Gallinae in Fabula Onlus

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Antispecismo e tolleranza

di Samuele Strati

Il filosofo illuminista Voltaire, uno dei padri della tolleranza insieme a John Locke, ebbe a scrivere che, essendo voltairel’errore parte della natura umana, occorre perdonarci reciprocamente e tollerare a vicenda le nostre colpe. Attraverso Voltaire, si potrebbe intendere la tolleranza come sedativo volto a contenere e/o annullare le discordie sociali, favorendo la pacifica convivenza civile e la felicità della popolazione, in linea con gli obiettivi dell’Illuminismo.
Nonostante le (contestualizzandole all’epoca storica) rivoluzionarie tesi del filosofo parigino, oggi, nel ventunesimo secolo, le guerre sussistono quotidianamente, equipaggiate dall’inconfondibile fetore del sangue e delle lacrime di tanti esseri umani che hanno perso tutto ciò che possedevano, inclusa la loro stessa vita. Gli uomini, però, non si limitano a trinciare ogni legame di fratellanza con i propri simili, al punto di scatenare eccidi, condotti sotto il boato delle armi nucleari, ma ricoprono il ruolo di carnefici anche per quanto riguarda gli (altri) animali. Meritano particolare attenzione alcuni aspetti della “guerra” contro gli animali. In primo luogo, se le guerre tra umani sono attuate da una cerchia ristretta di individui (al massimo supportati, talvolta anche incoscientemente, dai cittadini, tramite contributi e/o sostegno morale), il massacro degli animali è appannaggio di quasi tutti gli abitanti del mondo, chi più direttamente e chi meno. Se sono poche le persone che mitragliano altre persone, sono invece molte quelle che mangiano bistecche, che altro non sono che tranci (volendo usare terminologie commerciali) di animali morti di una morte violenta. In altre parole, assassinati, non certo presentatisi al mattatoio di loro spontanea volontà. Analogamente, il numero di bombe sganciate dagli aerei militari sono esigui in confronto al numero di pellicce che escono periodicamente da un solo allevamento di visoni. In secondo luogo, le guerre antropiche hanno un inizio e hanno una fine. Raggiunto l’obiettivo, per quanto rosso di sangue esso sia, il massacro, generalmente, termina. Non è così, invece, per l’eccidio degli animali, che vengono fatti nascere già con lo scopo di essere appesi alla catena di smontaggio. Una generazione nasce, la si elimina e se ne crea una nuova. Questo da, se non migliaia, centinaia di anni (sebbene l’industrializzazione dello sfruttamento animale sia relativamente più recente).
In questo contesto macchiato di crimini contro la vita, si inserisce l’antispecismo, inteso come movimento filosofico, culturale e politico, che cerca di modificare il violento sistema attualmente proprio delle società, mirando ad aspetti più etici e rispettosi dell’altrui diversità. Questo movimento insorge, ormai, con una certa regolarità, il che significa che esiste chi questa situazione globale non la accetta. In altre parole non viene tollerata. Sulla base di ciò, passiamo ora a chiederci: è possibile tollerare lo sfruttamento animale? E se sì, fino a che livello (ammesso che ci sia un criterio per stabilire l’esistenza di più livelli)?
Anzitutto, cerchiamo di porre qualche definizione, al fine di orientarci meglio. Iniziamo, dunque, dal concetto stesso di tolleranza: oserei affermare, accettazione e riconoscimento, ma non per questo necessariamente approvazione, di posizioni, idee e/o atteggiamenti altrui. Ora, fornita una definizione, volgiamo lo sguardo alla tolleranza in accezione positiva e in accezione negativa: in accezione positiva, la tolleranza potrebbe essere vista come strategia volta a garantire la convivenza civile e serena, come pensava Voltaire. In accezione negativa, però, tollerare può significare anche accettare e permettere che si compiano atti di violenza, come assassinii, stupri o aggressioni.
Il filosofo inglese John Locke, altro accanito sostenitore della tolleranza tra gli uomini insieme a Voltaire, riteneva che la tolleranza (che lui applicava agli ambiti religiosi) sia utile per garantire pace nella società. Secondo Locke, un fedele di una determinata religione non danneggia il praticante di una diversa dottrina solo perché professa una specifica fede. Fondamentalmente quindi, in Locke, si viene a valutare una situazione puramente soggettiva. Il campo di espansione della dottrina seguita da una persona è circoscritta alla persona stessa. Nel caso di violenze, però (e ora ci limiteremo a trattare di quelle sugli animali, in quanto istituzionalizzate nella società, universalmente accettate e difficilmente riconosciute), si va necessariamente a sfondare nell’oggettività. Si include all’interno della soggettività un individuo che non è il soggetto che sta formulando la questione, che, pertanto, diventa oggettiva, ergo, tautologica. Non esiste più il “io credo che…”.
Al di là del fatto che l’antispecismo non è in grado di tollerare lo sfruttamento animale per definizione, in quanto movimento atto a contrastarlo, non possono esistere livelli di sfruttamento, o meglio, non possono esistere livelli di sfruttamento affrontati in modi diversi. Può cambiare la gravità dell’atto (in ogni caso, campo dell’antispecismo non è il grado di violenza, bensì la violenza stessa. Se gli antispecisti combattono contro l’inferno del mattatoio, combattono anche per ridare la libertà alla gallina allevata nel cortile di casa. E’ l’allevamento in sé, a privare gli animali dei loro diritti, per quanto siano “tenuti bene”, per usare termini di uso comune), ma non la forma di presa di posizione, in quanto esso è legato ad una tautologia. In altre parole, uccidere (ad esempio) è o giusto, o sbagliato (o al massimo può avere una via di mezzo, un compromesso a seconda del tipo di azione, ma sempre in tautologia), e si deve escludere una posizione personale, in quanto la situazione non è soggettiva. In definitiva, l’antispecismo non può tollerare alcuna forma di sfruttamento o violenza sugli animali (e con animali, mi riferisco anche agli esseri umani). Problematico, ora, è il comprendere se gli animali possiedono veramente dei diritti; fuor di dubbio che la concezione di diritto è di matrice antropica (anche se ciò non causa pressochè nessuna interferenza, dato che la circoscrizione del concetto di diritto resta all’interno dei confini umani), occorre individuare un centro della moralità. Alcuni autori come Peter Singer e Tom Regan lo hanno localizzato tale cardine nel dolore: se soffre, possiede diritti (intesi come diritti fondamentali, non certo diritti giuridici, che costituiscono un discorso a parte, escludendo il diritto di soggettività giuridica, anch’esso valido all’interno dei confini antropici e unico tra i “politici” a doversi espandere anche agli animali). Per quanto nobile, le tesi di Singer e Regan cadono laddove alcuni animali effettivamente non soffrano. Si sta parlando ad esempio di invertebrati, come gli insetti. Tra questi, alcuni soffrono, altri no e altri ancora soffrono solo in alcune parti del corpo. Come comportarsi dinanzi a ciò?
Personalmente, per ovviare questo problema, ritengo sia utile spostare il centro della moralità, trasferendolo dal dolore alla coscienza, che, invece, è appannaggio di tutte le specie animali (anche questo discorso, però, apre una parentesi troppo lunga, che ora, per carenza di tempo e spazio, non posso permettermi di affrontare. In condizioni normali sosterrei senza alcun ripensamento la soggettività e l’individualità degli animali, ma poiché ora non ne ho trattato le motivazioni, mi mantengo più cauto e affronto la questione nel caso gli animali avessero diritti).
“Risolto” anche questo e tornando al tema della tolleranza, occorre precisare alcune sottigliezze apparentemente banali, ma in realtà, di grande importanza. Anzitutto, la realtà, una volta scoperta e riconosciuta (cosa che, comunque, non risulta per niente facile. Per onestà intellettuale, è vero che una risposta è tautologica, ma non possiamo essere certi che sia quella che scegliamo di sostenere), non deve essere affrontata con arroganza e spavalderia; il rispetto, anche verbale, per l’interlocutore deve essere una condizione a priori. Inoltre, la non-tolleranza dell’antispecismo non può e non deve essere pretesto per compiere violenze “in nome della liberazione”. Come può un antispecista commettere atti violenti su di un essere umano, sia anche esso un vivisettore o un macellaio, in nome del rispetto degli animali? E’ davvero così difficile sostenere una lotta pulita, rispettosa, ma pur sempre vincente? Se l’antispecismo non tollera crimini sugli animali, non ne tollera neanche sugli umani. Tralasciando la rovina dell’immagine della causa, già abbastanza in bilico tra l’opinione comune, commettere atrocità su un individuo (umano) non rende il torturatore diverso dal torturatore torturato.

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One comment on “Antispecismo e tolleranza

  1. Pingback: Cani e Gatti Veg ? La questione dello sfruttamento degli altri animali per il benessere di quelli di affezione. | associazione d'idee onlus

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This entry was posted on January 12, 2014 by in Articolo, Filosofia.

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