Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

La capra metropolitana

di Rita Ciatti

Da qualche giorno leggo notizie in merito a una capra che si aggira nei corridoi di una stazione della metro A di capra_metro_roma--400x300Roma.
Tutti i commenti tendono a riflettere ironicamente sulle pessime condizioni della rete dei trasporti romani e sull’inefficienza di chi la gestisce, evidenziando quanto i convogli della metro siano sempre più paragonabili a un vero carro bestiame. A parte l’infelice analogia con i carri bestiame, come se fosse ovvio che gli animali debbano viaggiare in condizioni terrificanti, tutti stipati e ammassati, osservo un fatto curioso.
Nessuno che si preoccupi di come la simpatica capretta sia finita lì o del fatto che potrebbe finire in mezzo alle rotaie.
Un elemento insolito su cui fare battute ovvie, ma che non riesce a scalfire la patina specista attraverso cui l’umano guarda la realtà che lo circonda.
Nessuno che pensi al fatto che l’elemento insolito, in quella zona precisa di Roma, potrebbe essere la metropolitana, quindi l’antropizzazione e non la vita animale che in fondo cerca solo di riprendersi quegli spazi che le sono stati sottratti.
Mi immagino questa capretta incredula e curiosa, forse incapace di ritrovare la via per ricongiungersi al suo gregge, forse divertita di trovarsi in un ambiente così singolare, magari attratta dalle luci, dai colori, dal vociare della folla.
Non mi viene da pensare “guarda come ci siamo ridotti” per via della sua presenza; lo penso, ma per altri motivi; lo penso per lo sporco prodotto dai viaggiatori umani, per le cartacce lasciate in terra, il fumo denso dello smog che annerisce la pareti, le locandine abusive e quelle pubblicitarie, le scritte sui muri, tutti segni grafici e segnali di una cultura che chiamiamo progresso e civiltà e che si è costituita proprio in opposizione alla natura: fagocitando la natura, cominciando a mangiarne i bordi, letteralmente e non solo in senso simbolico, per poi avanzare spietata verso il suo centro.
Mi viene da pensare alla fauna selvatica cui ormai abbiamo lasciato solo pochi scampoli di terra e che si avvicina ai centri abitati perché non trova più cibo, perché lì dove ora sorgono case e palazzi, un tempo c’erano i suoi alberi, i suoi rifugi, le sue grotte, i suoi sassi e cespugli.
Per cui no, non mi stupisco se vedo una capretta farsi strada tra i passeggeri della metro, né mi scandalizzo per il fatto che sia finita lì perché la sua presenza non è, una volta tanto, il segno dell’incuria da parte di chi gestisce i trasporti, quindi dell’uomo, ma della natura che, per niente indomita, nonostante tutto, comincia a riprendersi i suoi spazi e a rivelare la sua presenza anche là dove parrebbe impossibile.

Una capra in metropolitana si manifesta come un elemento disturbante, quasi onirico: ci suggerisce che potremmo trovarci in un sogno, o essere finiti dentro un dipinto surrealista.

Anche a me pare un sogno, ma di tipo diverso. E subito mi sovvengono le parole di Michel Houellebecq ne “La carta e il territorio”, uno dei suoi romanzi meglio riusciti:
Quei colossi industriali, in cui si concentrava un tempo il cuore della capacità produttiva tedesca, erano adesso arrugginiti, fatiscenti, e la vegetazione colonizzava gli antichi opifici, si insinuava fra le rovine che ricopriva a poco a poco di una giungla intricata.

L’opera che occupò gli ultimi anni della vita di Jed Martin può essere vista così – e l’interpretazione più immediata – come una riflessione nostalgica sulla fine dell’età industriale in Europa, e più generalmente sul carattere perituro e transitorio di ogni industria umana. Tale interpretazione e tuttavia insufficiente a spiegare il malessere che ci coglie nel vedere quei patetici pupazzetti tipo Playmobil, persi in mezzo a una città futurista astratta e immensa, città che si sgretola e si dissocia anch’essa, e poi sembra sparpagliarsi a poco a poco nell’immensità vegetale che si estende all’infinito. E anche il senso di desolazione che ci pervade man mano che le rappresentazioni degli esseri umani che avevano accompagnato Jed Martin nel corso della sua vita terrena si disgregano per effetto delle intemperie, e vanno in pezzi, quasi a diventare negli ultimi video il simbolo dell’annientamento generalizzato della specie umana. Esse sprofondano, sembrano dibattersi un attimo prima di venire soffocate dagli strati sovrapposti di piante. Poi tutto si placa, non ci sono altro che erbe agitate dal vento. Il trionfo della vegetazione è totale.

Un sogno, certo, niente più di un sogno perché non possiamo tornare indietro agli albori di una civiltà non industrializzata, né, credo, lo vorremmo davvero.
Ma intanto, che la presenza di un animale selvatico in un ambiente ormai riservato solo alla nostra specie e a quelle poche che abbiamo addomesticato (e dove i corpi di quasi tutte le altre vi compaiono solo dentro i panini dei distributori automatici, ormai trasformati e resi irriconoscibili) ci sia da monito a ricordarci non già il degrado di un ambiente urbano, ma lo scempio di un abuso incontrollato sulla natura.
Non è detto che l’elemento insolito sia la capretta, potrebbero esserlo i convogli ferroviari che hanno squarciato i verdi pascoli. Riconoscerlo potrebbe essere un primo passo per adottare una nuova e diversa prospettiva che non limiti ed estrometta tutto il resto dei viventi, cioè la natura in senso esteso; finalmente non più solamente antropocentrica.

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This entry was posted on March 24, 2014 by in Articolo.

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