo tutta la stessa Storia umana, anche oggi. Le analogie parlano chiaro. Perchè dici azzardato il riferimento al mondo spirituale? Il discorso è uguale a quello della caccia, è perfettamente logico. E in ultimo, quando Mason parla di animali commuoventi, non si riferisce al fatto che essi commuovono creando sensazioni di pietà, pena o tenerezza, ma si intende che essi COM-MUOVONO, nel senso che stimolano e sollecitano l’attività cerebrale, inducono la riflessione e MUOVONO il pensiero.

  12. Stefano
    October 29, 2014

    @ Samuele

    Sia Jared Diamond sia Roberto Marchesini concordano sul fatto che le società umane dell’epoca sterminarono tutta la megafauna. Oggi viene ridimensionato il ruolo dell’apporto energetico, e ad esempio Sarah Hrdy ritiene che la pratica della caccia più che un movente di pura sopravvivenza fosse diventato un mezzo che gli uomini usavano per competere. Se si fossero messi anche loro a raccogliere cibo vegetale forse l’apporto energetico sarebbe stato maggiore e più stabile, rispetto a una caccia dispendiosa e insicura, ma un animale come trofeo fa molta più scena. Sia come sia, l’uomo inizialmente è stato una preda e poi un predatore. Qua credo che Marchesini sbagli, sebbene affronti il tema della violenza e del sadismo, nel modo in cui puntualizza che l’uomo non è filogeneticamente un predatore. Primo perché non si risponde ad una fallacia naturalistica con un’altra fallacia naturalistica (se sia giusto o meno cacciare non dipende dalla nostra storia filogenetica); secondo perché il comportamento umano è evidentemente piuttosto slegato dalla nostra filogenesi, proprio per quell’accidente che chiamiamo autocoscienza. Per cui va bene specificare che l’uomo non ha la natura del predatore che siamo soliti associare ai predatori, ma lo stesso preda. Inoltre trovo azzardata la sua tesi della rottura del patto filogenetico, l’idea che l’uomo attraverso la tecnica abbia reso la sua caccia un’altra cosa. La sua mi sembra una lettura antropocentrica dell’evoluzione, in questo specifico punto. Per contrastare un fenomeno come la caccia, sul piano etico, è sufficiente un po’ di senso della misura. Ma che esista un patto è un’idea umana, e che l’uomo lo debba rispettare, lo stesso. Dunque la si propone con altri argomenti, con la persuasione, e non appellandosi a un principio di natura.

    Il discorso sull’animismo è azzardato semplicemente perchè non c’eravamo, e non ha alcun fondamento scientifico il lavoro degli antropologi su quel fronte. Non si può dire cosa pensassero quegli uomini e quelle donne. Vengono trovati dei teschi in una caverna con due buchi e si parla di cannibalismo. Vengono confrontati i buchi con la dentatura di un predatore e si parla di uomini predati. Direi in ogni caso che non ha alcuna importanza. Per attaccare tutta un’ideologia guerresca, patriarcale e dominatrice ci sono argomenti a iosa. Ma non c’è nessuna relazione causale tra la caccia e la guerra. Mettere assieme le violenze subite dagli umani e quelle subite dagli animali è un’operazione ideologica che non ha alcun fondamento, se non la voglia di unire il tutto sotto una comune bandiera. Mi ricorda un’intervista ad Angela Davis pubblicata tempo fa su Asinus Novus, piena zeppa di assurdità.

    @ Rita

    I lavori di Marchesini sono davvero interessanti, mi è piaciuto molto il suo dialogo con Caffo, e approfondirò il post-umanesimo. Mi sono scritto delle cose, ma al limite le posterò fra qualche tempo, quando avrò le idee più chiare. Il punto che trovo più problematico è ovviamente la parte propositiva della sua tesi, che si riallaccia a quell’idea di rottura del patto filogenetico. Per questo appunto leggerò altre sue cose e starò in ascolto.

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