Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Ascoltate le urla degli animali. Soffermatevi sul loro sguardo

di Rita Ciatti

Si chiama Blake, è un bellissimo gattone tigrato a pelo lungo che ho trovato abbandonato il giorno di ferragostoBlakeamoremio di otto anni e mezzo fa. Fu un colpo di fulmine: non appena incrociammo i nostri sguardi, ci innamorammo.
Dalla scorsa estate Blake si è ammalato, soffre di una grave patologia congenita al cuore e mi hanno detto che non riuscirà a invecchiare, che… insomma, sì, la sua vita sarà breve.
Di recente è stato necessario ricoverarlo in una clinica per animali e al dolore e alla preoccupazione di saperlo malato, si è immediatamemte aggiunto lo strazio di doverlo lasciare lì, lontano dai suoi luoghi e spazi conosciuti e sereni, lontano dagli individui – umani e non – con cui si relaziona e ama, lontano dalle sue abitudini e sicurezze di vita.
Ma non solo: oltre alla visione del suo corpicino martoriato da aghi, cannule e quant’altro era necessario per somministrargli le cure, quel che mi ha profondamente colpita è stata la tristezza del suo sguardo, l’espressione insieme spaventata e rassegnata di dover restare lì, in quel luogo asettico che odora di medicinali e di disinfettanti.
Poi, guardandomi attorno, mi sono accorta che il suo sguardo non costituiva affatto un’eccezione, ma assomigliava a quello di tutti gli altri, i piccoli pazienti ricoverati insieme a lui.
Ho pensato però che nonostante la triste situazione contingente che li aveva portati lì, tutti loro fossero comunque amati, coccolati, riempiti di tutte le attenzioni dei loro compagni umani.
Se questi animali si trovavano lì è perché qualcuno si è preoccupato per loro, è perché li si stava tentando di curarli con la speranza di riaverli presto a casa.
Ma che dire di tutti gli altri – dallo stesso sguardo triste, rassegnato, spaventato – che a casa non faranno mai ritorno?
No, non mi sto riferendo a coloro che non ce l’hanno fatta a superare la loro malattia, ma a tutti quelli – migliaia, miliardi – fatti nascere e ammalare appositamente per finire sui tavoli dei laboratori dove si effettua la sperimentazione animale.
Giorni fa Maria Antonietta Farina Coscioni, tra i soci fondatori e Presidente Onorario dell’associazione Luca Coscioni, nonché ferma sostenitrice della sperimentazione animale, così si è espressa in un discorso alla Camera: “ascoltate il grido di Caterina per la libertà di ricerca”.
A parte che la frase è impropria, fuorviante e forse pretestuosa perché tutti siamo per la libertà di ricerca purché non venga fatta sulla pelle di altri senzienti; quello che vorrei risponderle io è: e il grido di dolore degli animali non umani chi lo ascolta?
Possibile che in tutto questo battage mediatico non ce la faccia a emergere l’unica voce che davvero dovremmo ascoltare, la voce dei reali protagonisti loro malgrado, le vittime della sperimentazione animale?

Quando cominciai a impegnarmi nella lotta per la liberazione animale, decisi anche di prendere una posizione ben precisa: ossia di non esprimermi mai, se non per dare voce a chi non ce l’ha.
Io sono il maiale che viene ucciso. Non apro bocca per esprimere le mie personali prese di posizione, ma per il maiale che soffre e sanguina” scrivevo non molto tempo fa.
E ancora sono qui oggi a scrivere in nome di tutte quelle creature senza nome, senza identità, private della loro individualità, così come gli Ebrei deportati nei lager nazisti venivano orribilmente distinti solo attraverso un numero tatuato sulla loro pelle: tutti indistintamente sovrapponibili, riproducibili, rimpiazzabili, pura materia, informe carne da macello (e non è una metafora) per il fine ultimo della razionalizzazione, massima efficienza – che sia perpetrata da un’ideologia mostruosa quale quella nazista o quella altrettanto mostruosa del profitto fine a se stesso poco importa; esseri il cui sguardo triste, rassegnato, impaurito per nulla differisce da quello del mio Blake.
Come possiamo chiedere di ascoltare l’urlo di Caterina, ammalatasi per sua sfortuna, senza tener conto anche di quello di tutti i miliardi di animali cui vengono procurate sofferenze indicibili? Come possiamo chiedere di essere solidali con chi soffre e al contempo continuare a disporre di tante altre vite senzienti?
Se il decreto di recepimento della direttiva in tema di sperimentazione venisse approvato – si voterà il prossimo 14 gennaio – senza aver introdotto i piccoli miglioramenti richiesti attraverso l’articolo 13, già approvato sia alla Camera dei deputati, che al Senato, sarà addirittura possibile condurre esperimenti senza anestesia e senza analgesici (in parte lo si fa anche adesso quando l’anestetico o l’analgesico va a inficiare i risultati), con riduzione di costi senz’altro, ma con enorme, spropositato aumento del dolore degli animali; si potranno usare animali per esercitazioni didattiche; i fondi per la ricerca con metodi sostitutivi saranno limitati e in particolare l’84% saranno destinati a quella che contempla la sperimentazione sugli animali; si potranno effettuare xenotrapianti utilizzando animali geneticamente modificati, nonostante questo tipo di ricerca abbia dato già risultati fallimentari; sarà possibile eludere le limitazioni all’utilizzo degli stessi animali in più test e si potranno usare per prove con alcool, droghe, tabacco, il tutto con sanzioni non dissuasive anche per i divieti già rispettati come: l’allevamento di primati, cani e gatti, il ricorso ai randagi e l’uso degli animali per scopi bellici.
In sostanza i ricercatori dediti alla sperimentazione sugli animali potranno continuare  impunemente a disporre dei corpi di tanti individui senzienti senza quasi più nessuna restrizione.
E si badi: per sofferenza animale non si intende unicamente quella, mostruosa, derivata da esperimenti particolarmente dolorosi, ma anche la semplice impossibilità a esprimere le caratteristiche specie specifiche. Come spiega l’etologo Roberto Marchesini, un animale in cattività non raggiungerà mai quelle condizioni di “benessere” di cui con tanta leggerezza parlano gli allevatori, i ricercatori e tutti coloro che speculano sulla pelle degli animali. Figuriamoci dentro un laboratorio in cui alla fine ciò che lo aspetta è la morte in seguito all’induzione di malattie di vario tipo (tumori, inoculazione di virus ecc.), o per dislocazione cervicale, gassazione o tramite la ghigliottina (sì, avete capito bene).
E se è vero che, come dice Leonardo Caffo, “il volto di un maiale lacrimante prima della gogna, vale – da solo – più di tutti i sogni dell’umanità che conquista (distruggendoli) mari, monti e pianeti.”, quel che dovremmo chiederci davvero non è se la sperimentazione animali sia utile o meno, ma se tutte le urla messe insieme di tutti gli animali straziati sui laboratori non possano, da sole, bastare a denunciarne la profonda ingiustizia e iniquità.

(nella foto di Giorgio Cara: Blake)

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3 comments on “Ascoltate le urla degli animali. Soffermatevi sul loro sguardo

  1. paolafelixveg
    January 3, 2014

    Reblogged this on paolasobbrioblog.

  2. Massimo Carola
    January 4, 2014

    Bellissimo articolo. Un abbraccio a Blake,

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This entry was posted on January 2, 2014 by in Articolo, Attivismo.

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