Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

“Far leva sui nostri diritti per rivendicare quelli degli animali”

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Intervista a Paola Sobbrio a cura di Leonora Pigliucci

E’ da subito dopo l’approvazione della legge europea 96/2013, che impone alcune minime limitazioni all’uso degli animali nella ricerca scientifica, che associazioni di ricercatori pro-sperimentazione animale hanno iniziato una battaglia divulgativa dai toni allarmistici sul futuro della ricerca in Italia di cui il “caso Simonsen” non è che il culmine. Ci sono state numerose manifestazioni sottotono, di cui i media hanno parlato solo di sfuggita, e quasi sempre solo per raccontare delle contestazioni da parte animalista, e solo il drastico cambio di registro, tutto giocato sull’emotività — l’aspetto indifeso di Caterina, la gravità delle sue condizioni di salute e al contempo la sua forza e chiarezza comunicativa nell’esprimere gratitudine ai ricercatori – ha portato all’exploit di consensi popolari alla sperimentazione animale che sembrava impossibile.

Tutto ciò avviene in un momento delicato, e per questo molti hanno ipotizzato che il tempismo di Caterina sia stato tutt’altro che casuale: è infatti in discussione proprio in questi giorni presso le Commissioni Parlamentari una legge delega che se fosse approvata vanificherebbe buona parte delle timide restrizioni imposte finora, riproponendo mostruosità come l’abolizione degli obblighi sull’uso dell’anestesia, l’assenza di un quadro sanzionatorio effettivamente dissuasivo in caso di trasgressione della normativa a danno delle cavie, ma sopratutto aggirando una questione fondamentale come l’incentivazione e promozione dei metodi alternativi, limitandone il finanziamento al 16% del totale dei fondi previsti per il settore.

Questa nuova battaglia che tiene in allarme coloro che hanno a cuore la sorte degli animali non umani non deve però far dimenticare come la Direttiva europea, e non solo il suo attuale recepimento italiano, sia da respingere in toto fin nei suoi principi di base, e in particolare per la centralità che continua ad attribuire alla sperimentazione animale quale metodo d’elezione per tutti i campi di ricerca medica e nel considerare i suoi risultati come parametro su cui tarare i metodi alternativi.

Paola Sobbrio, esperta di normative sulla protezione ed il benessere degli animali spiega quali sono le maggiori problematiche dell’attuale normativa e suggerisce linee guida di strategie future utili al movimento antivivisezionista:

Divieto di allevamento di primati, gatti e cani per la vivisezione e divieto di xenotrapinati: questi i punti più critici del recepimento italiano secondo le associazioni dei ricercatori. Sono vittorie animaliste?

Si tratta di novità apparentemente clamorose, ma che in realtà non sono che vittorie di pirro. Primati e gatti non sono mai state allevati nel nostro Paese, le scimmie perché è molto costoso e difficile farle riprodurre in cattività, i gatti perché praticamente mai utilizzati da parte della ricerca italiana. I cani invece erano prodotti solo da Morini e da Green Hill, gli allevamenti chiusi in seguito alle forti campagne di boicottaggio e dopo la spettacolare liberazione del 28 aprile 2012. E’ molto probabile che la Marshall in seguito a questo episodio avrebbe comunque scelto di spostarsi in paesi più tranquilli e di fatto, al momento dell’approvazione dell’emendamento in Senato, anche gli allevamenti di cani non erano presenti.

Anche sugli xenotrapianti le maggiori limitazioni non sono state dettate dal rispetto degli animali. Questa pratica ha segnato un susseguirsi di frenate e fallimenti e attualmente è da registrare, a livello mondiale, un forte ripensamento, a causa dei retrovirus potenzialmente pericoloso per l’uomo di cui il suino, la specie più usata, è portatore. La stessa Unione Europea, che fino al 2012 ha sovvenzionato la ricerca in questo settore, ha ora bloccato i finanziamenti.

Quanti e quali animali beneficerebbero allora effettivamente delle presunte tutele della nuova direttiva?

Davvero pochissimi. Inoltre quelle che appaiono come norme restrittive sono del tutto fuorvianti, soprattutto perché da nessuna parte nel testo della legge delega si fa menzione, ad esempio, delle specifiche tutele di cui dovrebbero godere gli animali GM (modificati geneticamente) che costituiscono l’assoluta maggioranza di quelli usati a piene mani dagli sperimentatori. Senza contare che la direttiva comunque non si applica alle sperimentazioni per farmaci veterinari e per fini legati all’allevamento.

E’ stato più volte sollevato il problema che le limitazioni che dovrebbero contenere il numero degli esperimenti che si svolgono sugli animali e renderli più controllabili sono anche di difficile attuazione, è così?

Sì,innanzitutto c’è il problema che vige un sistema di autocertificazione, per cui sono i ricercatori stessi a determinare il livello di sofferenza degli animali che i loro esperimenti comportano e la loro utilità. Inoltre  i laboratori hanno la facoltà di scegliere autonomamente sia il responsabile del benessere animale che il referente del comitato etico. Come se non bastasse, ancora oggi, nel 2014, le tanto decantate richieste di autorizzazione, che dovrebbero aumentare il controllo, vanno inviate in formato cartaceo al Ministero della Salute, il che allunga i tempi di esame: ma se questi superano i 60 giorni il laboratorio può iniziare comunque la sperimentazione, avvalendosi del silenzio assenso. In pratica le procedure amministrative legate alle autorizzazioni di uso di esseri viventi senzienti ed aventi valore inerente (così come statuisce il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea)  vengono esaminate, e seguono lo stesso iter che sarebbe previsto per costruire una tettoia!

L’impegno preso dai legislatori in sede europea è quello di tenere fede al principio delle tre R (Replacement, Refine, Reduction), si va davvero verso questo obiettivo, pur minimale?

Ci sono alcuni problemi strutturali che rendono tale prospettiva completamente velleitaria. Ad esempio perché non esistono commissioni di controllo dotate di qualche autorità, ma si richiede che sia lo sperimentatore a valutare in modo “imparziale” l’effettiva necessità del suo esperimento. C’è poi il grosso problema della mancanza di un database che raccolga tutti i test che vengono effettuati sugli animali. Il motivo è essenzialmente la necessità di tutelare il segreto industriale, che garantisce la riservatezza delle ricerche compiute dalle industrie e che spesso sono coperte da brevetto. Questo banalmente vuol dire che milioni di animali vengono uccisi ogni anno in esperimenti tutti uguali tra loro. Per questo motivo, finché questo sistema starà in piedi, sarà impossibile dare seguito ai propositi che l’Italia e l’Europa si pongono ormai da decenni, tutte le buone intenzioni che sentiamo raccontare non hanno altro contenuto che quello della propaganda e della demagogia. Si vuole dare la sensazione che le istituzioni tengano conto del benessere animale per venire incontro alle richieste di una opinione pubblica sempre più sensibile al tema, ma concretamente non si cambia nulla. Teniamo conto poi, e questo è un altro punto importante, che le statistiche, le ultime pubblicate in Europa risalgono al 2008, non annoverano gli animali-prova, cioè quelli nati morti o malformati e quindi soppressi. In sostanza il numero esatto di animali che concludono la propria esistenza nei laboratori non è calcolabile.

Ma c’è stato qualche progresso a livello istituzionale da quando dagli anni ‘60 ha iniziato ad essere contestata la liceità etica della sperimentazione animale?

 Io direi che da allora non è cambiato assolutamente niente. Ho raccolto personalmente tutte le proposte di legge in proposito: da 50 anni a questa parte non si fa che chiedere metodi alternativi, cosa che a parole condividono quasi tutti, ma poi le nuone intenzioni non si traducono mai in volontà politica di indirizzare seriamente la ricerca in un’altra direzione, nell’unico modo possibile: finanziandola.

Cosa pensi di StopVivisection, la petizione che il 26 ottobre scorso ha raggiunto l’obiettivo del milione di firme di cittadini europei che vogliono che l’attuale direttiva europea sia sostituita da una legge che tuteli veramente gli animali? Quali sono le sue possibilità di successo?

Credo che Stopvivisection sia uno strumento che al momento è strategico perché sta offrendo l’occasione sopratutto di informare i cittadini europei sulla realtà della sperimentazione animale che sta alla base, per obbligo di legge, della totalità dei prodotti industriali, quindi non solo farmaceutici, che acquistiamo. Molti questo ancora non lo sanno. Solo formalmente, però, Stopvivisection chiede lo stravolgimento dell’attuale direttiva sulla base della dimostrazione di una mutata sensibilità generale sul tema, perché non ci si può illudere: anche nella migliore delle ipotesi quest’iniziativa non porterà alla fine della vivisezione perché, in quanto istituzione sovranazionale di cui gli aspetti economici sono preponderanti, l’Unione europea deve tutelare in primis gli interessi delle imprese degli Stati che la compongono rispetto ai concorrenti asiatici e statunitensi. Questo impegno non potrà essere rispettato senza sperimentazione animale finché comprovati metodi alternativi non saranno realtà diffuse e funzionanti. Quello su cui si può lavorare, e credo sia bene che anche l’attivismo di base abbia queste competenze, è un rovesciamento delle priorità metodologiche: si deve chiedere che i test cruelty free siano la scelta d’elezione e che solo in mancanza di questi si possa ricorrere all’animale. Oggi, e da 50 anni a questa parte, la filosofia di base della legislazione in materia è esattamente l’opposto.

Che strategie concrete pensi di poter suggerire a chi porta avanti la lotta antivivisezionista?

Credo che sarebbe utile riuscire a fare lobby, come è accaduto per l’utilizzo delle cellule staminali embrionali in Italia. Negli Stati Uniti per un lunghissimo periodo, e se ne sta tornando a parlare anche ora, questo tipo di ricerca non poteva essere svolta presso gli istituti scientifici pubblici, perché erano moltissimi i cittadini che si rifiutavano di pagare questo tipo di attività con le proprie tasse. Si potrebbe provare a fare qualcosa di analogo avviando collaborazioni in questo senso con attivisti americani in modo da creare una rete di dissenso a livello globale.

Credi che sia utile concentrarsi sulla richiesta di un’informazione trasparente?

Credo che sia un tema cruciale. La pretesa di avere dei database pubblici, che elenchino gli esperimenti fatti, le finalità, il numero di animali coinvolti, il novero dei successi e degli insuccessi di attività finanziate in buona parte da risorse pubbliche dovrebbe essere una priorità non solo degli attivisti per i diritti animali ma di tutti i cittadini. La direttiva contempla questa possibilità. Sta anche a noi, chiedere che diventi realtà e non resti un intendimento solo sulla carta per tacitare “ gli amici degli animali”. E’ una questione che ha a che fare con i diritti costituzionali, il diritto alla salute in primis. La difesa dei brevetti non può costituire una scusa per tenere nascoste alla società civile informazioni fondamentali, le case farmaceutiche non dovrebbero poter più tacere, come oggi fanno, sul proprio operato reale,  amplificando la portata dei progressi scientifici e minizzando i pericoli dei nuovi farmaci, attraverso una rete di divulgazione scientifica troppo accondiscendente e non effettivamente libera. Anche l’Economist, di recente, ha pubblicato un articolo su questo tema che s’intitola “Gli errori della scienza”. La cosa rappresenta una novità – non per noi, che però quando lo diciamo veniamo tacciati di essere nemici del progresso – ma per chi legge questo tipo di riviste,  nel senso che non è più un argomento tabù il fatto che il metodo oggi in uso infici anche la scientificità delle ricerche.

La rivendicazione dei diritti degli animali e il diritto alla salute possono allora intrecciarsi?

 Credo che, dato il contesto specista entro il quale ci muoviamo, la migliore strategia sia capovolgere i termini in cui la questione è generalmente posta e far leva sui nostri diritti per favorire quelli degli animali. Gli antispecisti e i vegan costituiscono ormai una minoranza significativa, seppure proporzionalmente bassa, della società: la sperimentazione animale che riguarda tutti i prodotti commerciali limita le nostre scelte e nel caso dei farmaci nega  la tutela del nostro diritto alla salute. Questo fatto non può passare in secondo piano in una società che si definisce libera e democratica e credo che questo andrebbe fatto presente con più forza possibile. Noi antispecisti dobbiamo poter avere accesso a cure e farmaci non sperimentati su animali, diversamente ne verrebbero lesi, come lo sono tutt’ora, i nostri diritti costituzionali di espressione della libertà di pensiero e il diritto alla salute.

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13 comments on ““Far leva sui nostri diritti per rivendicare quelli degli animali”

  1. simona
    January 8, 2014

    ..è solo un mio parere, e so che è pura utopia, ma penso che l’unica via per vedere tutelati i diritti di esseri umani e non umani, in questo ambito almeno, sia quella di togliere il profitto e l’azienda dal settore della salute. Ricerca (etica e utile) pubblica, e medicina pubblica. sempre volendo considerare l’utopia di uno stato che funzioni… Grazie molte per l’articolo.

    • stopthatrain
      January 9, 2014

      grazie a te Simona, sono d’accordo: il fatto che i produttori di farmaci siano imprenditori privati, e che siano spesso loro anche i finanziatori degli studi nelle università, fa sì che la ricerca e il presunto progresso scientifico siano irrimediabilmente viziati da logiche di mercato: se l’obiettivo è il profitto, tutto il resto – la vita degli animali e la salute dei consumatori umani – non ha che un valore strumentale. Forse già solo cominciare a prendere consapevolezza del fatto che non siamo altro che destinatari di prodotti da vendere può aiutare a diventare più critici rispetto a tante dipendenze (ad esempio quelle dai farmaci da banco al primo raffredore o mal di testa).

  2. Gio'
    January 8, 2014

    Ribadisco anche qui… Trovo Queste pagine troppo autoreferenziali e “targettizzate” su un audience di addetti ai lavori. Se volete sfruttare il clamore attuale fatelo con più intelligenza, parlate semplice, come un italiano medio potrebbe meglio capire, altrimenti il vs messaggio non arriva.
    E poi, che modo “politichese” di non rispondere alle domande o di farlo in modo manzoniano… Tipica la risposta a questa domanda:

    L’impegno preso dai legislatori in sede europea è quello di tenere fede al principio delle tre R (Replacement, Refine, Reduction), si va davvero verso questo obiettivo, pur minimale?

    Rimane il dubbio: ma che cribbio sono ste 3 R??? E la rispostaè in puro stile tribuna politica d’epoca dorotea…. N se capiss na got!

    Mah…

    Saluts
    Gio’

    Ps
    Che cribbio è stipvivisection…

    • ritaciatti
      January 9, 2014

      Giò, noi non vogliamo “sfruttare il clamore attuale”, bensì diffondere l’antispecismo e i suoi valori e cerchiamo di farlo al meglio delle nostre possibilità.
      La redazione è composta da persone che hanno diverse formazioni e così i nostri collaboratori esterni, per cui non capisco a quale linguaggio da “adetti ai lavori” tu ti riferisca.
      Mi pare che il nostro italiano sia medio, ossia comprensibile a tutti, per quanto corretto (salvo qualche refuso che sicuramente ci potrà sfuggire, come a tutti).

      Stopvivisection è stata un’iniziativa molto popolare: http://www.stopvivisection.eu/it

      • Gio
        January 9, 2014

        Rita, <> molto poco medio, suggerisco di far uso di note a pie’ pagina…

      • Gio
        January 9, 2014

        Uff.. Sbaglio sempre ad usare le <… La frase che volevo citare é: "principio delle tre R (Replacement, Refine, Reduction)", per nulla italiano medio, no?

    • stopthatrain
      January 9, 2014

      Non capisco se sia una provocazione o un’osservazione seria. Comunque questo articolo è necessariamente tecnico, ma non mi pare sia così complicato. Le tre R indicano un impegno preso dalla Ue a muoversi verso la sostituzione degli esperimenti su animali con metodi non cruenti (replacement), la minimizzazione del dolore che essi implicano (refine) e la riduzione del numero dei viventi impiegati nella ricerca (reduction). La risposta di Paola Sobbrio è molto chiara, altro che politichese: non si può lavorare per questi obiettivi quantomeno fino a che non avremo un database degi test che impedisca di ripetere più volte le stesse prove in laboratori diversi.
      Su Stopvivisection ti ha risposto Rita, comunque adesso inserisco nel testo una spiegazione in più. Ciao.

      • Gio
        January 9, 2014

        Se avessi voluto provocare, avrei fatto ironia su un punto come questo: <> per esempio. Dopo la spiega delle 3R la risposta prende senso. Se nn capite il senso delle mie “italiote” osservazioni, la diffusione dei valori in cui credete rischia di rimanere circoscritta alla cerchia di fighetti-intellettuali-snob, tagliando fuori fette di opinione pubblica che va raggiunta non solo con azioni clamorose ma con spiegazioni più “didascaliche”, tipo antispecismo for dummies… Se preferite prendermi per il culo (tcome il tipo qui sotto) dicendo che é tutto chiarissimo, …zzi vostri! Raccontatevela tra di voi … Detto con sincerità ma senza acrimonia. Grazie x la risposta.

      • Gio
        January 9, 2014

        Uff… Qui la frase citata é: “Noi antispecisti dobbiamo poter avere accesso a cure e farmaci non sperimentati su animali, diversamente ne verrebbero lesi, come lo sono tutt’ora, i nostri diritti costituzionali di espressione della libertà di pensiero e il diritto alla salute.”…

  3. ritaciatti
    January 9, 2014

    P.S.: ho risposto anche di là… sotto all’altro articolo, quello di Michela Pettorali.

  4. paolafelixveg
    January 9, 2014

    L’ha ribloggato su paolasobbrioblog.

  5. Antonello
    January 9, 2014

    Semplicemente impeccabile. Paola Sobbrio chiarisce con esemplare semplicità e competenza la situazione attuale. Davvero difficile darle torto. Purtroppo. Antonello

  6. Pingback: Noi contrari alla sperimentazione animale non possiamo esercitare il diritto alla salute. | A Noi La ParolaA Noi La Parola

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This entry was posted on January 8, 2014 by in Intervista and tagged , , , .

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