Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Vivisettori e allevatori finanzino il recupero degli animali maltrattati – Intervista a Roberto Bennati della LAV

green-hill-nirda

A cura di Leonora Pigliucci

A 10 anni dall’approvazione della legge 189 che introduce nell’ordinamento italiano il reato di uccisione e maltrattamento di animali, la LAV ha proposto importanti modifiche del codice penale affinché i principi espressi nella prima norma che parte dal riconoscimento degli animali come esseri senzienti conducano finalmente a reali azioni penali contro il maltrattamento generalizzato che avviene in tutti i luoghi dello sfruttamento oltre che in infinite forme di violenza pubbliche e private. Limiti procedurali, pene sproporzionatamente irrisorie, ma anche un ideologico ritardo nell’applicazione delle norme e e dei provvedimenti da parte di forze dell’ordine e veterinari hanno infatti fino ad oggi soffocato sul nascere la piena espressione di una legge rivoluzionaria, per la quale vanno al più presto create le condizioni materiali e culturali di una piena applicazione. Perché questa  possa essere poi essere presto anche migliorata e superata.

Ne abbiamo parlato col vicepresidente della LAV Roberto Bennati, che fa il punto sulla situazione attuale della lotta animalista, alla luce dell’importante vittoria su Green Hill e Harlan, e getta uno sguardo sulle prospettive e sfide dell’immediato futuro.

A Rimini abbiamo visto la LAV partecipare al flash mob contro il delfinario accanto a Essere Animali: il loro è un attivismo fondato sull’azione diretta mentre voi siete la più importante associazione animalista italiana che ha ottenuto risultati storici concentrando i suoi sforzi sul piano istituzionale, sono maturi i tempi per una proficua sinergia?
Direi proprio di sì, con Essere Animali in particolare stiamo costruendo relazioni di fiducia e di rispetto. L’affinità di vedute è maggiore delle differenze. Tante cose ci uniscono, mentre a dividerci sono solo le sfumature. Le loro proteste sono interessanti e creative e noi come LAV partiamo sempre dalla concretezza delle proposte per creare collaborazioni, non dall’ideologia o da eventuali differenze nelle scelte comunicative.
Quale pensi sia stato il maggior contributo dell’attivismo di base in questi anni?
In Italia si è verificato un fenomeno molto significativo. Si sono creati diversi gruppi spontanei in cui sono confluite persone di qualità. Ciascuna, a partire dalla sua particolare provenienza, ha introdotti spunti e competenze specifiche che tutte insieme hanno stimolato un fermento che a sua volta ha dato vita a tanto attivismo, movimento di opinione, sensibilizzazione e suscitato interesse in un’ampia fetta dell’opinione pubblica. Molti di loro hanno avuto ottime capacità nell’intervenire direttamente sugli animali, tempismo nel raccogliere un certo tipo di attivismo che non avrebbe potuto trovare spazio nelle associazioni e l’hanno saputo mobilitare al momento giusto, indirizzandolo verso obiettivi mirati. Il che necessariamente non esaurisce la complessità della battaglia, ma si integra a perfezione col nostro lavoro sul piano istituzionale e giuridico.
Tra etica, emotività, boicottaggi economici: su cosa è meglio concentrarci da attivisti?
Che si tratti di una grande associazione come la nostra, o di gruppi che hanno impostazioni diverse, ciò che essenzialmente stiamo facendo tutti – anche quando litighiamo tra di noi – è contrastare un sistema sopratutto economico, che si autoalimenta. Qualsiasi cosa facciamo, che liberiamo animali o che manifestiamo per un miglior trattamento di quelli detenuti, stiamo influenzando un cambiamento sociale che per noi parte da motivazioni etiche, ma le cui ricadute sono  all’atto pratico economiche. Credo che a qualsiasi livello si scelga di agire la centralità che il mercato ha nel mondo attuale vada sempre tenuta a mente.
Cercare di indirizzare il mercato significa perciò, ad esempio, rallegrarsi del fiorire dei tanti ristoranti vegani, vero? Non credi però che tutto questo venire incontro da parte dell’offerta alle esigenze della comunità dei vegani rischi di comprimere la spinta rivoluzionaria riducendo la nostra ad un’ innocua scelta alimentare?
Penso che quella che stiamo vivendo sia una fase obbligata, non credo ci siano strade o discorsi che si escludano a vicenda. Ora è il momento dell’accettazione della nostra presenza. Mi aspetto di trovare delle alternative nei ristoranti, cibi vegani accanto alle bistecche, affinché ai singoli che non si sono mai posti la questione sia prospettata un’altra possibilità. Questo fenomeno in particolare si sta sviluppando rapidamente, ed è estremamente positivo.
Impostare invece il discorso in senso esclusivamente etico non ci metterebbe al riparo dalla possibilità che tutto passi come una moda?
No, io credo che ci sia un errore metodologico in chi vuol ragionare solo in questi termini, perché se noi partiamo da una legittima aspirazione etica spesso non ci rendiamo conto che interagiamo con persone che nella vita di tutti i giorni non scelgono per l’etica, anzi. In un recente studio commissionato del mondo della distribuzione sulle propensioni all’acquisto, è emerso che l’etica è solo l’ultimo dei criteri presi in considerazione. Qundi ritengo che non ci sia niente di meglio da fare che non esitare a parlare anche di salute, divulgare il vegetarismo nella sua accezione più ampia, cioé il fenomeno semplice della sostituzione della carne con altre proteine vegetali, a prescindere dalle ragioni individuali, perché qualsiasi essi siano, la persona vegana incide sul sistema economico e quindi cambia concretamente il mondo. Dobbiamo costruire una nuova economia e dare via ad un modello di consumo alternativi che a loro volta influiranno sulla cultura di domani.
Quali sono gli argomenti che la LAV ha scoperto essere in questi anni i più efficaci per realizzare questo spostamento concreto?
Individuare le migliori strategie comunicative è la più grande delle sfide. Ci chiediamo continuamente quali siano i meccanismi giusti, se esista un tipo di messaggio da divulgare con più forza per fare breccia nella coscienza di tutti. La mia opinione è che si debba evitare di schematizzare, ad esempio contrapponendo l’uso di immagini scioccanti di maltrattamento a quelle tenere e rasserenanti degli animali salvati. Ciascuno è recettivo a stimoli diversi, sulla base anche del proprio vissuto personale. Per questo ben venga tutto quello che si sta facendo, veg festival, azioni istituzionali, eventi culinari, conferenze filosofiche e discorsi etici: c’è una “fenomenologia della proposizione” che sta seminando in tanti bacini diversi. Stanno scavando nella coscienza di una società che è naturalmente resistente al cambiamento perché i suoi valori sono stratificati, e quindi noi dobbiamo necessariamente lavorare su più fronti contemporaneamente.
Pensi che l’evoluzione legislativa di questi anni, anche nella sua valenza simbolica, incida su quel cambiamento della mentalità che è fondamentale per liberare sul serio gli animali, loro malgrado  dipendenti dalle nostre scelte?
Ne sono profondamente convinto. Nella storia è pieno di episodi del genere. Se il legislatore riesce a trasferire le istanze anticipatorie che provengono dalle avanguardie della società, il percorso istituzionale e legislativo diventa soprattutto pedagogico, e non solo recettivo di quello che è già maturato nella società civile.
Viviamo in un paese in cui la legge è sempre in ritardo rispetto alle istanze che vi maturano, ma ci sono dei casi eccezionali in cui avviene il contrario, e quello della legge 189 ne è un esempio clamoroso, estremamente emblematico, perché ha un’enorme portata educativa anche nei confronti delle categorie coinvolte nella gestione diretta degli animali, come i veterinari e le forze dell’ordine. A livello generale agisce come sensibilizzazione e spostamento della percezione del rispetto degli animali in modo molto più ampio ed incisivo di quanto non avremmo mai potuto ottenere esclusivamente attraverso le campagne delle associazioni animaliste. Anche una sentenza ben commentata e argomentata crea giustizia, cultura giuridica, attenzione e riflessione nei media, conoscenza tra i cittadini: in pratica avvia un percorso virtuoso che modifica il cuore stesso della cultura di un Paese.
Quali sono allora le principali proposte della LAV da inserire nel codice penale?
La 189 è un punto di partenza che ha stabilito dei principi importantissimi, ma ora il quadro normativo deve essere adeguato alla luce delle incongruenze e delle problematiche giuridiche e pratiche che sono emerse in questi primi anni nella sua applicazione: quindi si devono cancellare le limitiazioni che restringono il lavoro delle guardie zoofile agli animali d’affezione, si deve introdurre un articolo ad hoc contro la zoorastia e il sadismo sessuale, si devono risolvere i problemi di presunta non competenza nei reati sugli animali di diversi organi di polizia che ora non intervengono quando invece dovrebbero – e qui il lavoro è sopratutto culturale – ma sopratutto lo Stato deve garantire la presenza sul territorio di centri di accoglienza per gli animali vittime di reato, alla luce dell’attuale situazione paradossale per cui a volte, anche in seguito ai sequestri, questi non vengono realmente sottratti ai loro maltrattattori perché non esistono strutture dove accoglierli e non ci sono nemmeno i soldi per mantenerli. A tal proposito riteniamo improrogabile l’istituzione di un fondo ad hoc per finanziare i centri di recupero. La possibilità di liberare questi animali è uno degli aspetti più qualificanti della 189 ma ad oggi quasi completamente disatteso.
Come dovrebbe essere costituito questo fondo?
Nella maggioranza dei casi i maltrattamenti avvengono in settori produttivi in cui si sfruttano gli animali per un ritorno economico. Questo vale per il traffico dei cuccioli, la zootecnia, gli allevamenti come Green Hill ecc. In queste situazione la presenza di rifugi – gestiti da volontari animalisti – è diventata quasi un alibi: sono questi ultimi a farsi carico degli animali scampati ai maltrattamenti e così gli allevatori si liberano del problema scaricando il peso economico delle loro pratiche illegali sullo Stato, e cioé sulla collettività.
Ma visto che la legge 189 richiede che tutti quegli individui siano salvati è doveroso che la normativa sia integrata al più presto degli strumenti per far sì che questo avvenga in ogni singolo caso. Ci si dovrebbe ispirare a quello che si è fatto con la Cites (Convenzione di Washington sulla fauna e la flora esotica n.d.R.) che nel 1992 ha imposto un diritto speciale di prelievo che si applica a tutte le compravendite di animali esotici e va ad alimentare un deposito con cui lo Stato finanzia la gestione degli animali confiscati e sequestrati.
Le risorse a questo scopo devono essere garantite e il costo deve essere internalizzato all’interno del sistema economico chiuso che ne trae profitto, perché altrimenti la situazione è ingiusta e sbilanciata.
Perché pensi che si sia atteso tanto per rendere la normativa effettiva?
Finora è mancata una politica: le istituzioni, ma anche i veterinari e le forze dell’ordine, non hanno compreso la rilevanza della legge 189 che, pur essendo migliorabile, ha una portata rivoluzionaria: in quanto modifica del codice penale è ua legge generale, che cioè attiene non alla tutela di interessi particolari, ma ad interessi collettivi, di rango superiore. Questa legge sposta il limite del libero arbitrio della società italiana nei confronti degli animali. Ma se non si mettono a disposizione gli strumenti di gestione invalidiamo tutto il percorso. La legge è stata un motore del cambiamento che ora si scontra con i limiti della formazione e preparazione culturale di coloro che devono intervenire
direttamente.
Esistono strumenti legislativi così avanzati anche nel resto dell’Europa? In generale a che punto siamo?
Ci sono altre buone leggi all’estero ma noi abbiamo una delle più avanze dell’occidente e il riscontro è anche pratico. E’ il frutto indiscusso delle battaglie delle associazioni animaliste che hanno portato la questione dei diritti animali oltre la fase della derisione, che storicamente riguarda tutte le idee nuove. Per chi come me è dentro la battaglia da tanti anni il progresso è tangibile: ho iniziato a occuparmi di trasporti nel ’94, quando ho visto nel porto di Civitavecchia il primo camion, rovesciato, pieno di cavalli morti schiacciati. Quello che vedevo in quegli anni oggi non può avvenire più, la legge lo impedisce, e ora si parla di trasporti non superiori alle quattro ore. E’ evidente allora che quel mondo, senza di noi, non evolve. Stiamo superando la fase della curiosità, o comunque ci siamo dentro, abbiamo aperto la fase della preaccettazione e ora vogliamo traghettare il prima possibile la questione della legittimità dei diritti animali nella fase della piena accettazione.
In Italia abbiamo comunque il grave problema delle deroghe alla legge contro il maltrattamento, che riguardano ogni singolo settore produttivo con animali e causano un grosso scollamento tra ciò che la legge afferma sulla carta e quello che avviene nella realtà. Come possiamo superare questo immane scoglio?
La logica della deroga si inserisce in un fenomeno più ampio, tutto italiano, per cui si pone un principio ma poi si fa di tutto perché questo principio non sia applicato veramente. E’ una questione di costume e di civilità.
Può l’attivismo contribuire a contrastare questo malcostume?
Noi dobbiamo essere spie sempre vigili e mai perdere questo ruolo di scrutatori dell’abuso. Vittorie eclatanti come quella di Green Hill dimostrano che ogni volta che scoperchiamo il coperchio dell’omertà del sistema economico che prolifica sulle spalle degli animali e contestualizziamo le pratiche ordinarie entro il nuovo quadro normativo, le pratiche consolidate si rivelano quasi tutte illegali. Penso, oltre che a Green Hill, alle vacche a terra, ai canili, alle condizioni delle galline ovaoiole… a tutto quello che sta emergendo con i sequestri degli allevamenti. Il dato da tenere a mente è che il sistema economico, anche per un fatto di costi, non si è adeguato minimamente e non ha tenuto in conto dei cambiamenti. E poi c’è anche il fatto che ogni battaglia permette di chiedere sempre di più: abbiamo avuto la 189 perché prima abbiamo avuto la 281 nel ’91, abbiamo avuto la direttiva sulle galline ovaiole e ora siamo pronti a chiedere in sede europee il bando delle arricchite, cioé quegli allevamenti col nido e il posatoio in gabbia.
Che ruolo hanno avuto le investigazioni?
Quelle sono uno strumento preziosissimo per accendere i riflettori sui luoghi bui della sofferenza animale. Senza investigazioni nessuna organizzazione, compresa la nostra, avrebbe l’evidenza e la cognizione di quelle situazioni di cui sappiamo e che diamo per scontate, ma che solo oggettivizzate, fuori dall’ideologia, permettono di dire nelle sedi giuste: “quel delfino detenuto è sottoposto a una condizione etologica insostenibile e deve essere liberato”.
A proposito di etologia. Questa ci sta dimostrando, e la cosa dovrebbe farci vergognare, come animali bistrattatissimi, come ad esempio i maiali, abbiano una psicologia complessa ed una fine sensibilità. Come fare allora a superare la disciminazione positiva che oggi, al netto comunque dei troppi maltrattamenti, tiene al riparo solo i cani e i gatti?
C’è chiaramente una ragione storica, in tutta la trasmissione del sapere si è tramandata una consuetudine che non tiene conto di quello che è stato poi appurato anche a livello scientifico. Per cani e gatti si parla di un prossimo inserimento nello stato di famiglia, semplicemente perché con loro abbiamo avuto una relazione, li abbiamo capiti. Quella relazione deve continuare ad essere preclusa col maiale, è la conditio sine qua non perché questi possa continuare ad essere maltrattato.
Un po’ come avviene con gli animali esibiti allo zoo…
Io definisco i giardini zoologici come la pornografia del rapporto con l’animale, perché offrono una falsa conoscenza, un incontro fittizio, qualcosa di acquistabile col pagamento di un biglietto, mentre la vera conoscenza non passa per il piano razionale ma avviene su quello della relazione individuale e dell’ascolto emotivo.
Avete partecipato alla manifestazione nazionale contro l’università di Modena dove sono rinchiusi 15 macachi, sarà quella la nuova Green Hill?
Sicuramente sì.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on July 14, 2014 by in Attivismo, Intervista and tagged , , , , , , .

Ricevi le novità dalle galline via mail!

Archivio

Follow Gallinae in Fabula Onlus on WordPress.com

Visitatori

  • 83,771
%d bloggers like this: