Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Una riflessione a freddo sul caso di Caterina Simonsen

di Riccardo B.

Sono passati alcuni giorni da quando è scoppiato il caso di Caterina Simonsen e ora, a mente fredda, vorrei M10proporre alcune considerazioni personali di carattere generale. Partendo dall’inizio. Partendo dalle prime emozioni. Credo infatti che ciò che ho provato nel mio intimo sia assimilabile a ciò che hanno provato molti altri attivisti. E, in questi casi, condividere le proprie emozioni insieme ritempra l’animo e conforta lo spirito. 

La notizia, rimbalzata da un giornale all’altro fino ai TG nazionali, mi ha scosso non poco e provocato molta rabbia, insieme ad un profondo senso di frustrazione. La rabbia era di duplice natura. Da una parte vi era quella che io chiamo rabbia empatica, ovvero la rabbia che si prova per le ingiustizie commesse contro individualità diverse dalla propria. Mi riferisco, in questo caso, alla tragedia e all’immensa sofferenza dei senzienti non umani rinchiusi nei laboratori biomedici. Poiché, sebbene siano stati accortamente relegati in un angolo dalla sofferenza che un destino sfavorevole ha riservato a una ragazza malata, agli occhi dell’attivista permangono il patimento, l’angoscia e la disperazione che gli sperimentatori riservano a milioni di animali in tutto il mondo.

 Vi era poi una rabbia più soggettiva, personale. D’altronde, siamo attivisti per gli animali, ma prima ancora siamo noi stessi animali con un nostro mondo interiore. La scorrettezza, il sotterfugio, l’inganno, sono difficili da accettare e fanno male. Questa oscena montatura organizzata dai sostenitori della segregazione, sperimentazione coatta e sistematica uccisione degli animali nei laboratori di ricerca – o sperimentazione animale (SA) – è stata, in questo, oltre ogni misura inaccettabile. E il sentimento di rabbia è emerso come la reazione più naturale e spontanea. Infine, è giunta  inevitabile la conseguente frustrazione, di fronte all’immensa portata mediatica che ha avuto la vicenda (stravolta e ingigantita a dismisura) e alla pervasiva diffamazione che ha colpito l’intero movimento per la liberazione animale nonché la mia persona in quanto attivista.

Tuttavia, provare queste emozioni, benché negative, ha un importante significato. Esse infatti rappresentano una testimonianza inconfondibile di forti principi radicati nel nostro intimo. Ci mostrano apertamente che abbiamo delle idee in cui crediamo con tutto il nostro essere e per cui fremiamo quando vengono violentate. Che abbiamo sinceramente a cuore (e nel cuore) la sorte degli altri animali. La rabbia e la frustrazione iniziali, inoltre, una volta smaltite, generano nuova energia, nuove idee e nuovi progetti, e rinvigoriscono l’attivista con una rinnovata e più tenace determinazione. Il fermento e la pioggia di articoli di risposta di questi giorni nel panorama animalista sono solo il primo segno di questo flusso vigoroso. 

Superato l’impatto emotivo, si ha poi la possibilità di analizzare la situazione più lucidamente. Il caso, oramai, lo conosciamo tutti: Caterina Simonsen, ragazza venticinquenne affetta da malattie genetiche multiple, ha espresso il suo appoggio alla SA su una pagina facebook e, per questo, ha ricevuto una serie di insulti, fino ad auguri di morte, da alcuni dei commentatori. Tali commentatori sono stati indicati per lo più come animalisti. Sebbene un minimo di spirito critico avrebbe dovuto lasciar sospettare fin dall’inizio che una parte degli insulti provenissero da fanatici della SA con profili-fake, e sebbene, in effetti, siano state espresse delle perplessità sull’identità animalista di alcuni degli aggressori verbali [1,2], senza dubbio almeno una parte degli insulti – pur se quantificarla con esattezza non è facile – è opera di utenti che si definiscono, in qualche misura, animalisti.

Un tale comportamento, ovviamente, non può essere giustificato e va certamente condannato. Tuttavia, come è già stato fatto notare da altri, la vicenda si è svolta su una nota pagina facebook di fanatici della SA dove gli attivisti per gli animali vengono sistematicamente derisi, disprezzati e insultati [3]. Odio chiama odio. Si aggiunga anche che, per chi conosce un minimo di psicologia, la comunicazione virtuale libera i soggetti comunicanti dai normali freni inibitori dei rapporti reali, e l’insulto, anche brutale, emerge molto più liberamente.

Comunque, come ho detto, non sono qui a giustificare questi vaneggiamenti. Che, contrariamente a quanto percepito dall’opinione pubblica, rimangono tuttavia i vaneggiamenti di un piccolo gruppo di individui, certamente non rappresentativo dell’ampio e variegato universo animalista. Questo gruppo può essere invece ben assimilato ad una ristretta minoranza interna al movimento, caratteristica di tutte le correnti ideologiche, religiose, politiche, ecc., normalmente definita come frangia estremistica e tipicamente contraddistinta da comportamenti violenti ed eccessivi. Che poi i fanatici della SA abbiano tentato (con successo) di far passare l’atteggiamento eccezionale di questi individui come un carattere comune all’intero movimento animalista, è  stato alquanto sciocco – sebbene, bisogna ammetterlo, molto persuasivo.

Complessivamente, il comportamento del movimento animalista è stato invero più che dignitoso, sebbene ignorato dai media. Numerose associazioni e gruppi animalisti hanno pubblicato comunicati di condanna agli insulti ad espresso piena solidarietà nei confronti di Caterina. Lo stesso comunicato apparso qui su Gallinae in fabula il 29 dicembre ha avuto oltre un migliaio di condivisioni su Facebook [4]. Tutto ciò testimonia chiaramente che la comunità animalista si è mostrata alquanto unita nella propria posizione su questa vicenda. E indica anche un effetto collaterale di queste offensive che, nelle intenzioni dei detrattori, dovrebbero minare il movimento animalista.

L’attacco vile e scorretto, infatti, lungi dal provocare un dissesto, rappresenta invece un elemento in grado di favorire una forte coesione interna al movimento, accrescendo la solidarietà vicendevole tra gli attivisti e mettendone in luce le affinità reciproche e gli obiettivi comuni. Dopotutto, chi è nel movimento da anni, è ben abituato ad affrontare situazioni di questo genere, insieme alla calunnia, all’infamia, alla mistificazione, sistematicamente messe in atto dagli schiavisti animali. L’importante, per l’attivista determinato, è avanzare, pur se lentamente, nella propria battaglia etica. Non abbiamo fretta. Sono migliaia di anni che gli animali non umani sono schiavizzati, violati e tormentati senza pietà. Sappiamo bene che la strada da percorrere è lunga e piena di insidie. Occorre pertanto concentrarsi sui progressi (molti, in questi ultimi anni) e non sugli smacchi subiti.

Il movimento animalista, pertanto, può uscire da questa vicenda a testa alta e senza colpe. Il problema, semmai, va individuato nel quadro socio-culturale di fondo nel quale l’intero evento si è svolto, caratterizzante una società condizionata da una cultura antropocentrica e radicalmente specista. Una società in cui l’immensa tragedia degli animali schiavizzati non trova ancora la giusta considerazione morale. In un simile contesto, la risposta dei media data all’evento non è affatto sorprendente (senza voler considerare il tono sensazionalistico con cui la notizia è stata diffusa, necessario all’industria massmediatica per la propria sussistenza). Ovviamente, in una società a-specista, la giustificazione dei supplizi medico-scientifici dei non umani per voce di una ragazza malata, sarebbe insostenibile. Tutto ciò ci suggerisce dunque che c’è ancora molto da lavorare su un’opinione pubblica ancora enormemente confusa, che considera per lo più la SA una pratica immorale, ma che, al tempo stesso, si commuove di fronte all’intermezzo pubblicitario di una ragazza malata che lancia appelli a favore della SA.

Il tutto, inoltre, si è giocato su un comportamento oltremodo vergognoso dei fanatici della SA: un comportamento che può avere successo solo all’interno del quadro socio-culturale delineato. Ma l’operazione messa in atto da questi fanatici, una volta decontestualizzata e spogliata da giustificazioni specistiche, si mostra evidente per quel che è: una banale manipolazione propagandistica. L’intera montatura rivela tuttavia un enorme e incolmabile vuoto nelle argomentazioni dei fanatici della SA, costretti per ciò a ricorrere al raggiro metodico. Il loro apparato argomentativo, basato unicamente sullo scherno, sul disprezzo, sulla distorsione, risulta fragile e privo di consistenza. Soprattutto, con il sistematico rifiuto di un serio dibattito, mostrano apertamente la totale mancanza di una valida e necessaria giustificazione etica al tormento medico-scientifico dei senzienti non umani.

L’elemento centrale della propaganda organizzata rimane una martellante campagna d’odio contro gli attivisti per la liberazione animale, dipinti come individui ignoranti, stupidi, violenti. D’altronde, la degradazione della persona dell’attivista e la sua riduzione allo stato di sub-umano sono indispensabili per svalutare insieme le sue ragioni etiche altrimenti inaggirabili: l’ignorante, lo stupido, il violento, non può avere ragione. È un individuo che va isolato. Che va temuto. Che va perseguitato. Ed è un gioco che senz’altro funziona, ben collaudato nella storia delle brutalità intraumane.

E per chiudere, non posso non parlare di colei che, forse involontariamente, è divenuta la protagonista di questo circo mediatico natalizio. Anche qui vorrei iniziare dalle mie emozioni. Vorrei iniziare dal video in cui, maschera d’ossigeno pressata in volto, Caterina parla della sua infelice condizione e dichiara la sua posizione in difesa della SA. Come penso similmente a molti altri, nell’impatto con le immagini ho fin da subito avvertito una forte sensazione di angoscia. È stato un sentimento di angoscia che è nato dal proiettarmi nella sua condizione e dal vivere le sue emozioni. In altre parole, ho sentito quel che (ho creduto) sentiva lei. Questo è ciò che molti di noi a volte sperimentano quando si identificano con la situazione emotiva di un altro individuo, una sensazione profonda e misteriosa nota come empatia.

Ed è stata la stessa sensazione di angoscia che più e più volte mi ha scosso assistendo a quei video che documentano la tragica realtà degli animali segregati nei laboratori biomedici: animali malati, debilitati, dal corpo deformato dai tumori, dagli sguardi terrorizzati, alla ricerca di una via di fuga che mai troveranno, in preda alla frenesia della pazzia da reclusione. E molto altro ancora. È questo quel senso di empatia che molti fanatici della SA, prigionieri di un anacronistico cartesianesimo meccanicista, deridono e ridicolizzano, assimilandolo a una patologica «visione disneyana della realtà».

Eppure, è proprio questa empatia che mi impedisce di disprezzare la vita di Caterina: la sua tragedia personale, benché sia stata brutalmente abusata e violentata dai fautori della SA per i propri scopi di propaganda (con o senza l’assenso di Caterina stessa non fa molta differenza ai fini del risultato), è degna del massimo rispetto. Ciò, tuttavia, non significa che il suo dramma personale mi trattenga dall’esprimere il mio assoluto dissenso con le sue giustificazioni al supplizio medico-scientifico degli animali. Giustificazioni che, tra l’altro, come è già stato detto qui su Gallinae in fabula, sono pienamente comprensibili, data la sua infelice condizione: una condizione che facilmente disorienta il senso etico e confonde il pensiero riflessivo.

Ma Caterina, in questi giorni, ha fatto parlare di sé anche per delle affermazioni alquanto discutibili in cui auspicava il suicidio di detenuti costretti in «condizioni non umane», sostenendo che «il mondo senza di loro sarà solo un posto migliore» [2]. Qualche commentatore, alludendo all’appellativo nazi-animalisti usato da Caterina nei giorni precedenti, ha fatto notare con sarcasmo che, incidentalmente, nel programma di eliminazione del governo nazista erano inclusi anche i criminali comuni. Eppure, credo, anche in questo caso non bisognerebbe trascurare la condizione di disagio di Caterina, e come questa condizione possa ugualmente alterare senso etico e pensiero riflessivo. Forse l’affermazione era influenzata da qualche spiacevole esperienza personale del passato, poiché Caterina contrapponeva preoccupazioni prioritarie per i degenti tenuti in condizioni deplorevoli. Perlomeno, in questo caso, nessuno ha pensato di scendere nuovamente tanto in basso da strumentalizzare queste sue affermazioni per una campagna a favore dell’eliminazione dei detenuti.

Mi auguro che Caterina guarisca, che i farmaci che usa, benché frutto di sofferenza, angoscia e morte di molti animali, possano esserle di aiuto. E che un giorno abbia anche lei, come dovrebbe spettare ad ogni creatura di questo pianeta, la possibilità di poter vivere una vita piena e libera dalla sofferenza. Allora, lontana dalla sua tragedia, dai giorni cupi e silenziosi passati nel tempo immobile di una stanza d’ospedale, avrà anche lei l’occasione per poter meglio riflettere su questioni etiche importanti che ora, presa da ben altri problemi, sente evidentemente estranee. E, forse, giungerà anche lei a (ri)scoprire quella indecifrabile e genuina sensazione di empatia verso l’altro, senza distinzione alcuna. Sia esso un topo segregato in un laboratorio di ricerca, sia esso un umano segregato in una cella di detenzione.

 Nella foto: vaschette di detenzione per topi usati in esperimenti di tossicità (fonte: BUAV).

 Note:

1. http://richiamo-della-foresta.blogautore.repubblica.it/2013/12/30/nazi-patacche-gli-insulti-a-caterina/?fb_action_ids=716080948416268&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

2. http://richiamo-della-foresta.blogautore.repubblica.it/2013/12/31/vero-o-falso/?fb_action_ids=716098898414473&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

3. https://gallineinfabula.wordpress.com/2013/12/31/sulla-degenerazione-dei-nazi-animalisti-e-il-caso-caterina-s-2/

4. https://gallineinfabula.wordpress.com/2013/12/29/il-fine-non-giustifica-i-mezzi-una-risposta-a-caterina-simonsen/

 

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32 comments on “Una riflessione a freddo sul caso di Caterina Simonsen

  1. Gio
    January 8, 2014

    Mammamia… Un’altro oceanico scritto che tocca abbandonare a meno di metà, datevi una regolata, amici miei!

  2. Gio'
    January 8, 2014

    … E la riflessione a freddo si gelò…

  3. animalludens
    January 9, 2014

    Gio’ .. informati al Tg5: sono succinti, concisi e dopo massimo 5 minuti ti mandano la pubblicità.

  4. Riccardo
    January 9, 2014

    Gio, l’articolo era appunto una riflessione generale, non voleva quindi tanto essere un articolo di tipo divulgativo, veloce e da far girare virale sul web. In questo senso, non mi sembra eccessivamente lungo, mi sono mantenuto su circa 2000 caratteri. In generale, comunque, sono d’accordo con te, sul web funzionano meglio e sono più graditi gli articoli corti. Però a volte è bene trovare anche qualcosa di più approfondito.

    • Gio
      January 9, 2014

      Ciao Riccardo, la mia era una breve considerazione che va collegata con gli altri miei commenti in altri vs articoli. Nei prox giorni vedrò se qui riesco a trovare info “pronte” sulle vs istanze, o se devo invece faticare. Se il simpaticone lassù (con annessa vacua icona ridens) nn coglie il messaggio, zzi suoi, resti nella sua dotta alterigia. Grazie per la tua cortese risposta

  5. Andrea
    January 10, 2014

    Sono gabbie di stabulazione, non detenzione…

    http://www.treccani.it/vocabolario/detenzione/

    http://it.wikipedia.org/wiki/Stabulazione

    E poi, cortesemente, smettetela di associare sofferenza, angoscia e morte alla ricerca biomedica. La stragrande maggioranza degli animali inclusi negli studi non viene soppressa, e se viene soppressa (a meno che non sia richiesto dal protocollo sperimentale) lo è perchè nessuno di voi sedicenti antispecisti si fa mai avanti per adottare i poveri topini, rattini, cavie, zebrafish, drosophile, caenorhabditis e quant’altro…eppure le possibilità legali ci sono!!!

  6. Riccardo
    January 10, 2014

    So bene qual è il significato proprio del termine detenzione, ma lo ritengo più appropriato alla situazione degli animali rinchiusi nei laboratori. Se poi vuoi iniziare con la storia che siamo tutti degli imbecilli ignoranti, anche voi non mi pare che state messi meglio quando parlate di animali “asportati”:
    [http://protestitalia.wordpress.com/2013/05/04/manifestazione-animali-e-ricerca-insieme-per-la-vita-1-giugno-via-mercanti-milano]

    Per il resto, noi facciamo quel che possiamo nel cercare di salvare gli animali che arrivano a fine esperimento (v. ad esempio il progetto i-care), ma comprenderai, spero, che per poter riuscire a gestire centinaia di migliaia di animali (mi risulta che solo in Italia ogni anno vengono usati circa un milione di animali nei laboratori) occorrerebbero moltissimi adottanti e risorse economiche al momento non disponibili. Se fosse tutto così semplice il problema dei cani e gatti randagi sarebbe già risolto da un pezzo, non pensi? Vista la situazione oggettiva, quindi, se davvero foste preoccupati per la vita degli animali, semplicemente non li usereste, dato che già sapete che di fatto verranno uccisi a fine esperimento. Evidentemente non vi crea molti problemi uccidere un animale. La tua affermazione che “La stragrande maggioranza degli animali inclusi negli studi non viene soppressa” è pura mistificazione. Saluti.

  7. ritaciatti
    January 10, 2014

    Gentile Andrea,
    gli animali che sopravvivono agli esperimenti sono una quantità infinitesimale, la stragrande maggioranza di essi viene uccisa o muore per conseguenze dell’esperimento stesso.

    Stabulazione o detenzione cambia poco, sono animali rinchiusi che non possono esprimere le loro caratteristiche di specie-specifiche e quindi in totale assenza di qualsivoglia condizione che possa venire definita “benessere”.

    Non siamo noi che associamo agli animali usati nei laboratori termini come angoscia, sofferenza ecc., purtroppo queste condizioni e stati fisici ed emotivi sono gli effetti diretti di quello che gli vien fatto.

  8. Andrea
    January 13, 2014

    Ritaciatti…anche cani e gatti e criceti e conigli e canarini e altri mille mila tipi di animali rinchiusi nei vostri appartamenti e nelle loro belle gabbiette o recinti sono animali cui non viene data la possibilità di esprimersi secondo la loro etologia, ma siccome li avete voi (che in più li umanizzate, cosa erratissima) va sempre tutto bene?Presente le gabbie fotografate nel bagno di Giulia Carlini a Milano? No? Beh, sicuramente quei topi stavano molto meglio nelle loro gabbie in stabulario.

    Muoiono per le conseguenze degli esperimenti?Ma dove le leggi ‘ste panzane?Gli esperimenti che si concludono con la morte dell’animale non per soppressione eutanasica sono pochissimi (la tossicità è quasi tutta studiata in vitro dai ricercatori assassini al giorno d’oggi), gli altri sì vengono soppressi, ma non in maniera crudele come dite (e pensate…ma ci credete davvero?) voi.

    E siccome non mi rispondete mai, dimmi un po’ quale angoscia e sofferenza viene causata ad un animale nel far parte di uno studio di farmacocinetica o anche di teratogenicità…così, tanto per tirare in ballo i soliti…angoscia che non sia al pari di quella di venire maneggiati da dei sedicenti animalisti…

  9. ritaciatti
    January 13, 2014

    Ma che cosa sta dicendo Andrea?
    Non teniamo animali in gabbia.
    E Giulia Carlini ha spiegato benissimo che le foto scattate nel suo bagno rappresentavano la sistemazione PROVVISORIA degli animali, in quanto nelle ore e giorni immediatamente successivi sono stati sistemati e dati in adozione a famiglie che se ne sono prese cura, preoccupandosi di donare loro tutto ciò che gli è necessario per esprimersi etologicamente.
    Curioso che lei si preoccupi poi della sorte di quei topolini, visto che avrebbero dovuto essere tutti uccisi. Meglio nelle gabbie nello stabulario? Come no, sarebbe come affermare che un detenuto stia meglio nella sua cella che non a casa sua. Il coniglio (conosco la persona che lo ha adottato) ora ha a disposizione un cortile enorme, salta, scava, corre, fa tutto ciò che dentro una gabbietta di uno stabulario non aveva mai potuto fare.
    Le cose che scrivo non sono panzane, le leggo nei dossier relativi agli esperimenti e si possono verificare nei registri di “smaltimento” dei laboratori dove si effettua la sperimentazione animale.

    Non tutti gli esperimenti sono dolorosi, ma è troppo comodo che per dimostrare che la SA non sarebbe invasiva ci si concentri su questi e non su tutti gli altri.

    Andiamo Andrea, qui non sta parlando con persone poco preparate, se ne renda conto per favore.
    O vuole che le metta i video diffusi grazie alle poche investigazioni sotto copertura che sono stati fatti? Video recenti, presi da università rinomatissime del Regno Unito (mica dell’ultimo paese del mondo).

    Non umanizziamo gli animali, ma davvero lei dà retta alle stupidaggini che dicono di noi i pro-sa?

    Se solo si degnasse di leggere un libro che sia uno di antispecismo si renderebbe presto conto di quanto esso sia lontano mille miglia dal voler umanizzare gli animali.
    Riconosciamo la diversità animale in ogni singolarità, invece.

  10. ritaciatti
    January 13, 2014

    P.S.:
    Inoltre continua a sfuggirle un fatto fondamentale (e sì che Mauro Noti lo ha scritto ieri), dolore e sofferenza o meno, l’antispecismo contesta la pratica di sfruttamento e manipolazione degli individui senzienti, qualsiasi specie appartengano.

  11. Michela Pettorali
    January 13, 2014

    Caro Andrea, ci risiamo! Per te qualsiasi cosa giustificata dalla razionalità scientifica è giusta e neghi anche la cosa più ovvia e banale: la sofferenza dello stare in gabbie, stabulari, prigioni…chiamale come vuoi, sono sempre la stessa cosa.
    Secondo te un gatto o un cane tenuto in casa per le necessità del vivere in una società che non permetterebbe loro una vita “normale secondo la loro etologia” è una prigione uguale a quella degli stabulari? Secondo te il fatto di eutanatizzare gli animali durante uno studio giustifica la apparente non sofferenza che tu dici? Cosa vuol dire per te umanizzare? Sinceramente, l’unica cosa che conta è che tutto questo non è giusto, come non è giusta la scelta razionale e priva di etica che inducete a fare. Mi dispiace ma me ne sono tirata fuori da tempo, chi “ragiona” così o è un religioso dei più fanatici o uno che ha molti interessi in ballo.

  12. ritaciatti
    January 13, 2014

    Comunque devo dirlo: mi inquieta moltissimo Andrea che Lei faccia il veterinario, non avrei mai il coraggio di affidarle un qualsiasi animale malato, visto le pratiche che giustifica…

    Mi domando come Lei possa decidere quale singolarità senziente sia da destinare alla sperimentazione animale e quale invece alle cure e attenzioni.

    Mah. Mistero!

    La scienza deve avere dei limiti etici necessariamente, altrimenti potremmo arrivare a giustificare qualsiasi cosa su qualsiasi essere senziente sol perché ritenuto “utile”.

  13. Andrea
    January 13, 2014

    Tranquilla, ritaciatti, non vorrei mai una cliente come lei. Per i topi rubati dalla Carlini (le cui ipotetiche denunce mi sembra non abbiano trovato alcun seguito), chiunque ne sappia un minimo di roditori sa che mettere insieme decine di animali precedentemente stabulati in gruppi già ben stabilizzati a livello gerarchico è un abominio e può portare (per non dire che porta con assoluta certezza) a lotte gerarchiche, con conseguente stress, ferimento e spesso morte degli individui gerarchicamente più deboli…ma voi siete persone preparate in materia, eh già…e “giorni ” per un animale la cui aspettativa di vita è di un paio d’anni (in media), non sono un periodo così breve…ma lo saprà già visto che è preparata…per non parlare delle condizioni igieniche in cui versano animali stabulati in evidente (dalle immagini) sovrannumerop per le dimensioni del >CONTENITORE< in cui li ha messi la signorina. Signorina che tra l'altro ad un piccione salvato ha somministrato antibiotici topici e sistemici…chissà come saranno stati messi in commercio quegli antibiotici eh?

    Per i numeri degli animali soppressi (ma anche nati solo ed esclusivamente allo scopo, non dimenticatelo mai…non sarebbero mai esistiti) per la ricerca biomedica, non fa altro che avallare la mia critica del fatto che parlate tanto di salvarli ma quando ce ne sarebbe la possibilità, ve ne guardate bene perchè è scomodo adottare o far adottare migliaia di roditori (che quando vi devastano la dispensa, vi portano la leptospirosi o minano la salubrità del vostro ambiente abitativo vanno eliminati con veleni terribili, quando potrebbero aiutare a sviluppare cure per malattie rare e non…poverini, sono così pucciosi) vi fate di nebbia…e quindi, da legge, gli aniamli vengono soppressi…alla fin fine è anche colpa vostra se ne vengono soppressi così tanti (compresi iriproduttori a fine carriera…)

    Michela, voi parlate di rispetto dell'etologia dell'animale, in generale…e tenere un cane o un gatto in un appartamento non rispetta la loro etologia, quindi è come tenere un topo in una gabbia, se la rapportiamo alle dimensioni ed all'aspettativa di vita dello stesso. E dubito fortemente che un topo o un ratto in gabbie ben pulite, climatizzate e fornite di arricchimenti, cibo e acqua soffra o stia peggio di un cane in città…
    E se tu pensassi bene prima di scrivere, l'eutanasia è una pratica volta a sopprimere un essere vivente senza farlo soffrire nemmeno per un secondo, o anche per evitargli sofferenze. Sì, eutanaSizzare un animale non lo fa soffire, sennò perchè l'eutanasia è universalmente riconosciuta come "la dolce morte"?

    • ritaciatti
      January 13, 2014

      Senta Andrea, l’ha letto o no l’articolo che le ho postato sulla vicenda dei topi liberati dallo stabulario?
      Si è trattato di un’emergenza, di una situazione provvisoria.
      E comunque è andato tutto bene, sono stati subito affidati e stanno tutti bene, compresi quelli “nudi” che i pro-sa asserivano che sarebbero morti dopo pochi giorni…

      Il discorso che fa sul fatto che gli animali soppressi altrimenti non sarebbero mai esistiti mi imbarazza fortemente, davvero, trovo imbarazzante rispondere a un’obiezione del genere, mi fa pensare che lei sia un troll… nient’altro che un troll. E dunque lei trova giusto creare vita al fine di distruggerla? Ma non si rende conto dell’aberrazione massima che comporta questo ragionamento? Mi viene in mente quella distopia che è contenuta nel bellissimo romanzo di Ishiguro dal titolo Non lasciarmi in cui vengono creati umani al fine di prendergli pian piano gli organi per donarli a persone facoltose. Orrore puro.

      Colpa nostra se così tanti animali vengono soppressi? Colpa nostra se esistono i laboratori per la sperimentazione animale, se esistono i macelli, gli allevamenti ecc.? Ma non sia ridicolo, suvvia.

      • ritaciatti
        January 13, 2014

        P.S.: e poi, “non vorrei mai una cliente come lei”.
        Cliente?
        E io che pensavo che un veterinario dovesse avere dei PAZIENTI, pazienti animali non umani per l’appunto.

        Il termine cliente si usa all’interno di transazioni economiche, non per quanto riguarda il rapporto che si dovrebbe instaurare tra medico e malati, siano essi umani o non umani.

  14. ritaciatti
    January 13, 2014

    P.P.S: i cani e gatti in appartamento si relazionano con gli umani che se ne prendono cura, sono animali sociali in cui c’è scambio affettivo, poi escono, vanno al parco, stanno nei giardini. Sono compagni di vita a tutti gli effetti.

    Il topo tenuto isolato dentro una gabbietta minuscola non ha nemmeno la possibilità di relazionarsi e sì che è un animale sociale, che ha bisogno di comunicare con i suoi simili.
    Inoltre lei dimentica lo scopo per cui è lì, per essere usato e ucciso, non certo al fine di diventare un compagno di vita del vivisettore.

    Come fa a non capire queste differenze sostanziali? Comincio a convincermi sempre più che lei sia qui solo allo scopo di provocare con obiezioni surreali, assurde. Che non stanno né in cielo e né in terra.

    Inoltre gli antispecisti/animalisti non comprano animali nei negozi, ma li adottano da situazioni di disagio, situazioni che sono l’effetto della nostra società specista e antropocentrica, esattamente quella che vorremmo cambiare.

  15. Michela Pettorali
    January 13, 2014

    Andrea, scusami, ma evidentemente, ormai è certo, non sai leggere e mi rispondi con luoghi comuni. “La dolce morte”, si, dopo che TU hai provocato comunque sofferenza. Poi, devo ancora vedere gabbie con arricchimenti nei laboratori. Non puoi certo paragonare i topi in gabbia ai cani e gatti in casa. E’ veramente deludente che il significato delle parole “giusto” e “ingiusto” ti sia oscuro…per non parlare di un minimo di etica.

    • ritaciatti
      January 13, 2014

      Ma come, non lo sapevi che i vivisettori giocano e coccolano i topini? 😉

  16. Andrea
    January 13, 2014

    Rita: “P.S.: e poi, “non vorrei mai una cliente come lei”.
    Cliente?
    E io che pensavo che un veterinario dovesse avere dei PAZIENTI, pazienti animali non umani per l’appunto.
    Il termine cliente si usa all’interno di transazioni economiche, non per quanto riguarda il rapporto che si dovrebbe instaurare tra medico e malati, siano essi umani o non umani.”

    Lei sarebbe la mia cliente (eventuale) perchè io non lavoro gratis, ho studiato anni, ho più di una laurea, e mi faccio pagare per il mio lavoro, come qualunque serio professionista fa e dovrebbe fare. Il paziente sarebbe il suo animale. Quindi, mia cara, mi sa che chi non riesce a capire dei basilari concetti sulle professioni e sui rapporti medico/paziente/cliente non sono io…

    quindi lei non paga una visita specialistica, che ne so, dal ginecologo perchè è una sua paziente?ah, buono a sapersi..

    “E dunque lei trova giusto creare vita al fine di distruggerla?” la vita non la creiamo noi, noi facciamo solo in modo che gli animali si riproducano, e come sono onnivoro e concepisco l’allevamento ai fini della produzione di carne, ebbene sì, concepisco mettere al mondo roditori (animali solitamente schifati dai più) e non solo per migliorare le condizioni di vita di altri animali e uomini. E non per questo mi sento un mostro. E’ molto più mostruoso attaccare persone come Caterina, mettendosi dalla parte di un topino piuttosto che da quella di una ragazza che soffre…perchè è facile fare i froci col culo degli altri (mi scuso per con i gay ma la frase è una frase fatta, nulla contro l’omosessualità) ma se qualche grave patologia capitasse a lei o si suoi figli o, perchè no, a qualcuno dei suoi animali, vorrei vedere se si lascerebbe morire, o lascerebbe morire loro, tra atroci sofferenze o correrebbe a curarsi/curarli con tutto ciò che la medicina odierna può offrire. Me lo dica, e mi dica (l’ho chiesto mille volte) qualche principio attivo che utilizza quando è malata (vorrei vedere se in caso di frattura scomposta di un osso si curerebbe con l’arnica e basta), e vediamo se usa “rimedi” non testati…

    Michela, io penso proprio che tu in uno stabulario serio non sia mai entrata…io sì, ho visto quelli dove lavora l’equipe della montalcini, ho seguito diversi seminari sul tema proprio per capire ed approfondire…e i topi nello stabulario fidati, non soffrono e nella stragrande maggioranza dei casi gli arricchimenti esistono eccome (fossero anche dei banali rotoli di carta igienica). Quindi anche eutanasizzarli in maniera assolutamente indolore, considerando che sono animali che alla prima difficoltà si mangiano tra loro (anche in natura) o, peggio, se trovano i cuccioli di un altro maschio se li mangiano…beh…sarei io il cattivone ad anestetizzarli prima di sopprimerli?

    Per l’etica, collega, leggi per bene il codice deontologico dei medici veterinari…e guarda chi ne ha di più tra te e me

    http://www.fnovi.it/index.php?pagina=codice-deontologico#t2

    • ritaciatti
      January 15, 2014

      Certo che pago una visita specialista, ma sempre una paziente del dottor x rimango, e non una sua cliente.

      Guardi che tra medico e paziente non si usa proprio il termine “cliente”.

    • Faz
      January 14, 2014

      Hooo, ma che cari… i suoi amici vivisezionisti hanno fatto le casette ai topini ai quali poi allegramente inoculano tumori (con scarsi risultati visto che dopo decenni e decenni delle vostre siocchezze e milionate di animali sacrificati, il cancro è ancora incurabile)

    • Faqu
      September 22, 2014
  17. Riccardo
    January 13, 2014

    Ma da dove è uscito questo simpatico chiaccherone? 🙂 Uno che esordisce con un commento dove vuol dar da intendere che se gli animali nei laboratori vengono sistematicamente uccisi è solo colpa degli animalisti che non li adottano, una stupidaggine così grande davanti a cui si inchinerebbe persino il grandissimo illuminato e razionale (tale MV) è ovvio che è qui solo per provocare e dire stupidaggini. Spero solo che ne sia consapevole.

  18. Michela Pettorali
    January 13, 2014

    Andrea, quella non è etica, è un codice deontologico, sono regole! 🙂

  19. Andrea
    January 14, 2014

    Michela, allora non ti è chiaro il concetto di deontologia così come inteso dai maggiori filosofi moderni…per semplicità lo riporto da wikipedia:

    “Il nome “deontologia” deriva dal greco “Δέω”,(pron. Deo) che significa “dovere” e dal participio presente del verbo “ειμί”(pron. eimì,” essere”) cioè “ων,οντος” (pron. on,ontos). L’obiettivo di Kant nella formulazione della deontologia era stabilire un sistema etico, che non dipendesse dall’esperienza soggettiva, ma da una logica inconfutabile. Quindi, la correttezza etica di un comportamento sarebbe un dovere assoluto e innegabile, alla stessa maniera in cui nessuno potrebbe negare che due per due fa quattro.
    Kant assegna alla logica, quindi, attraverso l’imperativo categorico il dovere di determinare la correttezza o meno di un’azione. Esso si fonda sull’idea della massima che divenuta universale contraddice se stessa. L’esempio adatto è quello di chi si rifiuta di aiutare gli altri, perché è indifferente alle loro sorti. Kant, in questo caso, ci dice che un mondo in cui ognuno pensi solo alla propria felicità è coerentemente immaginabile; Kant, tuttavia, ci mostra come una volontà che istituisse questo principio si auto-contraddirebbe, poiché ogni singolo perderebbe la possibilità di essere soccorso nel momento del bisogno e questo non è razionalmente desiderabile da alcuno. Anche John Rawls è un deontologo. Il suo libro A Theory of Justice sancisce che dovrebbe essere creato un sistema di sana redistribuzione che segua un insieme di regole morali.”

    Ma vabbè, non stiamo a filosofeggiare oltre…

  20. Pingback: Una riflessione a freddo sul caso Caterina Simonsen |

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This entry was posted on January 7, 2014 by in Articolo, Attivismo.

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