Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Una risposta a Renato Massa che ha definito “l’animalismo estremista: una patologia sociale”

di Rita Ciatti

Il sistema più comune ed efficace per indebolire un movimento consiste nel ‘far fuori l’ambasciatore’.  

Se si discredita chi comunica il messaggio, esso perde credibilità. Questa strategia si traduce molto spesso nella traduzione di stereotipi negativi riguardanti gli attivisti come quelli dell’amante degli animali piagnucoloso o del misantropo incazzoso. Tali cliché suggeriscono che il movimento è irrazionale e ostile nei confronti degli ‘outsider”, sposta il focus su immagini distorte degli attivisti, distrae dal problema vero, denigra l’emotività di quella che in fin dei conti è una mera questione emozionale, e può mettere a tacere gli attivisti facendoli sentire delle mammolette.” (Melanie Joy – Finalmente la liberazione animale! – Edizioni Sonda)

L’autore del pezzo in oggetto, Renato Massa, anziché confutare un’idea tramite argomentazioni preferisce, con un goffoscrofe duplice salto mortale, saltare la stessa a piè pari, avvalendosi di alcuni stratagemmi retorici, due in particolare.

Il primo è quello della creazione di un mostro, “l’adepto psicopatico” (scrive proprio: ” Gli adepti – dobbiamo dirlo con chiarezza – sono essenzialmente persone psicopatiche”) – definito tale per sport, sembrerebbe, in quanto immagino che egli non abbia gli strumenti per poter definire una persona psicopatica e, qualora ne avesse, sarebbe stato appunto interessante che egli avesse approfondito e spiegato i motivi che lo hanno portato a una così violenta e definitiva conclusione (tralasciamo inoltre che qui addirittura ci si azzarda a definire tale un’intera categoria di persone);  per di più, “l’adepto psicopatico” sarebbe a suo dire privo di qualsivoglia istruzione scientifica (da qui debbo dedurne che egli, il Massa, conosca per filo e per segno il curriculum vitae di ogni animalista), detto in altre parole: si costruisce ad arte uno stereotipo, una maschera ridicola e caricaturale, e la si appiccica addosso alla persona che si intende denigrare perché quel che conta – lo scopo di tale operazione artificiosamente retorica – non è discutere un’idea, ma squalificare la persona che ne è portatrice onde squalificare l’intera galassia (stratificata, diversificata ecc.) di cui fa parte.
Si cerca di tratteggiare il profilo dell’animalista secondo vari stereotipi al fine di metterne in ridicolo le istanze che porta avanti: così egli, l’animalista, sarebbe un patosensibile, un adepto (lasciando sottointendere che faccia parte di una “setta”: e anche qui il Massa dovrebbe definire meglio cosa intenda per “adepto”, visto che la definizione che se ne dà nei principali dizionari non corrisponde affatto ai tanti profili del variegato e diversificato movimento per la liberazione animale, per sua natura non riconducibile, vista la molteplicità dei soggetti che ne fanno parte, ad una definizione univoca; comune è lo scopo, infatti, uno scopo che crea appartenenza al movimento, ma non il percorso – che rimane sempre individuale – che ha condotto ad esso e non i metodi, i comportamenti, gli approcci verso l’esterno, che sono sempre e soltanto ascrivibili al profilo individuale. Detto in altre parole, ed è persino banale dirlo, i soggetti che fanno parte del movimento animalista sono tutti diversi tra loro, di diversa estrazione sociale, di diversa istruzione, di diverso temperamento e carattere, così che parlare di “adepti” – sottointendendo una“setta”- non può che suonare scorrettamente pretestuoso); sempre il Massa definisce inoltre “l’adepto animalista” quale una persona di scarsa istruzione, oppure un estremista, violento, aggressivo nei modi e via dicendo.
Ovviamente gli episodi cui fa riferimento sono sempre quelli che sembrano giustificare tale definizione, così si bada bene dal riportare le numerose lodevoli attività, teoriche e pratiche, del movimento animalista, così come i lavori e le discussioni accademiche (cita i filosofi, ma anche qui, in maniera del tutto arbitraria, non resiste alla tentazione di metterli nel calderone degli “psicopatici”), il volontariato, le numerose campagne in difesa di chi non ha voce, le azioni dirette nonviolente di disobbedienza civile, ma si citano sempre e soltanto quelle sommariamente riconducibili al generico movimento ALF (che per la sua aleatorietà e poiché non si tratta di un’associazione riconoscibile con un suo manifesto, statuto, portavoce ufficiale ecc., è comodo strumentalizzare all’occasione; per dirne una: qualsiasi persona interessata a difendere lo status quo e il sistema economico di sfruttamento degli animali potrebbe compiere un’azione distruttiva e poi firmarsi “ALF” al fine di far passare gli animalisti per persone violente, sovversive e anche di peggio; sappiamo bene come persino le azioni a volto scoperto di disobbedienza civile siano state strumentalmente fatte passare per azioni di terrorismo dai media e dalle istituzioni che difendono le principali lobbies che lucrano sulla pelle degli animali, in primis quella farmaceutica e poi quella degli allevatori, ecc.); movimento, quello degli ALF che, comunque sia, è bene ribadire, che se ne condividano o meno i modi, non ha mai ferito persone, ma sempre e solo liberato le vittime dello sfruttamento e al massimo danneggiato quegli stessi oggetti e strutture al cui interno gli animali erano schiavizzati, torturati, uccisi. Mi rendo conto che per la stragrande maggioranza gli animali non sono considerati individui senzienti ma oggetti per cui suscita indignazione vedere che ci sono persone che si attivano per liberarli, ma, e di questo parlerò dopo, dovremmo piuttosto chiederci se ad essere patologico non sia invece questo sistema sociale in sé che ne legittima sfruttamento e morte anziché il contrario, come pensa il Massa.
Il secondo artificio di cui si avvale il succitato autore dell’articolo è quello cosiddetto del “benaltrismo”. Vale a dire si tenta di screditare il valore di un’attività citandone altre in cui sarebbe più importante impegnarsi. Poco ci mancava che dicesse che gli animalisti si preoccupano degli animali invece dei bambini che muoiono di fame in Africa (non certo a causa degli animalista, ma dello sfruttamento indiscriminato delle risorse delle società capitaliste)! Dimenticando che il movimento per la liberazione animale si impegna invece su tutti i fronti, fa sì campagne locali, ma non trascura la tragedia della deforestazione del Borneo, né altre situazioni critiche sparse in tutto il mondo. E del resto lo sfruttamento degli animali è una questione globale, per cui nessun animalista consapevole del proprio ruolo trascurerebbe o prediligerebbe una situazione al posto di un’altra, ma anzi, si adopera per cambiare la cultura di fondo che consente determinati scempi nei confronti dei non umani. E se anche ci si dedica talvolta a battaglie locali è perché la problematica è talmente ampia che non si può che affrontarla settorialmente e per campagne di volta in volta mirate. Ma stia tranquillo il Massa, non è che se ci troviamo di fronte a un circo significa che stiamo trascurando il resto!
E veniamo ora all’essenza di quanto scrive. Innanzitutto quando parla della situazione dei canili confonde le cause con gli effetti. Vero che nel nostro paese esistono strutture fatiscenti (ma anche moltissime funzionanti e in ottimo stato, come racconta Paolo Susana nel suo libro “Sidecar Smilla: viaggio nell’Italia dei cani abbandonati”), ma la causa non son certo gli animalisti, bensì il comportamento specista della popolazione che tratta cani, gatti e altri animali cosiddetti d’affezione come fossero oggetti, ossia comprandoli nei negozi e abbandonandoli quando vengono a noia. In quanto alle nutrie, lo scoiattolo grigio e altri animali selvatici che il Massa reputa dannosi per le specie autoctone, anche qui confonde le cause con gli effetti (chi ha importato tali specie? E perché si sono riprodotti liberi in natura? Ci son finiti per caso nei parchi? Hanno preso l’aereo dagli USA fino all’Italia per farsi una vacanza?). Le cause sono sempre quelli ascrivibili al comportamento scriteriato e specista della maggior parte della popolazione che acquista specie esotiche (importate per motivi di lucro) nei negozi e poi le “libera” (leggasi: abbandona) in natura. Ma oltre a ciò c’è scarsa informazione. Infatti, non è affatto vero che le nutrie siano dannose (se gli argini dei fiumi crollano è per l’attività edilizia fuori norma e la deforestazione, non certo per colpa di questi simpatici e innocui animaletti), né che lo siano gli scoiattoli grigi (come si legge in questo articolo). Diciamo pure che il lasciapassare per il loro abbattimento preceduto da inutili allarmismi costruiti di sana pianta è un regalo che le varie amministrazioni fanno ai cacciatori.
Veniamo adesso all’argomento più importante di tutti, ossia quello per cui, senza argomentare, il Massa ci definisce portatori di una preoccupante psicopatologia sociale.
Premesso che è falso che noi avanziamo una pretesa uguaglianza di tutte le specie, ma anzi ne rivendichiamo il rispetto a partire proprio dal riconoscimento della loro diversità (concetti assai diversi), si è mai domandato il Massa cosa, davvero, nel profondo, noi chiediamo?
In poche parole: quella che auspichiamo è una società non più fondata sulla competizione, ma sulla cooperazione e solidarietà, anche intraspecifiche; quello che chiediamo è che una scrofa non sia più costretta a trascorrere la sua intera esistenza (seppur breve poiché interrotta anticipatamente e arbitrariamente) dentro una gabbia di contenzione/gestazione; che un vitello non sia più separato dalla propria madre al fine di rubare quel latte a lui destinato (latte di cui invece noi specie umana non abbiamo necessità alcuna visto che tutti i mammiferi hanno bisogno del latte solo fino allo svezzamento) per poi essere macellato a pochi mesi di vita; che milioni di pulcini maschi non vengano gettati vivi nei tritacarne solo perché ritenuti inutili ai fini della produzione ovaiola; che non esistano più lager in cui individui senzienti (in grado di sentire, e difatti bastano occhi, orecchie, superficie cutanea e un sistema nervoso centrale o centralizzato per poter “sentire”) vengano fatti nascere al solo scopo di essere distrutti; che non esistano più gabbie in cui impedire a codesti individui di vivere secondo le loro esigenze etologiche specie-specifiche; che non esistano più fabbriche di carne con relative catene di smontaggio in cui creature terrorizzate vengano appese ai ganci per poter essere sgozzate; che non esistano più allevamenti di animali selvatici destinati ad essere scuoiati per ottenere pellicce; che non esistano più luoghi asettici in cui si vantano conoscenze scientifiche che da sole pretendono di giustificare la detenzione, la tortura, l’inoculazione di virus e tumori in vivo e anche di peggio; quello che chiediamo è che si smetta di guardare al mondo attraverso la lente miope e ormai proprio scientificamente (visto che piace tanto questa parola ai detrattori dell’antispecismo, come se da sola potesse bastare a giustificare qualsiasi nefandezza) superata dell’antropocentrismo. Non siamo soli in questo mondo, siamo animali tra gli animali (che non esistono in quanto oggetti relegati a una visione di sfondo, ma come soggetti portatori di un loro sguardo sul mondo) e, in definitiva, quello che chiediamo, è che cessi questa idea ormai obsoleta – e giustificata solo dal profitto economico – di una società improntata alla sopraffazione, alla violenza (l’atto dell’uccidere è sempre violento, che sia dentro un mattatoio o su un teatro di guerra), all’arbitrio indiscusso della specie umana su tutte le altre sol perché le altre specie non hanno gli strumenti per difendersi.
Una società improntata sul diritto del più forte a sopraffare il debole, non è essa stessa dunque il sintomo di una grave patologia mentale?
Dunque, se di patologia dobbiamo parlare, che se ne parli analizzando attentamente ciò che noi chiediamo e non difendendo per abitudine e per paura del nuovo un sistema violento sol perché è quello in cui si è cresciuti.
“Normale” e “patologico” spesso sono valori che riflettono l’abitudine e il comportamento della maggioranza, ma non è detto che di per ciò solo significhino ciò che pretendono di additare.

Non siamo “malati” perché la società ci definisce tale; al contrario, non si può invece che riconoscere malata questa società dopo averla attentamente analizzata con sguardo libero dai preconcetti e pregiudizi antropocentrici e specisti. Perché una società che calpesta i corpi animali, compresi i nostri stessi, per il profitto e per attività e beni che non sono necessari ma solo futili, è peggio di una società malata, è profondamente marcia e immorale.

P.S.: non è chiara la distinzione tra animalismo estremista e animalismo e basta che vorrebbe fare il Massa. L’animalismo o è radicale (e non estremista, termine inappropriato), ossia tale da mettere in discussione il sistema di sfruttamento degli animali, o non è tale.

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7 comments on “Una risposta a Renato Massa che ha definito “l’animalismo estremista: una patologia sociale”

  1. Riccardo B.
    July 28, 2014

    Brava Rita. L’argumentum ad hominem pare essere oramai il solo modo che chi odia e disprezza gli animali e coloro che li difendono, ha per difendere la violenza sugli animali:
    http://www.ottavopiano.it/argumentum-ad-hominem-fallacia-8-exploit-the-media

    • rita
      July 29, 2014

      Ciao Riccardo, grazie.
      Sì, ormai questa di attaccare gli animalisti facendoli passare per dei fanatici ecc. è la tattica più usata dagli anti-animalisti, anche perché sono assai carenti di argomenti per controbattere efficacemente i nostri (al massimo si adagiano sui soliti luoghi comuni che non significano nulla di serio).

  2. Eloisa
    July 29, 2014

    Risposta intelligente, documentata, competente, come sempre ben scritta. Fiera di conoscere “psicopatici animalisti” come te. 🙂

    • rita
      July 29, 2014

      Grazie cara Eloisa.
      Fiera anche io della tua amicizia e stima, che è reciproca.

  3. Giovanni
    August 4, 2014

    Complimenti per l’articolo, Rita. Ti si legge sempre con grande soddisfazione. Incidentalmente ho letto al volo anche l’articolo che ha originato il tuo commento e ho trovato abbastanza specioso il contenuto. L’autore invoca la precisione scientfica, ma già ai primi commenti ammette di non essere uno psicologo e quindi di non usare in modo corretto (clinico?) il termine psicopatico. CVD, a ulteriore conferma che non siamo di fronte a critiche ponderate e argomentate, ma a reazioni più o meno spaventate-arrabbiate (queste sì, estremiste e parossistiche) di qualcuno che ha cominciato a intuire – anche grazie alle azioni degli animalisti- l’orrore che si cela dietro la civile quotidianità consumista e che sospetta che forse soito sotto non riesca a tollerarla, questa crudeltà orrenda (a non sopportare che esista, o a non sopportare che venga svelata, vien da chiedersi).

    Proprio di recente mi è capitato di vivere una simile reazione ad personam, fatta di aggressione verbale, e di riduzione a stereotipi. Un’esperienza che forse meriterebbe una riflessione (mia) più circostanziata e dettagliata. …

  4. Roberto Contestabile
    May 28, 2015

    Reblogged this on Free Animals, Loved & Respected and commented:
    Il genocidio Animale è frutto delirante di un sistema socio-politico-finanziario che costringe le persone a nutrirsi e a vestirsi di altri esseri viventi, ovvero cattive abitudini assolutamente psicotiche. Il carnismo ecologista è il nuovo trend commerciale a cui più sponde idealiste di stampo scientifico si stanno avvicinando per creare altre induzioni plausibili fonte di altro e nuovo sfruttamento. Come se non ce ne fosse abbastanza, come se non esistesse già una proficua ed interminabile mistificazione speculativa.
    Far parte di un movimento rivoluzionario non è estremismo, ma coerenza e responsabilità verso un cambiamento etico rigoroso. Chi sceglie il gusto e il lusso macabro della carne, rispetto invece ad una consapevolezza più etica della vita, crea una opportunità di sviluppo commerciale destinato solo ed esclusivamente allo sfruttamento Animale.
    Gli Animali da secoli vengono sfruttati da vivi, da morti, e purtroppo anche solo tramite terminologie alquanto appropriate in ambito antropocentrico: testardo come un Asino, stupido come una Gallina, sporco come un Maiale, o peggio su presunte allusioni sessuali. Non si capisce perchè l’essere Umano si ostini da sempre ad allontare da se stesso l’essenza vitale e pura di ogni Animale, snaturandoli in cibo, mezzi e strumenti a fini personali ed egoistici, contribuendo quindi a diffondere un ignoranza terribile che trascina lui stesso in una convinzione assoluta e dannosa che ripudia ogni pensiero, sentimento o ragionamento senziente, appartenente invece ad ogni essere vivente, Animali inclusi.
    Paradossalmente invece gli stessi Umani affamati di bistecche e branzini rifiutano con ribrezzo e rabbia la possibilità ipotetica di un solo assaggio Canino o Felino. Gli Animali d’affezione chiamati erroneamente “domestici” (come fossero parte integrante dell’arredamento), sono psicoticamente esclusi dai menù occidentali. Inutile citare a questo punto altre usanze asiatiche basate su tradizioni, ricorrenze ed usi diversi. Non è intelligente e coerente affermare con ostinazione il ripudio alla carne Canina, Felina o Insettivora, quando in Europa o in America avviene lo stesso ma con soggetti diversi per tipologia di specie (la condanna è unanime).
    Tanti sono gli Animali considerati oggetti personali completamente sfruttabili, con la convinzione Umana di un amicizia ipocrita. L’apicoltore, per esempio, accudisce con “amore” le proprie Api, senza capire che ricava un profitto derivato da uno sfruttamento. Stessa cosa per le Galline ovaiole, in particolare quelle cosiddette “allevate a terra”, che si differiscono da quelle “allevate in gabbia” solo per un concetto pratico di allevamento, differente ma non diverso da tutti gli altri metodi. Gli esempi si sprecano, elencarli tutti è impossibile.
    Il male Umano non è genetico, ma derivante dall’ambiente in cui un individuo nasce, cresce ed opera. Questo concetto (ma non si può escludere un coinvolgimento anche in altre specie viventi, infatti un Animale percosso ripetutamente tende ad uccidere il suo seviziatore) stabilisce appunto che un killer, un criminale o uno sfruttatore Umano non sia nato malefico ma lo sia diventato in base ad un influenza esterna dannosa, come può essere per esempio una violenza fisica o psicologica, peggio se infantile, o un induzione molto forte legata a concetti radicali a volte anche estremisti, come è appunto e per esempio il fanatismo religioso. Stessa cosa dicasi a questo punto per chi effettua materialmente l’uccisione legale degli Animali, ovvero non lo fa perchè è nato violento, bensì perchè è circuìto da un “sistema-ambiente” che lo costringe indirettamente a farlo. In questo caso poi c’è la doppia influenza negativa in base al profitto ricavato dall’azione stessa. Ovvero e dunque: uccidere per ottenere profitto!

  5. Roberto Contestabile
    May 28, 2015

    Il genocidio Animale è frutto delirante di un sistema socio-politico-finanziario che costringe le persone a nutrirsi e a vestirsi di altri esseri viventi, ovvero cattive abitudini assolutamente psicotiche. Il carnismo ecologista è il nuovo trend commerciale a cui più sponde idealiste di stampo scientifico si stanno avvicinando per creare altre induzioni plausibili fonte di altro e nuovo sfruttamento. Come se non ce ne fosse abbastanza, come se non esistesse già una proficua ed interminabile mistificazione speculativa.
    Far parte di un movimento rivoluzionario non è estremismo, ma coerenza e responsabilità verso un cambiamento etico rigoroso. Chi sceglie il gusto e il lusso macabro della carne, rispetto invece ad una consapevolezza più etica della vita, crea una opportunità di sviluppo commerciale destinato solo ed esclusivamente allo sfruttamento Animale.
    Gli Animali da secoli vengono sfruttati da vivi, da morti, e purtroppo anche solo tramite terminologie alquanto appropriate in ambito antropocentrico: testardo come un Asino, stupido come una Gallina, sporco come un Maiale, o peggio su presunte allusioni sessuali. Non si capisce perchè l’essere Umano si ostini da sempre ad allontare da se stesso l’essenza vitale e pura di ogni Animale, snaturandoli in cibo, mezzi e strumenti a fini personali ed egoistici, contribuendo quindi a diffondere un ignoranza terribile che trascina lui stesso in una convinzione assoluta e dannosa che ripudia ogni pensiero, sentimento o ragionamento senziente, appartenente invece ad ogni essere vivente, Animali inclusi.
    Paradossalmente invece gli stessi Umani affamati di bistecche e branzini rifiutano con ribrezzo e rabbia la possibilità ipotetica di un solo assaggio Canino o Felino. Gli Animali d’affezione chiamati erroneamente “domestici” (come fossero parte integrante dell’arredamento), sono psicoticamente esclusi dai menù occidentali. Inutile citare a questo punto altre usanze asiatiche basate su tradizioni, ricorrenze ed usi diversi. Non è intelligente e coerente affermare con ostinazione il ripudio alla carne Canina, Felina o Insettivora, quando in Europa o in America avviene lo stesso ma con soggetti diversi per tipologia di specie (la condanna è unanime).
    Tanti sono gli Animali considerati oggetti personali completamente sfruttabili, con la convinzione Umana di un amicizia ipocrita. L’apicoltore, per esempio, accudisce con “amore” le proprie Api, senza capire che ricava un profitto derivato da uno sfruttamento. Stessa cosa per le Galline ovaiole, in particolare quelle cosiddette “allevate a terra”, che si differiscono da quelle “allevate in gabbia” solo per un concetto pratico di allevamento, differente ma non diverso da tutti gli altri metodi. Gli esempi si sprecano, elencarli tutti è impossibile.
    Il male Umano non è genetico, ma derivante dall’ambiente in cui un individuo nasce, cresce ed opera. Questo concetto (ma non si può escludere un coinvolgimento anche in altre specie viventi, infatti un Animale percosso ripetutamente tende ad uccidere il suo seviziatore) stabilisce appunto che un killer, un criminale o uno sfruttatore Umano non sia nato malefico ma lo sia diventato in base ad un influenza esterna dannosa, come può essere per esempio una violenza fisica o psicologica, peggio se infantile, o un induzione molto forte legata a concetti radicali a volte anche estremisti, come è appunto e per esempio il fanatismo religioso. Stessa cosa dicasi a questo punto per chi effettua materialmente l’uccisione legale degli Animali, ovvero non lo fa perchè è nato violento, bensì perchè è circuìto da un “sistema-ambiente” che lo costringe indirettamente a farlo. In questo caso poi c’è la doppia influenza negativa in base al profitto ricavato dall’azione stessa. Ovvero e dunque: uccidere per ottenere profitto!

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This entry was posted on July 28, 2014 by in Articolo, Attivismo.

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