Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Vivisezionare la sperimentazione animale

di Leonardo Caffo e Massimo Tettamanti

L’articolo apparirà sulla rivista Mood: stati d’animo del libro (2: 2014). Da qui è possibile scaricare il pdf che agevola la lettura poco adatta al blog.

La bellezza è mescolare in giuste

proporzioni il finito e l’infinito

Platone

LC: Prima di tutto, un’ovvietà. Caro Massimo entrambi siamo contrari alla sperimentazione animale (nelle sue varie forme, coi suoi diversi scopi) ma con una differenza: tu sai come funziona, io no. Questo, come dire, non è poco. Perché innanzitutto, visto che questo è un dialogo che spero leggano in molti, vorrei che provassi a spiegare brevemente il suo funzionamento o – per essere più precisi – la sua architettura. In secondo luogo, sempre per evidenziare un mio limite, uno potrebbe pensare che il fatto che tu sia contro, rispetto a me, è più importante: sai di cosa stai parlando, io meno (ed è stramaledettamente vero). Questo deriva, come sappiamo bene, e come ricordiamo entrambi anche dai pubblici discorsi che tenemmo a Udine per la manifestazione “No Harlan”[1], da due approcci diversi. Il mio, filosofico, e il tuo, ovviamente, scientifico. Da un punto di vista filosofico la sperimentazione animale sembra, qualora si accettino gli assunti di un’etica animale antispecista radicale (prendiamo, per esempio, quella di Tom Regan – che per inciso non è neanche la mia), non un caso troppo speciale di maltrattamento animale per cui, se è vero che umani e animali hanno lo stesso “valore morale”, allora qualsiasi pratica di sfruttamento intenzionale – vivisezione completa – va rifiutata alle radici. Non serve problematizzarne la funzionalità, o la necessità così come, mutatis mutandis, non servirebbe chiedersi l’utilità di un qualsiasi genocidio umano: l’etica vincola la scienza, l’arte, il potere politico o, almeno, questo è quello che dovrebbe fare se questo fosse – realmente e non per falsa teodicea – il migliore dei mondi possibili. E qui casca l’asino o, per precisare, casca il “mio” asino: perché l’opposizione scientifica alla vivisezione sembra partire proprio dal fatto che oggi, qui e ora, abbiamo bisogno di argomenti non solo etici per fermare il massacro degli animali nei laboratori. Credo questo perché tu, più volte, hai ribadito di essere contro la vivisezione per motivi etici e che poi, solo in seconda istanza, ritieni necessario criticarla per motivi scientifici. Questo, se vero, condurrebbe a un argomento del genere: l’antivivisezionismo scientifico (AVS) in linea teorica e ideale è assolutamente inutile, tuttavia, vivendo in un mondo di agenti non (del tutto) razionali abbiamo la necessità di accoppiarlo all’antivivisezionismo etico (AVE) che, sarebbe bastevole in questo presunto mondo ideale, ma non lo è qui e ora. Dico bene? Credi sia un buon modo di cominciare a confrontare le nostre diverse posizioni?

MT: Dici benissimo anzi, il caso della sperimentazione animale, è l’argomento più specista che esiste. Ammazzare animali per cibarsene NON è necessario, si può vivere benissimo, anzi meglio, con una alimentazione vegan. Sfruttare animali per divertimento in un circo NON è necessario, non ha la pretesa di salvare vite umane. Eppure, in una società specista come la nostra sono pratiche diffuse e tollerate dalla maggior parte delle persone. La sperimentazione animale è ancora più specista perché è “mors tua, vita mea”. Secondo i pro sperimentazione essa è necessaria per salvare vite umane. Meglio usare un topo di un bambino. Questo è il loro slogan, ed è lo stesso dall’800. Già è difficile effettuare cambiamenti sociali, a maggior ragione diviene difficile contrastare una pratica che usa e abusa animali con l’obiettivo dichiarato e giustificativo del salvataggio di vite umane. Quindi, per questo motivo, ritengo che una metodologia presentata come scientifica ma risalente, e praticamente invariata, all’800 non abbia più i requisiti per essere definita scienza in tempi moderni. Tutto evolve, evolve la legislazione, evolve l’economia, la tecnologia e questo pone e fa nascere sempre nuovi quesiti e sfide per l’etica. L’unico campo in cui vi è un vincolo legislativo internazionale che impone un metodo di 150 anni fa è l’ambito della protezione della salute umana. L’unico metodo “scientifico-tecnologico” bloccato da 150 anni è la sperimentazione animale. Ritengo che, strategicamente, sia necessario rendere pubblica e contrastare questa aberrazione logica, etica e scientifica altrimenti il più specista degli abusi specisti rischia di rimanere intoccabile.  L’antivivisezionismo scientifico (AVS) ha portato a chiusura di alcune sperimentazioni e al salvataggio di molti animali, ma siamo MOLTO distanti dall’obiettivo e, da solo, o unito all’antivivisezionismo etico (AVE), non basta e/o non bastano.

LC: Mettiamola così, dunque, perché è arrivato il tempo di indebolire – se si vuole verso una loro liquidità – le rispettive posizioni. Sono sempre stato molto rigido nei confronti dell’AVE – credendo fosse bastevole, e che il resto fosse eco dello specismo. Ma forse è giunto il momento di comprendere, il che è abbastanza in linea con la teoria dell’antispecismo debole che ho difeso, che se per salvare gli animali, qui e ora, servono certe strategie allora è giusto adottarle nel modo più rigoroso possibile. I tempi, effettivamente, ma correggimi se sbaglio, sembrano maturi: l’opposizione alla vivisezione non è più un lusso per pochi intellettuali – ma un imperativo etico che coinvolge fette enormi della società civile. Anche tanti malati, lo sappiamo, si sono schierati contro e il problema, adesso, a mio avviso è il seguente. Dietro la sperimentazione animale ruotano interessi economici fortissimi: multinazionali del farmaco, piuttosto che laboratori scientifici, sarebbero rasi al suolo da un attecchire, reale, dell’antivivisezionismo. Costretti a ripensarsi, a investire su tecniche oggi ancora in fieri, tentano di difendere come possono il loro lavoro. Per questo, ne abbiamo parlato altre volte, forse l’antivivisezionismo più adatto oggi è quello economico (AV$). Qui, a tuo avviso, cosa è possibile fare? In che modo interessi economici così potenti possono essere contrastati attraverso un ideale etico? O, se preferisci, attraverso una differente consapevolezza scientifica? Non è che ti stia chiedendo la formula magica, intendiamoci. È che oggi tutto è globalizzato: gli animali vengono allevati in un posto, vivisezionati in un altro, e via dicendo. I paesi collaborano in tal senso, le norme si intrecciano, e comprendere dove bloccare il processo appare difficilissimo.

MT: Da parte mia sono stato sempre molto rigido sulla posizione dell’ AVS ritenendolo l’unico che, da un punto di vista strategico, potesse ottenere risultati. Ed ero finito in un “tunnel” dove ogni risultato ottenuto, ogni animale salvato, “cementificava” questa convinzione. In pratica applicavo un principio “verificazionista” dove ogni progetto andato o completamente a buon fine, o anche solo parzialmente a buon fine, mi confermava l’idea di avere ragione. E il verificazionismo è invece proprio ciò su cui si basa la sperimentazione animale. Quando sperimentano sull’animale qualcosa che poi è utile all’uomo lo pubblicizzano per fortificare la loro posizione, quando sperimentano sull’animale qualcosa che poi è dannoso per l’uomo lo nascondono e solo uno specialista, e non sempre, riesce a ritrovare il dato occultato. Ma, come hai giustamente detto tu, ora i tempi sono maturi per un salto di qualità. Attaccare la sperimentazione animale vuol dire non solo danneggiare economicamente le multinazionali del farmaco, del petrolchimico e dell’agroalimentare, ma attaccare il sistema stesso su cui si basa l’intera società. Ogni nuova sostanza chimica, per essere immessa sul mercato e nell’ambiente deve essere testata su animali. Semplificando si può dire che se risulta innocua sugli animali viene commercializzata (perché uomini e animali sono simili), se risulta tossica, viene commercializzata lo stesso (perché uomini e animali sono diversi). È un alibi per commercializzare qualsiasi veleno. Quindi la rete commerciale mondiale sta in piedi solo ed esclusivamente usando un metodo ottocentesco che permette di essere manipolato in quanto non riproducibile che una onesta filosofia della scienza smonterebbe immediatamente. Quindi l’AVS è un utile strumento per denunciare questa aberrazione ma da solo non basta, l’AVE ha il vantaggio di affrontare il problema alla radice ma da solo non basta… perché il problema è molto più grande di quanto una persona che si avvicina al problema possa pensare. Non basta dimostrare che la sperimentazione animale non abbia più alcun senso scientifico nel 2014, perché è al pari di un dogma religioso per alcuni e il fattore più importante per il proprio potere economico per altri. Non basta sostenere posizioni etiche perché la frase “meglio sacrificare un topo che non un bambino” nella moderna e superficiale comunicazione veloce ha ancora un forte impatto. Se tutto gira intorno ai soldi allora serve diventare multidisciplinari dove scienza, giurisprudenza ed economia, soprattutto economia, devono essere strumenti per fare trionfare una società finalmente etica. Quindi l’etica come punto di partenza, base strutturale e punto di arrivo, il resto è “strumento”. E se per alcune discipline siamo forti, sull’economia siamo davvero indietro. Serve davvero, in aggiunta, un nuovo perfezionamento, un’evoluzione, che è l’antivivisezionismo economico (AV$). Aggiungo e allargo il discorso. L’antivivisezionismo economico non è strumento solo per il tema della sperimentazione, ma è strumento generale per il rapporto uomo/animale. Una enorme parte di finanziamenti pubblici servono per fare abbassare i costi, e quindi aumentare i consumi, dei prodotti di origine animale, prima causa di malattia e morte insieme al fumo di sigaretta. Quindi siamo una società che usa i soldi dei contribuenti per finanziare il massacro alimentare e contribuire a un peggioramento della salute pubblica.

In parallelo tramite il massacro vivisettorio vengono commercializzati prodotti inquinanti per contribuire al peggioramento della salute pubblica. Salute pubblica malata che spinge per usare altri finanziamenti pubblici per ulteriore massacro vivisettorio nei laboratori di ricerca per cercare cure a malattie di cui la stessa società è causa. Se non invertiamo la destinazione dei finanziamenti, dandoli in primis a cibi a base vegetale poco inquinanti e salutari, e a metodi di ricerca e di valutazione tossicologica di “rilevanza umana” (ossia in grado di predire effetti tossici nell’uomo e nell’ambiente), non ne usciamo. Saremo sempre nella situazione di “salvare il salvabile” ma non saremo in grado di invertire la rotta.

LC: Mi sembra che siamo già arrivati a un punto importante, molto. L’etica sarebbe bastevole, ma visto che allo stato attuale non lo è, rendiamola trampolino di lancio per ricostruire il sociale dopo averlo decostruito. L’economia, dici bene, e lo dimostra il peso che le questioni economiche ricoprono oggi nel dibattito pubblico, è la prima parte che va ricostruita completamente. Buona parte dell’antispecismo radicale, spesso chiamato “politico” senza molto senso, è contro la società per come si è caratterizzata fino a oggi (dulcis in fundo, è contro il capitalismo). Se ho sempre contrastato l’antispecismo politico di matrice marxista ho invece, parallelamente, appoggiato quello di matrice anarchica: in grado di contrastare i meccanismi dello Stato in favore di quelli della Società (qui la “s” maiuscola, ovviamente, è voluta). Perché? Perché ciò che dici anche tu, in effetti, è che va creato un nuovo modello di società in cui il problema non siano i soldi di per sé, ma come questi vengono usati. Per parafrasi, dici, spostiamo l’interesse economico verso diversi modelli di esistenza: tecniche di sperimentazione alternativa, cibo vegano, moda cruelty-free, cosmesi alternativa, ecc. Questo permetterebbe, sono convinto anche io, di mostrare che il mondo antispecista non è un mondo assurdo – ma questo mondo qui, privo di violenza. Tanti, tantissimi, storcerebbero il naso: pensiamo a teorici come Steve Best, per esempio, che sembra che questo mondo vorrebbero prenderlo a sassate. Ma il problema è quale ventaglio di alternative offriamo: cioè, anche ammesso e non concesso che tutto vada rivoluzionato (e io lo credo, intendiamoci), non sarebbe meglio cercare di fare, intanto, quello che dici tu? Cioè spostare gli interessi economici verso altri porti in cui attraccare? E bene si, concordiamo senza dubbio. Il problema, enorme, è “come fare”. E strategicamente, non c’è dubbio, un solo approccio non può andare bene – se per “strategicamente” intendiamo una parafrasi, ovvia, di “politicamente”. Quale riforma, ma anche rivoluzione politica, è stata fatta solo per motivi etici? Nessuna – dall’abolizione della schiavitù fino al voto femminile tutto aveva, nascostamente, una matrice economica robusta e predominante. Anche i matrimoni gay, in Italia, diventeranno legali perché converrà avere più famiglie contribuenti di quante non ne ce siano oggi. Qui, dunque, bisogna mostrare innanzitutto che coloro che chiedono un mondo animalista non sono più quattro sparuti individui, magari intellettuali e borghesi, ma migliaia di persone che non possono fare altro che moltiplicarsi – complice la facilità di attecchire, con certe argomentazioni, nelle nuove generazioni. Se siamo tanti, mi si perdono lo slogan, la battaglia è possibile. Prima di tutto, però, un chiarimento. È ovvio che io rimarrò un teorico dell’AVE e tuo uno dell’AVS – e sai che c’è, bene così. Bene così perché – cuique suum – le competenze specifiche rimangono equamente distribuite. Il fatto è un altro: è necessario collaborare altrimenti ognuno avrà ragione secondo i propri parametri, ma non se ne farà niente. Se davvero vogliamo cambiare le cose – eccoci qua, in dialogo. Ma dobbiamo cominciare ad arrivare nei punti nevralgici dove il dibattito sulla sperimentazione si sta sviluppando, imponendo, con la leggerezza della ragione, le nostre posizioni etiche. La questione animale è barocca, nel senso che ha infinite pieghe, e dobbiamo stare attenti a imboccare strade giuste che non si rivelino, alla fine del percorso, senza sbocco o a senso unico. Senza citare il russo signore, tuttavia, verrebbe da chiedersi: che fare?

MT: Visto che siamo su un tema economico… la tua è una domanda da un milione di euro. Se dovessi ragionare in senso geometrico la risposta, a mio parere, sarebbe semplice. Ma la sua concretizzazione e realizzazione pratica al momento non è mai avvenuta. Sinceramente, per quanto possa sembrare banale, non vedo altra strada se non un percorso a due step:

1)    Il primo è un compattamento (al momento mai veramente realizzato) di attivisti che, avendo un’etica che comprende anche gli animali, sono operativi in ambito animalista. Questo è necessario perché se non abbiamo una base, forte, condivisa, strutturata e organizzata, non possiamo procedere. Questo non vuole dire che dobbiamo tutti pensarla allo stesso modo, anzi, le differenze di idee se hanno un obiettivo comune, sono arricchenti. Ma dobbiamo sapere dove andare, anche se qualcuno ci va a piedi e qualcuno in aereo, c’è chi vuole arrivare subito a destinazione e costruisce il teletrasporto e chi si ferma a ogni curva per soccorrere il cane abbandonato che ha bisogno. Per questo ho creato un progetto, che si chiama ITALIA SENZA VIVISEZIONE, che presuppone, come mèta finale, una realtà nazionale dove diventi praticamente impossibile vivisezionare e, di conseguenza, avere la chiusura della sezione italiana del centro I-CARE. Dove non serve né tesserarsi né pensarla allo stesso modo, non ci sono ordini di partito a cui obbedire né divieti di collaborazione con altre realtà. Il progetto sarà pronto entro fine gennaio 2014 e prevede un attacco ai finanziamenti alla sperimentazione animale. Si punta al cuore. Il servizio non chiede adesioni formali e riduce la burocrazia al minimo. Chi vorrà affrontare il tema etico o organizzare una manifestazione sarà libero di farlo e, quando serve, verranno forniti dossier, relatori o quello che serve. Chi vorrà organizzare seminari scientifici sarà libero di farlo e organizzeremo corsi di tecnologie avanzate senza uso di animali. Chi vorrà organizzare collegamenti tra la sperimentazione animale e altre forme di maltrattamento animale o umano sarà libero di farlo. Ma tutti con lo stesso obiettivo: fare dell’Italia un simbolo di una nazione dove la ricerca diventa esclusivamente etica. Non è un progetto scientifico. È una prova di applicazione di antivivisezionismo economico che si somma e viene fortificato da AVE e AVS. È un tentativo che si modificherà nel tempo e si perfezionerà. Dal 16 novembre 2013 alcuni attivisti hanno iniziato il progetto in segreto in modo da “fare un test” e capire la risposta della società. È stata ottima. Se riuscissimo a coinvolgere un gran numero di attivisti potremmo davvero riuscire a compattarci.

2)    Il secondo step è imparare a comunicare. Sono proprio coloro che difendono i più deboli, i meno protetti dalla società che, oltre a prendersi il carico di responsabilità del dolore e della sofferenza di una società basata sul massacro,  devono fare uno sforzo ulteriore e imparare a comunicare. Su questo siamo, come movimento, sempre stati carenti. Spesso chi viene definito animalista è attento ai problemi ambientali e alla difesa di chi è più debole. Chi difende un animale… tra un bambino e un pedofilo non ha vaticane esitazioni, chi difende animali… tra una tecnologia non inquinante e un combustibile fossile non esista a prendere una posizione. Non solo, se i soldi pubblici vengono usati per finanziare macelli e fare ammalare i carnivori, ecco che il tema economico e sociale sarebbero, già di per se, pro-vegan. Se i soldi pubblici vengono usati per finanziare circhi con sofferenza animale mentre i centri di ascolto per vittime di reati e abusi chiudono alle 18, ecco che non è vero che mancano i soldi, ma vanno agli abusatori e non alle vittime. Se i cacciatori osano provare a fare armare i minorenni con proposte di legge e, durante la stagione di caccia, risultano 10 volte più pericolosi di un italiano medio comprese nelle media mafia, camorra e sacra corona unita, ecco che essere anticaccia per insicurezza sociale diventa collaboratore a una etica antispecista. NON la stessa cosa, ma con lo stesso obiettivo parziale. Quindi se imparassimo a comunicare (e tollerassimo di più quando è strategico) realtà eticamente limitate alla specie umana o al proprio egoismo, avremmo maggiore possibilità di accettazione sociale. E, nella migliore delle ipotesi, saremmo “inclusivi” e con maggiore possibilità di fare avvicinare a un’etica non limitata chi ha già in sé i presupposti per aprirsi a un discorso antispecista.

Ma è difficile, perché tutti noi viviamo a contatto continuo con la sofferenza, con il dolore, con la tortura, e questo ci spezza dentro. E sentirsi dire che dobbiamo fare ancora di più è terribile. La sensazione è chiara, è la società che massacra e quindi dovrebbe essere lei a cambiare. Ma la società non cambia da sola e, se dobbiamo trasformala in Società (con la S maiuscola), è di nuovo responsabilità nostra. Perché non saremo aiutati, saremo derisi, insultati, denigrati, ecc. ed è per questo che possiamo usare (e credo dobbiamo usare) il discorso economico, ma la forza interiore, quella che ci fa andare avanti anche quando siamo spezzati, è la nostra etica. La nostra vera forza. La responsabilità di essere al limite più estremo e difficile della società, quello antispecista o animalista, e di dover nuotare controcorrente per raggiungere il centro. L’ironia terribile di fare scelte derise dalla società che, se fossero rese pratiche e concrete, salverebbero quella stessa società dall’autodistruzione planetaria verso la quale è diretta. Da parte mia faccio un gigantesco mea culpa perché, anni fa, sono “uscito” dal movimento per gli animali ritenendolo perdente e troppo collegato a un associazionismo non in grado di evolvere. Puntavo a “salvare il salvabile con ogni mezzo necessario”. Questa “uscita” personalmente mi è servita a sviluppare strategie non immediatamente evidenti alla controparte ma, alla luce di quello che è successo a partire dal caso Green Hill, ritengo che sarebbe stato più utile e corretto utilizzare più tempo per spiegare posizioni o progetti che, se non inseriti in un contesto completo, possono essere visti come specisti.

LC: Da questo nostro dialogo emerge che avremmo dovuto farlo da tempo, dico, lo sforzo di parlare – perché concordiamo su molte cose, e insieme (non io e tu, ma coloro che, in qualche modo hanno posizioni analoghe alle nostre rispettive), possiamo fare la differenza. Nel mio piccolo, il progetto “Stati generali dell’antispecismo” – a cui hanno aderito associazioni come LAV, oltre editori e riviste – aveva proprio la funzione di compattare il movimento per rendere, con parole tue, la base forte per l’obiettivo comune. Confesso che da filosofo il discorso sulla sperimentazione animale, inteso come discorso “speciale”, non mi ha mai emozionato troppo perché, te lo dicevo, lo consideravo una delle tante facce dello specismo che andrebbe, a mio avviso, attaccato alla radice. Ma effettivamente, complice anche l’interesse della stampa, la sperimentazione è una finestra importantissima sul problema più vasto e colore che, come te, dedicano la vita a mostrare che un’altra via è possibile mettono in crisi il sistema. Questo nostro parlare fa emergere tre punti essenziali:

  1. Prima di tutto è necessario opporsi alla sperimentazione animale per motivi etici;
  2. Preso atto che l’etica, da sola, non può bastare è necessario mostrare che è possibile un altro modello scientifico che garantisca risultati soddisfacenti ma che non si basi sulla sofferenza umana e animale;
  3. I primi due punti conducono a indagare le motivazioni economiche della sperimentazione animale verso una critica più politicamente articolata dell’industria farmaceutica.

Tutto ciò, effettivamente, ci deve spingere a un’altra strategia: smetterla di scannarci tra noi (AVS contro AVE) – e qui faccio mea culpa come pochi – e unirci, insieme, canalizzando le energie verso l’esterno. Eticamente abbiamo tutti le idee chiare – le strategie varieranno come sono varie le nostre competenze ma l’obiettivo, senz’altro, è comune. Da parte mia credo ancora che un AVS cieco nei confronti dell’etica sia problematico mentre, invece, un AVS strategico (come il tuo, mi sembra) è praticamente fondamentale così come un AVE che non proponga alternative scientifiche, per contrappasso, è complice dello scavarsi la sua stessa fossa. Forse, e come sempre, bastava comprendere che la verità stava nel mezzo. In queste poche pagine che abbiamo scritto, insieme, facendo un passo verso il centro. Grazie.


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One comment on “Vivisezionare la sperimentazione animale

  1. Andrea
    February 4, 2014

    “L’unico campo in cui vi è un vincolo legislativo internazionale che impone un metodo di 150 anni fa è l’ambito della protezione della salute umana”

    sbagliato, esiste anche lo sviluppo del medicinale veterinario…

    “In parallelo tramite il massacro vivisettorio vengono commercializzati prodotti inquinanti per contribuire al peggioramento della salute pubblica.”

    Fonti attendibili a supporto di questa affermazione?

    E poi mi fermo…non vi è un solo documento scientifico a supporto di questo farneticante dialogo, non vi è un solo esempio concreto di cosa sia realmente la ricerca biomedica, di quali conquiste abbia realizzato, di come gli stessi ricercatori per moltissimi studi stiano sviluppando o abbiano sviluppato metodi complementari etc etc etc…

    Certo che da uno che dice di opporsi alla SA con l'”antivivisezionismo scientifico” non avere nemmeno una citazione di lavori scientifici che dimostrino INEQUIVOCABILMENTE la totale inutilità di TUTTA la ricerca con gli animali (compresa quella per lo sviluppo del farmaco veterinario…su, esimio dottore in chimica,mi elenchi i punti dello sviluppo del farmaco veterinario e gli studi che è necessario eseguire SULLE SPECIE DI DESTINAZIONE per verificarne la sicurezza e, soprattutto, l’efficacia), mi fa pensare a tante parole vuote ed inutili…

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This entry was posted on January 25, 2014 by in Filosofia, Scienza.

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