Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

L’inganno farmaceutico tra medicalizzazione e disinformazione

di Leonora Pigliucci

Recensione pubblicata sul numero 6/2014 di Animal Studies

effetti_collateraliUna delle strategie principali che le industrie farmaceutiche utilizzano per mantenere ed accrescere il proprio potere economico è il controllo sull’informazione scientifica. Questo è così capillare che la metà dei trial dei farmaci condotti sull’uomo a partire dagli anni ‘70 ad oggi non è stata pubblicata mai da nessuna rivista specializzata (dunque non può essere inserita nemmeno nelle bibliografie degli studi successivi) poiché contenente evidenze negative sull’efficacia e la sicurezza anche di farmaci che oggi sono in libera circolazione.

Ed è altrettanto preoccupante che molti malati e volontari sani non adeguatamente informati vengano inseriti nella sperimentazione di nuovi farmaci – con tutti i, grossi, rischi connessi – anche quando sul mercato esistano rimedi analoghi già approvati.

A permettere tutto ciò sono le autorità statali di controllo di tutto il mondo, che accettano di tenere nascosti dati sensibili che potrebbero danneggiare le aziende da un punto di vista commerciale, anche quando, cioè sempre, ci sono in gioco la sicurezza e la salute pubblica.

All’origine di quella che sembra una situazione paradossale, c’è sopratutto l’intreccio di relazioni personali e professionali che lega medici, ricercatori, scienziati che lavorano negli istituti di sorveglianza e i finanziatori, i quali spesso sono chiamati a compensare le carenze strutturali dei sistemi sanitari nazionali.

Ed infatti in tutto il mondo occidentale, eccetto che in Norvegia, l’aggiornamento dei medici, una volta che questi sono usciti dalle università, è al 90% coperto dagli sponsor delle ditte farmaceutiche, che poi apertamente favoriscono i professionisti che accettano di prescrivere i farmaci di loro produzione e perfino di influenzare la comunità scientifica che li circonda in favore degli interessi economici connessi ai preparati che via via devono essere promossi sul mercato.

In più: il marketing delle medicine, vietato in Italia quando rivolto ai pazienti (ma non, ad esempio, negli Stati Uniti), ha effetti nefasti, poiché impone la regola capitalista della concorrenza in un ambito che dovrebbe vedere riconosciute caratteristiche di eccezionalità, nel quale l’unica garanzia possibile per la tutela dei malati e di un reale progresso della conoscenza sarebbe l’imposizione da parte di un’istituzione super partes di un criterio rigorosamente ed esclusivamente scientifico ed etico nell’elaborazione dei protocolli di ricerca e di cura.

E invece, esattamente come in tutti gli altri settori del mercato, vince chi elabora le strategie di vendita mediaticamente più forti, o ha più soldi da investire. Non esistono norme che impongano la pubblicità e la trasparenza sui risultati degli innumerevoli trial svolti in tutto il mondo, la diffusione dell’informazione sulle molecole risultate le più efficaci e sicure, e mancano addirittura parametri universali che rendano i dati dei test effettivamente confrontabili.

Col beneplacido delle Autorità che dovrebbe vigilare, le informazioni non circolano, non esistono organismi deputati alla sistematizzazione ed all’ interpretazione neutrale dei dati sulla sicurezza che emergono dopo l’entrata in commercio dei prodotti; così come manca un database che offra ai ricercatori di tutto il mondo un quadro generale ed ordinato dal quale partire per le successive ricerche: ciascuna azienda lavora solo per sé e per il proprio tornaconto, finanziando anche alcune delle attività che si compiono nelle università pubbliche e private.

Il libro del medico e divulgatore scientifico Ben Goldacre Effetti collaterali – Come le case farmaceutiche ingannano medici e pazienti, edito in Italia da Mondadori nel 2012, mostra come la gigantesca macchina mondiale della salute sia spregiudicata e fatalmente corretta, e tutto ciò con evidenze inoppugnabili, visto che ad oggi l’autore non è mai stato citato in giudizio per le denunce messe nero su bianco.

Il testo, poi, è tutt’altro che qualcosa che possa dirsi scandalistico, ma si presenta invece come un tentativo molto concreto e propositivo da parte di un insider di prendere atto delle falle che avrebbero compromesso l’intero progresso scientifico in campo medico dagli anni ‘70 per proporre delle vie di fuga. L’inchiesta si presenta, comunque, come una sorta di viaggio negli inferi, in un labirinto senza uscita di falsità e pericoli, in un sistema in cui tutti i soggetti, consapevoli o meno, lavorano, quantomeno, per la disinformazione: le riviste scientifiche, che si finanziano in buona parte vendendo gli spazi pubblicitari alle farmaceutiche (e dunque tendono a tenersi buoni i clienti) e che tendnono a privilegiare le notizie positive, che attirano più lettori, rispetto a quelle che sottolineano il rischio di effetti collaterali di un prodotto o il fallimento di un trial; gli istituti di ricerca pubblici, costretti a fare affidamento sui finanziamenti dell’industria e ad accettare accordi-bavaglio in caso di risultati potenzialmente dannosi per le aziende; i medici, che non usufruiscono di adeguato sostegno da parte delle università e sono costretti a creare legami con le aziende, che li ingolosiscono con regali e viaggi, per aggiornare la propria preparazione; le Autorità nazionali del farmaco, ovvero i soggetti chiave, i più gravemente responsabili, che, per trasmettere di sé un’idea di efficienza sono troppo rapide nell’approvare la commercializzazione dei farmaci, tutelano eccessivamente i brevetti, e non impongono alle aziende adeguati monitoraggi post-commercializzazione; ma anche i ricercatori, che hanno bisogno delle pubblicazioni per avanzare nella carriera, e che per questa ragione arrivano, spesso, ad accettare di firmare lavori redatti da scrittori-ombra delle case farmaceutiche.

L’inchiesta di Goldacre è scrupolosa e dettagliatissima tanto nei numeri, che indicano l’enormità quantitativa delle questioni in ballo, che nelle varietà delle fonti, governative, giornalistiche e scientifiche.

Appare evidente che a compromettere così gravemente il sistema sanitario mondiale non siano allora gli isolati ambiti di corruzione, quanto l’applicazione delle regole capitaliste ad un territorio che interessa la salute, la vita, la morte, in cui la bioetica è tuttavia relegata ai margini, perché per l’industria della salute i pazienti non sono che consumatori cui vendere più prodotti possibile. La creazione dei bisogni artificiali, che li induca a spendere, in questo caso si chiama medicalizzazione, ed è un processo violento, che altera in profondità la percezione che si ha di se stessi, e ridefinisce ingannevolmente il confine tra quel che si considera salute e quel che si chiama malattia.

Alle aziende, del resto, conviene investire sopratutto nella ricerca per la risoluzione dei disturbi più comuni e di piccola entità, ed è per questo che a livello mondiale vengono distolti fondi preziosi dallo studio delle malattie più serie, ma più rare, mentre tantissimo si spende, ad esempio, per la messa a punto dei cosidetti rimedi “anche io”, formulazioni solo leggermente differenti da quelle più vendute, per emularne il successo commerciale. Ma anche questo è un processo tutt’altro che immune da rischi, sia per chi si sottopone alle sperimentazioni che per la popolazione intera che ne faccia utilizzo, sopratutto nei primi tempi: Goldacre si sofferma infatti nell’argomentare sulla pericolosità di qualsiasi nuovo prodotto chimico, sia per la predittività limitata dei test sugli animali, che garantiscono alle industrie una solida protezione dalla quasi totalità dei rischi legali ma non incidono in maniera determinante nel prevedere gli effetti collaterali; che dei test su volontari umani, che costituisono un campione molto ristretto e di persone che non hanno altre patologie con le quali, invece, il nuovo preparato potrebbe interagire in modo nefasto. Pensare che a un disturbo lieve corrisponda un farmaco che sicuramente avrà scarsi effetti collaterali, ammonisce Goldacre, è comune, ma errato. Non esistono farmaci che ne siano del tutto privi, e poiché il numero dei processi biochimici attraverso cui il corpo umano funziona è limitato, ciascuno è alla base di funzioni svariate di cui molte sconosciute (un processo legato alla trasmissione del dolore potrebbe ad esempio essere coinvolto anche nel controllo del ritmo cardiaco) e un grave effetto collaterale potrebbe non essere identificato fino a che un numero davvero rilevante di persone non sia stato sottoposto ad esso.

Le cavie, in realtà, sono allora, indistintamente, tutti gli utilizzatori di farmaci che non siano sul mercato almeno da decenni.

Goldacre suggerisce perciò qualche soluzione per uscire dal tunnel: poiché la maggioranza dei proventi scuturisce dalla segretezza di molte operazioni, per spezzare il circolo serve informazione libera, a tutti i livelli.

Serve trasparenza, sia rispetto ai finanziamenti che attraverso tutti i possibili canali siano elargiti a riviste scientifiche, medici e ricercatori; che rispetto al “publication bias”, ovvero l’oblìo nel quale negli ultimi 40 anni è caduto un numero preoccupante di ricerche che mostravano effetti pericolosi di molecole approvate nel frattempo sulla base di studi diversi. Il provvedimento più noto in questo senso è il Sunshine Act statunitense, che prevede la piena pubblicità dei finanziamenti ricevuti dai medici al fine di evidenziare i conflitti di interesse di ciascuno di loro. Un provvedimento analogo sta per essere varato in Inghilterra. Ad aprire la la strada a queste nuove iniziative legislative è stato una mastodontica inchiesta giornalistica svolta in Usa: con la campagna “Dollars for Docs”, la fondazione no profit Pro Publica ha messo infatti in rete un immenso database, accessibile a tutti, coi dati aggregati su oltre 750 milioni di dollari elargiti dalle case farmaceutiche a docenti universitari e liberi professionisti. Finanziamenti che dalla pubblicazione in poi sono andati diminuendo, per il fastidio dei medici a figurare nell’elenco, a riprova che questa via potrebbe segnare, almeno,  un buon inizio.

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One comment on “L’inganno farmaceutico tra medicalizzazione e disinformazione

  1. Andrea
    June 20, 2014

    “Ed è altrettanto preoccupante che molti malati e volontari sani non adeguatamente informati vengano inseriti nella sperimentazione di nuovi farmaci – con tutti i, grossi, rischi connessi – anche quando sul mercato esistano rimedi analoghi già approvati. ”

    Pensa se non si scartasse il 96% delle molecole con le prove sugli animali quanti uomini in più si farebbero morire…

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This entry was posted on April 8, 2014 by in Recensione and tagged , .

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