Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Campagna “Sono degno: sostieni l’allevamento rispettoso”. Protezionismo e Abolizionismo

di Rita Ciatti

Su Facebook sta girando la campagna “Sonodegno” di Compassion in World Farming Italia (un’organizzazionemaialinofelice internazionale che lavora per il benessere degli animali da allevamento), con annessa petizione da sottoscrivere.
Come potrete leggere si tratta di un’iniziativa per chiedere al Ministro della Salute e al Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali il rispetto della normativa europea in materia di animali da allevamento, concentrandosi nello specifico sulla condizione dei suini.

Il testo della petizione si conclude così: “Supportando la campagna Sonodegno e firmando la petizione che chiede alle autorità competenti italiane ed europee di applicare al più presto la legislazione a tutela dei suini, ciascuno di noi diventa parte attiva nel porre fine alla sofferenza di milioni e milioni di animali in Italia e in Europa.

Possiamo cambiare le cose, aiutamoli a conquistare una vita degna di essere vissuta: firma la petizione e partecipa al passaparola.

Mi sento in dovere di fare un’obiezione e una riflessione critica.
La prima, l’obiezione, è rivolta a chi ha redatto il testo della petizione, in particolare nella sua parte conclusiva, ma anche ai promotori della campagna che sul sito scrivono letteralmente “sostieni l’allevamento rispettoso”. Trovo che sia mistificatorio scrivere che sostenendo la campagna e sottoscrivendo la petizione per chiedere l’applicazione delle leggi vigenti si porrà fine alla sofferenza di milioni e milioni di animali in Italia e in Europa e trovo veramente scandaloso che si parli di “allevamento rispettoso” perché è proprio il concetto stesso di allevamento, ossia di un sistema che crea e dispone di vite senzienti per distruggerle, ad essere privo di rispetto.
La fine della sofferenza degli animali da allevamento ci sarà quando non esisteranno più animali “da allevamento”, ma semplicemente animali che vivono liberi, lontani da gabbie e luoghi di detenzione. E l’unica maniera per aiutarli a conquistare una vita degna di essere vissuta è quella di smettere di considerarli “animali da allevamento” e di lasciargli vivere la loro esistenza in accordo con le loro caratteristiche specie-specifiche.
Per quanto una gabbia sia resa più grande, più pulita, più confortevole, non sarà mai l’ambiente idoneo a restituire agli animali quel rispetto che sono tenuti ad avere.
Una campagna come questa, per quanto realizzata in perfetta buona fede al fine di lenire almeno un poco le sofferenze dei suini schiavizzati, non arriva purtroppo a veicolare il concetto dell’inaccettabilità etica del loro sfruttamento, a partire dal linguaggio usato che rimane ancora ingabbiato all’interno di un paradigma tutto specista; perché, da un punto di vista veramente antispecista, già dire “animali da allevamento” è un insulto. Vero che queste sono le espressioni in uso nel nostro linguaggio attuale e che istantaneamente ci rendono noto ciò che con esse si intende rappresentare, ma se la realtà si costruisce e delinea davanti ai nostri occhi anche in virtù delle parole e delle immagini che esse richiamano e se il compito dell’antispecismo è proprio quello di decostruire l’attuale realtà specista, allora credo sia proprio arrivato il momento di cominciare a porvi attenzione. Tanto più in una campagna che si pone l’obiettivo di “porre fine alle sofferenze di milioni e milioni di animali”.
La seconda, la riflessione, riguarda un dilemma ormai abbastanza noto all’interno del movimento per la liberazione animale: ossia se sia opportuno proporre sempre e solo campagne abolizioniste (come ad esempio quella dal titolo Visoni liberi, realizzata da EssereAnimali per chiedere agli organi legislativi di abolire gli allevamenti di visoni), o se, strategicamente, non sia in alcuni casi utile anche solo lavorare in direzione protezionista (ossia per chiedere miglioramenti delle condizioni degli animali negli allevamenti: ed è il caso della campagna e petizione in oggetto) al duplice scopo di ridurre un minimo le sofferenze degli animali, come detto, ma anche di creare difficoltà economiche agli allevatori, i quali, per rispettare gli ampliamenti delle gabbie richiesti e varie altre migliorie sarebbero costretti a rivedere la loro posizione economica e, non ho difficoltà a crederlo, in alcuni casi persino a chiudere per via dell’insostenibilità delle spese. Oltretutto, com’è tipico del sistema capitalista, l’allevatore guadagna solo se riesce a mantenere l’equazione del massimo profitto al minor dispendio e investimento di capitale. Ricordiamoci che gli animali per l’allevatore sono soltanto risorse da cui ottenere il massimo ricavato e che quindi reputa opportuno “smerciare” senza spreco alcuno. L’allevatore che li trattasse “bene”, ossia che investisse per dare loro maggior confort, tenendoli al caldo d’inverno e freschi in estate, curandoli quando stanno male, donandogli spazio maggiore ecc., non farebbe semplicemente un buon investimento e andrebbe in perdita. Per questo se anche solo si insistesse per il rispetto della normativa europea, almeno gli allevatori più piccoli sarebbero costretti a chiudere. Ciò che da una parte potrebbe essere considerata una vittoria, dall’altra implicherebbe però tutta una serie di fattori che, almeno dal mio punto di vista, rappresentano un pericolo. Quel che si otterrebbero sarebbero infatti solo risultati parziali, minimi, limitatissimi; magari si darebbe del filo da torcere a qualche singolo allevatore, ma saremmo ancora ben lontani dall’aver messo in discussione il concetto stesso di sfruttamento.
Lavorare in direzione protezionista inoltre, e appunto, farebbe sì che intanto si distoglierebbero energie da ciò che è il vero obiettivo antispecista: ossia abolire ogni forma di sfruttamento degli animali; secondo confonderebbe ulteriormente l’opinione pubblica che alla fine non vuole altro che essere rassicurata nei propri scrupoli di coscienza e sentirsi dire che sì, in fondo gli animali sono trattati bene e quindi non sussiste alcun problema etico. Siamo all’aberrazione della bioviolenza, del fantomatico “benessere animale” e della “carne felice”.
Il mio timore è che poi appunto la gente si adagi su questi lievi miglioramenti per accantonare del tutto – peggio, per non arrivare nemmeno a comprenderlo – il concetto della necessità della liberazione animale da ogni forma di schiavitù e assoggettamento all’uomo.
Ne sento davvero troppe di persone sostenere che: “non importa se poi alla fine l’animale viene ucciso, l’importante è che lo si faccia senza farlo troppo soffrire e che abbia vissuto bene” per poter pensare che la mia sia solo una forma di paranoia eccessiva. Il pericolo della carne felice è fondato, è ciò che oggi l’antispecismo deve temere di più, ciò su cui oggi ogni nostra campagna e forma di attivismo dovrebbe concentrarsi maggiormente. Che gli allevamenti intensivi siano una mostruosità lo hanno capito in tanti, ma tutti sono già pronti a ribattere che consumano “solo carne acquistata presso contadini di fiducia che trattano bene i loro animali”, che sia vero o no.
Il vero nemico della liberazione animale oggi non è l’allevamento intensivo, ma l’immagine della fattoria con la gallina che razzola felice. Nemica perché subdola, perché conferma e rafforza lo stereotipo dell’animale nato per servire l’uomo.
Siamo purtroppo bersagli indiscriminati di questo messaggio subliminale atto a veicolare una mentalità bucolica d’accatto, del tutto illusoria, che si pasce dell’idea di mucche che saltellano felici e di allevatori gentili che sussurrano paroline di incoraggiamento ai maiali dentro le gabbie (rese ancor più grandi, come se in virtù della loro grandezza smettessero di esser tali!) nel mentre gli accarezzano soavemente la testolina.
Non so a voi, ma a me il termine “protezionista” e tutto ciò che vi ruota attorno – quindi rispetto normativa vigente, proposta di leggi per aumentare il “benessere” ecc. – dà veramente il voltastomaco come poche altre; e me lo dà non per principio, ossia perché reputo l’abolizionismo l’unica via, ma perché proprio trovo che costituisca un paradosso inaccettabile, un’aberrazione e un ossimoro sia terminologico che concettuale, quando si discute di liberazione animale. Sarebbe come se al tempo della schiavitù ci fosse stato chiesto di appoggiare una legge che avesse vietato di bastonare gli schiavi, ma senza mettere in discussione la liceità della schiavitù stessa. Questo mi pare oggi il protezionismo.

La liberazione animale invece implica il riconoscimento e rispetto della diversità (come ha detto Leonardo Caffo in una recente conferenza: “l’antispecismo è la filosofia dei punti di vista” e trovo che questa magnifica locuzione calzi a pennello con l’idea che di esso dovremmo farci), implica la presa di coscienza della fine del concetto stesso di abuso e sfruttamento dell’altro, implica la progressiva accettazione e visualizzazione di tanti altri mondi (ed esigenze, sogni, desideri, volontà) quanti altri sono tutti gli altri individui che respirano insieme a noi. Tutto ciò non può in alcuna maniera collimare con un progetto che migliori la condizione di assoggettamento degli animali alla specie umana senza poterlo decostruire alla radice per poi ridefinirlo in maniera totalmente inedita.
Il protezionismo, o new welfarism che dir si voglia, fallisce, a mio avviso, nel momento stesso in cui, seppure finalizzato ad arrivare progressivamente all’abolizionismo, rimane strutturato dentro paradigmi ancor troppo rigidamente specisti e antropocentrici.
Diciamolo una volta per tutte: quel che l’antispecismo mette in discussione non è tanto, o non solo la maniera buona o cattiva con cui trattiamo gli animali, ma il concetto stesso di animalità così come lo abbiamo fino ad oggi conosciuto.
Questi individui non umani che chiamiamo genericamente “animali” non meritano soltanto rispetto e protezione, ma, come prima cosa, necessitano di essere riconosciuti in quanto tali, in quanto individui capaci di guardarci e finanche, chissà, giudicarci.
Uno schiavo trattato bene come avrebbe giudicato il suo bravo padrone? Un bravo padrone, ma pur sempre padrone.
Ecco allora che l’antispecismo è la fine della possibilità stessa di avere, o anche solo pensare “padroni”.
Mi rendo però perfettamente conto della necessità di problematizzare e rendere effettive, ossia pensabili da tutti e non soltanto da me o da altri antispecisti, queste riflessioni. Di cominciare a renderle quantomeno metabolizzabili anche solo a livello intellettuale.
Mi rendo conto cioè della impossibilità oggi di riuscire a far accettare un discorso di abolizionismo. Ma è anche vero, come scrivevo qui, che seppure oggi la società non è pronta questo non significa che noi dovremmo adattarci a ciò che la società pensa oggi. Un conto è descrivere la società così com’è e prendere atto di limiti e possibilità intrinseci ad essa – che mi sembra senz’altro una cosa ragionevole – un altro è rinunciare in partenza a volerla cambiare.
Ma a ciò si aggiunge quest’altro dilemma morale: non è forse mio compito, oltre a quello di cercare di diffondere una cultura antispecista, cercare di salvare più animali possibili e di lenire almeno un poco i loro affanni?
Quindi, se una parte di me rabbrividisce di sdegno di fronte a ogni campagna e misura protezionista, un’altra, onestamente, si domanda se invece oggi, in questa società e in questo attuale frangente storico, non sia intanto il meno peggio che potremmo fare nel peggiore dei mondi possibili e se ostacolare del tutto ogni misura protezionista non significhi invece impedire una possibilità concreta di far star meno peggio gli animali, – a patto però che suddette campagne vengano condotte con la massima trasparenza possibile, ossia senza raccontare menzogne sul benessere degli animali, senza usare espressioni che rappresentano un’antitesi in termini e senza rimandare a panorami illusori di “fine di ogni sofferenza ecc.” – seppur rimanendo consapevoli che il vero lavoro da fare rimane un altro, di senso totalmente opposto.

Credo sia una domanda lecita e immagino di essere in buona compagnia in questo dilemma morale di non poco conto.

In conclusione, che ognuno faccia i conti con i propri dilemmi morali, che decida o meno di sostenere norme e compagna protezioniste, ma che almeno ci si batta fermamente e consapevolmente per esigere trasparenza in maniera tale da far capire bene agli attivisti limiti e pericoli o possibilità di certe campagne.

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One comment on “Campagna “Sono degno: sostieni l’allevamento rispettoso”. Protezionismo e Abolizionismo

  1. Bio Violenza
    March 18, 2014

    parte del mondo antispecista, per fortuna, è intervenuto prendendo le distanze da CIWF: http://bioviolenza.blogspot.it/2013/11/la-china-scivolosa-della-compassione_28.html
    Sulla buona fede di CIWF, peraltro, ci sarebbero parecchi dubbi.

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This entry was posted on March 13, 2014 by in Articolo, Attivismo.

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