Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

di Rita Ciatti

Avevamo lasciato Cesare che insieme ai suoi compagni liberati si allontanava dalla città e dal mondo antropizzato,Il_pianeta_delle_scimmie_-_Revolution rinunciando a qualsiasi tentativo di vendetta contro gli umani: il messaggio finale de L’alba del pianeta delle scimmie era bellissimo. Tutto quello che i primati non umani desideravano era tornarsene a casa, nel loro habitat naturale, per poter vivere in pace finalmente affrancati dal dominio degli umani.
Non che lo si potesse definire un film propriamente antispecista (i motivi li spiego qui), ma c’era spazio per una riflessione sulla nostra specie e sul futuro che ci aspetta se non saremo in grado frenare la spinta al dominio e allo sfruttamento incontrollato del pianeta.
Il sequel Apes Revolution – diretto da Matt Reeves, già regista di quel gioiellino che è Cloverfield – si apre a dieci anni esatti dalla fuga di Cesare e con un breve prologo in cui ci fa capire che il mondo così come lo conosciamo oggi non esiste quasi più (almeno in concreto, mentre in potenza, come poi si vedrà, è rimasto sostanzialmente invariato). Il risultato degli esperimenti in laboratorio cui erano state sottoposte le scimmie nel tentativo di trovare una cura per l’Alzheimer (gli stessi che, guarda caso, avevano reso Cesare più intelligente: il che dà una lettura ambigua della sperimentazione animale, come se da una parte fosse causa di disastri irreparabili, ma dall’altra fosse ciò che ha permesso alle scimmie di evolversi in direzione dell’umano, acquisendone determinate capacità cognitive assunte come parametri di massima intelligenza e senza che il dilemma etico della sua liceità o meno venga minimamente sfiorato) si è dimostrato un virus letale capace di decimare la popolazione umana, ad accezione di un gruppo di superstiti geneticamente immuni che ora si sono riuniti in una colonia nella vecchia San Francisco. Le risorse energetiche scarseggiano e l’unica possibilità che hanno per andare avanti è cercare di rimettere in funzione una diga che si trova all’interno della foresta, proprio vicino al luogo in cui le scimmie hanno stabilito il loro villaggio. Il topic del film è la possibilità di evitare il conflitto e la scommessa di una convivenza pacifica tra i due mondi, quello degli umani e quello delle scimmie.
Ciò che lo spettatore si chiede è: ma questi umani dovranno aver pur imparato qualcosa dopo la catastrofe causata dal delirio di onnipotenza – la solita vecchia Hybris di cui già parlavano i Greci – che li ha praticamente decimati? E le scimmie, che nel film precedente sembravano essere dotate di una saggezza innata e di uno spirito comunitario improntato alla solidarietà e cooperazione, per quanto gerarchico (è Cesare che le istruisce e guida), anziché sul dominio e la prevaricazione, sapranno mostrare agli umani che un altro tipo di società è possibile?
Ebbene, la risposta è no.
Quello che Reeves ci presenta – in maniera veramente didascalica, nonché retorica, banale e anche un po’ grottesca – è sostanzialmente un mondo di umani che non ha imparato nulla dai propri errori e che anzi fa di tutto per ricostruire ciò che ha perduto; e un mondo di scimmie che risulta essere una copia esatta, ma svilita, di quello degli umani. Scimpanzé, gorilla, bonobo e oranghi vanno a caccia, montano cavalli (quindi dominano, sfruttano e uccidono altre specie), maneggiano lance, fuoco, utensili vari, disegnano, scrivono, costruiscono alloggi, si adornano e dipingono il corpo e, alcuni di loro, parlano persino; sono praticamente come eravamo noi migliaia di anni fa. Hanno però una legge che li differenzia dagli Homo Sapiens: non si uccidono tra loro. Direte: non è poco.
Sappiamo invece quanto riduttivo sia il concetto di un rispetto inclusivo di un solo gruppo di viventi: ciò che determina l’istituirsi di un cerchio privilegiato oltre cui consentire e giustificare qualsiasi tipo di abuso e dominio su coloro che ne stanno – o ne vengono arbitrariamente espunti – al di fuori.
Scimmie non uccidono scimmie” dicono i vari protagonisti. Ma sono pronti a scatenare una rivoluzione armata per proteggere il loro territorio, mettendo a repentaglio la loro stessa sopravvivenza.
Forse l’unico aspetto degno di nota è quello della caratterizzazione ambigua di Koba. Koba è un bonobo che nutre profondi sentimenti di rancore verso gli umani perché, prima che Cesare lo liberasse insieme agli altri, era stato vittima di atroci esperimenti in laboratorio. Sfregiato sul volto, pieno di cicatrici sul corpo, degli umani, come dice Cesare, ha conosciuto solo il lato cattivo. Non si fida, sa che gli umani mentono, possiedono le armi e che non esiterebbero a sterminare tutte le scimmie per i loro scopi.
Quando, con una menzogna (quindi ha imparato a mentire esattamente come gli umani o sapeva già farlo? Mi viene in mente “Senza Colpa”, il romanzo di Cimatti, di cui ho parlato qui) prende il comando di tutte le scimmie e le muove ad attaccare gli umani svela il suo duplice scopo: non solo prevenire il loro attacco per scongiurare il pericolo di essere uccisi, ma anche vendicarsi. Ciò che vuole è far passare agli umani quello che egli stesso ha vissuto e conosciuto a causa loro: la prigionia, il dominio, la prevaricazione assoluta, l’abuso, la violenza, il dolore.
Koba è l’antagonista cattivo, il mostro, colui che accecato dall’odio e il rancore tradisce Cesare e il suo gruppo e finanche gli umani (in una scena li prende bellamente in giro fingendosi più stupido di quel che è).
Ma questa caratterizzazione di un cattivo a tutto tondo può reggere soltanto in un’ottica antropocentrica in cui non si dà spazio alcuno al rimorso e pentimento da parte degli umani. Né gli umani fatti prigionieri e rinchiusi dietro le sbarre riflettono su quelle che sono le modalità della nostra specie nei confronti delle altre. Koba è un cattivo e basta. Non un individuo distrutto, ferito nell’animo e nel corpo – e per questo  divenuto cattivo – quale invece è, a voler assumere una prospettiva antispecista.
Neanche Cesare, che lo liquida con due parole, quasi dandogli dell’ottuso incapace di vedere il lato buono degli umani, sembra capirlo. “È passato tanto tempo” dice all’inizio, a dimostrare che ciò che è stato è stato e si può essere pronti a dimenticare, se non proprio a perdonare. Ma chi non riesce a vedere forse è proprio Cesare. Non vede le ferite sulla pelle di Koba, le sue cicatrici, lo stigma evidente di un torto – quello che gli umani gli hanno fatto – che non può essere riparato o dimenticato. Perché lui, Cesare, degli umani ha conosciuto anche il lato “buono” e si fida ancora, cerca una seconda occasione di convivenza reciproca, occasione che non ci sarà per colpa di Koba che ha rovinato tutto. Koba il cattivo quindi. In un’ottica antropocentrica. Koba la vittima invece, in un’ottica antispecista. Che non giustifica la vendetta, ma almeno comprende il suo rancore e dolore e ce lo fa vedere come il personaggio certamente più riuscito, almeno dotato di una certa complessità proprio per questa ambiguità di fondo che poi, alla fine, è tutta umana perché chissà, forse i primati non umani davvero non sarebbero capaci di nutrire sentimenti di vendetta e, se solo gliene offrissimo la possibilità, magari ci perdonerebbero pure.  Ma sono supposizioni oziose su cui non credo sia giusto indugiare in quanto significherebbe attribuire ai non umani dinamiche e sentimenti solo nostri.
Ciò che nel film vien fuori invece, sostanzialmente, è che umani e scimmie non sono molto diversi tra loro. Esistono umani buoni come umani cattivi e così esistono scimmie buone e scimmie cattive.
Il difetto maggiore tuttavia non è tanto quello di non essere stati capaci di elevarsi da una prospettiva miopemente antropocentrica, quanto di aver fallito miseramente nel cogliere lo spunto di una riflessione sui limiti e possibilità della nostra specie, riflessione che pure in potenza non mancava. Ché non sarebbe stato necessario tratteggiare di più i non umani – appunto sarebbero state gratuite attribuzioni antropomorfiche – quanto di definire meglio ciò che appartiene a noi come specie, nel bene e nel male. Possibilità e limiti.
Merita di essere visto? La realizzazione delle scimmie è eccellente, sembrano animali veri. La sceneggiatura mediocre è funzionale a un’opera di puro intrattenimento. Tutto è molto molto hollywood style nell’accezione dell’industria che produce film destinati al consumo di massa. Quindi dipende dai gusti, da ciò che si cerca in un film, se il solo  desiderio intrattenimento o un’occasione per riflettere.

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This entry was posted on August 8, 2014 by in Recensione.

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