Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Palermo e l’eremita contemporaneo

Come regalo estivo, pubblichiamo un suggestivo racconto di viaggio, ecologista, ma non espressamente politico, che non parla di animali né di antispecismo.

L’animale umano che scrive, però, rivolge uno sguardo aperto, discreto, delicato e visionario alla Natura viva che attraversa, il che da solo, forse, contiene molta della filosofia che ci occorre.
Buona lettura!

Trascrizione di appunti di viaggio
di Massimo Berardi

Palermo è una rosa. Rosa è il cielo stasera appena velato ed anche il monte Pellegrino rosaceo e roccioso, la guarda daEremitaPalermo lontano, la protegge. È Pasqua ma ho visto solo indiani stamattina per strada, cristiani, andavano a messa vestiti a festa, colorati di veli e gingilli di primavera. Musica mediorientale invade il pomeriggio fino a sera, mancano solo i minareti quando dal terrazzo del mio ostello guardo i tetti di alcuni isolati proprio lì sotto ed é incredibile, sembra di sentire ancora i bombardieri alleati… Interi caseggiati col tetto sfondato, i solai spezzati fanno intravedere intimi particolari di vite che sembra impossibile si siano svolte lì, davanti a quelle pareti crepate, a quelle mattonelle bianche ancora aderenti.
Su questo terrazzo lo spazio è dimezzato dalle piante. Splendide felci sfavillano dentro enormi vasi rinvigorite dalla recente innaffiata del buon Salvatore, nonostante siano sormontate e oppresse da una magnolia ciascuna, piantata dentro un ulteriore vaso di diametro inferiore per lasciar spazio alle felci tutto intorno. Questi alberi, non più alti di un due o tre metri, salgono dritti come pali per invadere poi l’aria con i loro rami indecisi e le loro foglie lucide e pesanti, che al vento suonano fra loro come fossero di cartoncino. La frescura di questa terrazza è massima ora, al crepuscolo il verde che ti circonda diviene intenso, un verde foresta e lì sulla destra, piantato semplicemente dentro un vaso poggiato per terra, un enorme cactus svetta e scruta ogni cosa tramite il suo periscopio, quattro fiori gialli giganti posti in cima, a croce perpendicolari al fusto: Nord, Sud, Est, Ovest.
Palermo è una rosa e le sue piante si fanno notare. In alcune piazze della città e soprattutto nello splendido orto botanico, si possono vedere degli alberi della famiglia delle mangrovie talmente grandi da non riuscire ad inquadrarli con tutta la chioma ad oltre trenta metri di distanza con un 50 mm. I rami, nodosi come quelli delle magnolie e dei deboli fichi, forti e impazziti vanno in tutte le direzioni, in alto, a destra, sinistra, di sbieco, e taluni anche giù, diretti verso il terreno e grossi come zampe d’elefante. Qui si radicano affondando nella terra e mille radici poi risalgono e avviluppano le zampe. Una moltitudine inestricabile dove le radici salivano a divenire rami, o questi ultimi scendevano per farsi radice. Sotto quelle fronde si forma quindi un vero colonnato di legno vivo completamente irrazionale degno del miglior Gaudì. Le radici principali invece nascono alla base del gigantesco tronco e per terra strisciano radiali come delle anaconde dal diametro di un metro e mezzo fino a sparire nel terreno a parecchi passi di distanza.
Palermo è una rosa vista dal belvedere di Montereale, che cresce e vive in una piana circondata da monti rocciosi e brulli. Una conca ricca e naturalmente protetta che guarda il mare. Pochi sono gli agrumeti rimasti, il terreno scuro e fertile è stato schiacciato da milioni di tonnellate di cemento inutile. Periferie enormi, palazzine ed orrori vari per svuotare un centro talmente vivo da non aver perso molto del suo spirito mediterraneo, un porto caldo e accogliente. Il limite occidentale è appunto protetto dal monte Pellegrino, un antico complesso roccioso che sembra una mastodontica fortezza, un perfetto Quadrilatero che si affaccia sul Tirreno a difesa della città.
Uscendo da Palermo una strada di campagna costeggia una parete verticale, roccia rosa e grigia che termina nel verde di un agrumeto risparmiato dalla speculazione edilizia. Migliaia di mandarini piantati in filari perfetti. Sono pubblici e incolti, sembra che nessuno li curi, ma loro vivono sfrontatamente bene, vogliosi di produrre frutti squisiti per tutti coloro che si prendono la briga di andarseli a cogliere, come me e il mio compagno di viaggio che, sdraiate le bici, facciamo un’abbondante colazione. Superato il monte Pellegrino, una piccola piana che si frantuma sul mare nella morbida spiaggia di Mondello. Subito dopo, proseguendo a Nord, il Monte Gallo impedisce l’accesso al mare. E’ oggi una riserva naturale, appare impervio come il “fratello” Pellegrino ma desolato e brullo. Due cime principali, la prima da sempre disabitata, tranne che per la presenza di un faro dell’esercito monarchico ora in disuso e abbandonato, o quasi si scoprirà. L’altra cima invece è stata inverosimilmente infestata da decine e decine di condomìni di cemento armato risalenti agli anni ottanta.  Sono abbarbicati sulla montagna come tanti parassiti immobili, non vivi e geometrici, completamente in contrasto con l’ambiente, anzi con l’universo. Anche perché pochi sono quelli abitati, apparentemente nessuno, una tragica installazione permanente di anti-Arte post-contemporanea.
Siamo saliti fin sotto i primi edifici percorrendo una strada in asfalto. Alcuni sono quasi ultimati, altri sono lasciati senza infissi e pavimenti, altri in fase di finitura ingabbiati da ponteggi di un amaranto acceso. Altri ancora sono scheletri da cui nascono ferri arrugginiti. Il primo che si incontra è solo una enorme gettata di cemento, nel mezzo una vecchia e stanca gru gialla e ruggine sorregge a fatica dei blocchi ferrosi, una molazza e dei contrappesi. Fili di ruggine sbucano ovunque dal cemento come piante selvatiche, sembrano essersi approfittati della passata siccità. Per salire sulla cima disabitata da lì parte una mulattiera piuttosto comoda a piedi, ma io e il mio amico decidiamo di scalare per un altro versante.
Avendo io la fobia delle alture e del vuoto immenso, giudicavo la salita percorribile quasi a piedi e quindi una moderata prova per il superamento di tale debolezza. Ma già dai primi gradoni mi resi conto che a breve mi sarei dovuto aiutare con le mani. Il vento man mano che salivamo cominciava a soffiare contro sempre più forte e sempre più freddo, gelando il sudore che colava più per paura che per fatica nei tratti più verticali. Il paesaggio solitamente brullo era comunque addolcito dalle recenti piogge da un sorprendente verde primaverile, erbe e piante selvatiche che ho tranciato più volte con le mani nel tentativo di non precipitare verso il vuoto alle mie spalle. Settecento metri di dislivello molto più impegnativo di quello che sembrava dal basso, diversi momenti di blocco per puro panico da precipizio, decine di piante estirpate e la maglietta zuppa erano forse il giusto prezzo da pagare per lo spettacolo.
In cima un piccolo altipiano rasserena subito la vista. Ancora più erboso della costa, fiori selvatici e piante commestibili, i finocchi erano i più diffusi e rigogliosi. Questo prato termina improvvisamente verso N-Est, uno strapiombo netto, centinaia di metri e giù il mare schiumoso e turchese sui piccoli scogli. A sinistra l’altro versante della cima infestata dal cemento finisce anch’esso con una parete esattamente verticale. Questa cresta a zig-zag è una evidente frattura geologica, una roccia spaccata in verticale sul mare, staccata a forza, un pezzo d’Africa, la Sicilia, finito qui nel Tirreno, come una scheggia che rotola per la forza impressa alla deriva, come un enorme iceberg di deserto mosso e traslato di centottanta gradi, tanto da non poter  più vedere la terra natia davanti a sè, ma tutto il Tirreno.
Superata una piccola pineta sulla sinistra, percorriamo un sentiero nascente. Questo comincia man mano a colorarsi ad ogni grande roccia che lo delimita con cuori disegnati tramite sassolini gialli verdi e rossi incastonati con cura con della malta. Poi queste rocce cominciano ad essere proprio intarsiate di pezzi di vari materiali colorati e specchi minuscoli tagliati geometricamente. Il sentiero porta verso l’ultima altura dove si erge il faro abbandonato. Il vento è diventato insopportabile dopo che delle grosse nuvole hanno oscurato il sole, freddo e fendente mi stava asciugando il sudore sulla pelle ormai gelida. Eppure siamo in Sicilia, ma la primavera quest’anno si è fatta attendere e il clima è ancora temperato. I simboli sulle rocce sono ormai continui, oltre ai cuori si vedono stelle di David, triangoli e soli. Si arriva al muro di cinta dove da una entrata si accede ad una scala in laterizio tipicamente militare. Ai lati dell’entrata due sagome di angeli ad ali spiegate sembra diano il benvenuto con le loro tuniche svolazzanti. Sono dipinti, ma salta subito all’occhio (almeno il mio) la cura e la precisione con la quale il colore è stato steso, ed anche la qualità visto che esposto com’è risulta aderente e vivido, pur trattandosi certamente di colori alla calce. Saliti tutti i gradini della scala si arriva ad una grande terrazza che guarda a valle, alle spalle la struttura ottocentesca del faro e poi il mare.
La porta è aperta ma il passo è trattenuto da una grande scritta incastonata nel muro. E’ un passo dell’Apocalisse. Scritto in stampatello non sembra artigianale per le linee assolutamente rette delle lettere. Difatti non è stata la mano dell’uomo a plasmarle, ma del… mare. L’uomo, chiunque abbia composto quel mosaico, ha solo selezionato dei sassolini bianchissimi, identici da quella distanza. Difatti la scritta campeggiava almeno a quattro metri di altezza sul muro d’entrata. Ogni sassolino oblungo misurava circa tre centimetri e sono stati utilizzati come stanghette per lettere in stampatello, tipo l’orario delle sveglie digitali. Letto il lungo e appena catastrofico avvertimento a coloro che v’ entrano, varchiamo la soglia e subito l’interno del faro, seppur in disuso e senza infissi,risulta vivo e caldo. Ora penso di capire il monito scritto all’entrata o lo interpreto a modo mio: “Lasciate ogni contingenza o voi ch’entrate”. Tutta la superficie delle ampie pareti è ricoperta di piccoli sassi levigati, posizionati con strabiliante precisione senza lasciare un millimetro quadrato spoglio. Una meraviglia che abbaglia gli occhi e lo spirito. Divisi per dimensione ed attaccati all’intonaco, pulito e solido, con una malta grigio-bianca finissima. Tutti in fila come tante mentine a foderare centinaia di metri quadri di pareti altissime, un fondo monocolore per angeli e stelle sparsi nell’ambiente, anch’essi mosaici di mille sassolini e specchi, pezzi di vetro e plastica colorati.
Si respira una intensa aria di religiosità che incute un leggero rispetto al limite col timore, sembrava di profanare un tempio. Ma porte non ce n’erano, né chiavistelli, solo le aperture a Nord che affacciano sul mare sono sbarrate con pali e pannelli. Chiunque abbia realizzato quei mosaici ha dovuto faticare non poco. La struttura del faro è circolare, una scala elicoidale al centro e numerose stanze intorno, al piano terra. Gli ambienti sono puliti e silenziosi sempre avvolti da mosaici. Si entra piano, senza chiedere permesso, è Pasquetta e l’uomo che ha compiuto l’opera e che chiaramente vive lì oggi non c’è, forse proprio per non vedere nessuno. C’è la cucina, o meglio l’ambiente dedicato a consumare qualche cibo della provvidenza. Nessun mobile, qualche tavola per scaffale, un piano in legno. La stanza da letto è ancora più spoglia, un letto a rete della nonna, un tessuto leggero a coprire probabilmente altre tavole come armadio, ed un bel tappeto mediorientale per terra come scendiletto, ma gli ambienti pur vuoti risultano pieni, per lo meno di mosaici. Una vita monastica, di distacco totale, l’esistenza di un eremita, nel 2010 a Palermo. Solo la religiosità, anzi il misticismo di un vero eremita può condurre, non solo all’idea e alla realizzazione di un lavoro simile, ma sopratutto alla suo compimento pulito, esatto, finito. Oppure l’inverso: a forza di attaccar tessere si arriva a Dio. Dieci anni ci vorranno per compiere un’impresa del genere, sembra impossibile che sia opera di una sola persona. Solamente per trovare la quantità sufficiente di tessere, calandosi sicuramente fino al mare per poi caricarseli fino al faro, selezionarli accuratamente, dividerli e pulirli, beh già questo è un lavoro che richiede uno spirito simile agli uomini dell’epoca medievale almeno.
Il cilindro principale, quella specie di campanile tozzo, all’interno è un mosaico ocra che ricorda Sironi. Sassi da due centimetri e poi da uno alternati secondo regole sconosciute. Salendo la ampia scala a chiocciola si arriva allo stanzone che conteneva la lampada. Ampie finestre senza infissi si aprono ai quattro venti; oppure i quattro venti irrompono nella stanza che quasi vorrebbero portar via tutte le tessere. Ma certo non accadrà, la malta è composta sicuramente con sapienza, di ottima tenuta, in qualche maniera l’eremita si procurava, o addirittura cuoceva egli stesso, della calce di ottima qualità. L’aderenza all’intonaco è tenace come nei mosaici eseguiti a regola. Una decorazione accostabile ai mosaici di Monreale. Innanzitutto perché la stessa forza lo stesso stimolo mistico hanno mosso quelle mani artigiane. Una religiosa applicazione, il Mantra del mosaico, che permette l’esecuzione perfetta, eppure inevitabilmente piena di irregolarità. Immaginare poi che quest’eremita abbia fatto tutto da solo, eleva il suo lavoro al livello spirituale ed artistico degli antichi artigiani cosmateschi, pur non essendo così raffinato e prezioso.
Il lavoro di raccolta, setaccio e trasporto, ho detto, deve essere stato molto faticoso. Pensare poi alla fabbricazione della malta, non si sa con quali sabbie e terre trovate dove, la sua stesura fino a sei metri di altezza, senza la traccia di un ponteggio, incute rispetto per l’opera che si ha di fronte. Immaginarlo da solo, sospeso sul muro ( come?), con una scorta di tessere, una spatola in ferro e un secchio di malta a compiere lenti, innumerevoli identici gesti, applicare e schiacciare un sassolino che di fronte a tutta la parete è una mosca e schiacciarla delicatamente sulla malta omogenea e fresca, e poi un’altra, e ancora e ancora…
Non lo abbiamo visto quel giorno l’eremita, ma a volte continuo ad immaginarmelo completamente isolato a finire e rifinire quel lavoro “contemporaneamente” inutile, ma in perfetta armonia col contesto, il paesaggio, la tradizione e chissà? Forse pure con Dio. Un’opera d’arte.

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This entry was posted on August 16, 2014 by in Racconto.

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