Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Rinunciare alla società patriarcale per costruire il futuro

di Alessandra Colla

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto

e ciò che è in alto è come ciò che è in basso
per fare i miracoli della cosa una.
E poiché tutte le cose sono
e provengono da una,
per la mediazione di una,
così tutte le cose sono nate
da questa cosa unica
mediante adattamento
(Ermete Trismegisto)

… da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose” (Eraclito)

Tout se tient” (De Saussure)

Il tutto è più che la somma delle parti” (Gestalttheorie)

Che la società patriarcale sia la cagion di tutti i mali è un’antica intuizione femminista, variamente declinata: gli esitiFractal-Mobius-Dragon-IFS-04 più importanti arrivano a partire dall’ultimo quarto del XX secolo — nel 1974, la femminista francese Françoise d’Eaubonne introduce il termine di ecofemminismo a indicare un nuovo umanesimo capace di ricollocare la donna in una diversa prospettiva riguardo alla natura; negli anni Ottanta Carolyn Merchant e Vandana Shiva vanno oltre, suggerendo che la società patriarcale sia responsabile non soltanto di un rapporto squilibrato fra i sessi, bensì di un rapporto ancora più guasto e corrotto fra mondo umano e mondo della natura; in questo scorcio di XXI secolo, Marti Kheel ha teorizzato un olismo ecofemminista che, facendo piazza pulita della deformazione dualista che regge e governa la società umana da millenni, recuperi una dimensione inclusiva e non esclusiva del reale, ovvero autenticamente onnicomprensiva del mondo che ci circonda e nel quale siamo immersi.
Lungi dall’essere una teoria definita dai contorni precisi, dunque, l’ecofemminismo si presenta piuttosto come un sistema aperto e suscettibile di aggiustamenti come un vero work in progress. Proprio per questo, e per la bipolarità stessa del termine (che ingloba l’ambito femminista unitamente all’ambito ecologista), l’ecofemminismo è riuscito ad attirarsi critiche pesanti da entrambi i fronti, risultando particolarmente sgradito proprio là dove le manifestazioni della società patriarcale sono più macroscopiche — in Italia, per esempio, dove la presenza del Vaticano da duemila anni ha il suo ineludibile peso specifico e specista.
Ora, però, a suggerire che un processo formativo differente da quello patriarcale tradizionale possa incrementare nelle nuove generazioni «la libertà di essere se stesse e di amare sé, gli altri e l’ambiente che ci circonda» è un uomo — lo psichiatra e psicoterapeuta cileno Claudio Naranjo, non per caso uno dei principali esponenti della terapia della Gestalt.
Questo particolare tipo di psicoterapia si ispira alla teoria della Gestalt, formulata in Germania agli inizi del XX secolo: come la teoria della Gestalt (in tedesco Gestalt significa “forma”) sostiene che il tutto non si esaurisce nella somma delle parti che lo compongono, così la terapia della Gestalt parte dall’assunto che per comprendere un comportamento è fondamentale, prima ancora di analizzarlo, percepirlo nell’insieme del contesto globale in cui esso si colloca — averne, cioè, una visione olistica ovvero di sintesi. In altri (e più psicologici) termini, mentre il nostro sistema percettivo individua uno sfondo indefinito sul quale si staglia una figura definita — e una alla volta —, il terapeuta della Gestalt deve sforzarsi di descrivere l’insieme sfondo+figura nella sua organica complessità: il significato che ne emergerà sarà, alla fine, più preciso, profondo e quindi attendibile rispetto alla semplice giustapposizione dei singoli elementi e alla semplice somma delle analisi degli stessi.

Torniamo a Naranjo, che espone il risultato delle sue riflessioni nel libro La rivoluzione che stavamo aspettando (Terra nuova edizioni), presentato a Milano il 13 giugno, enunciandole come segue: « (…) solo da poco stiamo assistendo allo sgretolamento spontaneo di questo potere patriarcale a cui è praticamente attribuibile l’insieme dei mali del mondo civilizzato. Come certe specie biologiche sembrano essersi estinte per mancanza di adattamento, così la società consumista è giunta ai limiti della sostenibilità, di modo che assistiamo oggi non soltanto al collasso della nostra economia, ma anche all’inizio di una massiccia delegittimazione dei nostri governi e delle loro ideologie implicite. Tutto ciò che il marxismo aveva già segnalato come nemico dell’umanità, ora comincia a inabissarsi al pari di una nave che imbarca acqua (…). Sebbene l’affondamento di questa nave patriarcale in cui ci siamo trovati a navigare non cessi di essere una catastrofe, è però più importante che, attraversando la crisi con fiducia, si comprenda finalmente che i rantolii finali della nostra civiltà sono al contempo la nostra più grande speranza di rigenerazione» (dal Prologo, p. 7).

Sia chiaro: non è che Naranjo dica cose nuovissime od originalissime, come sa chiunque abbia letto — fra gli altri e per esempio, — Il Disagio della civiltà di Freud, La crisi della civiltà di Huizinga o La crisi del mondo moderno di Guénon. Qui, però, l’aspetto più interessante è la prospettiva lumeggiata da Naranjo, che si inserisce in un solco di pensiero decisamente altro rispetto agli orientamenti dominanti e che rivela come un certo tipo di sensibilità riesca (per fortuna!) a travalicare i limiti di genere: l’uomo psichiatra si allinea (inconsapevolmente, forse, ma che importa?) con le donne ecofemministe? È un bel passo avanti, per il bene dell’umano e del non-umano.

Alessandra Colla – 16 giugno 2014

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This entry was posted on June 25, 2014 by in Articolo.

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