Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Umani, troppo umani

di Alessandra Colla

Il caso di Caterina Simonsen, la venticinquenne padovana affetta da quattrodiverse scimmiettelaboratorimalattie genetiche che ha dichiarato di appoggiare la sperimentazione animale (d’ora in poi: s.a.) e per questo è stata oggetto di pesanti attacchi verbali sui social network, sta accendendo gli animi in quest’ultimo scorcio del 2013. S’impongono alcune considerazioni.

 Non tutto il male viene per nuocere

Tanto per cominciare, il caso Simonsen ha un merito indiscutibile (negarlo significa non aver ben chiari i termini del problema, non essere in grado di riconoscere un’occasione quando si presenta e, soprattutto, non saperla sfruttare) — il merito, dunque, è quello di aver acceso i riflettori sul dibattito, in corso da decenni, relativo al mantenimento o invece all’abolizione di questo tipo di ricerca, considerata tuttora come “scientifica” in sommo grado.

Se questa improvvisa notorietà del problema porterà acqua al mulino dei pro-s.a. o degli anti-s.a., dipenderà unicamente dalle rispettive capacità di gestire l’intera faccenda. La quale faccenda, peraltro, o càpita a fagiolo o è stata fatta capitare  — Andreotti docet —, dal momento che è ora all’esame delle Commissioni parlamentari un decreto legislativo che stravolgerà la Legge italiana 6 agosto 2013, n. 96, che all’art. 13 stabilisce dei criteri alquanto restrittivi della facoltà di sperimentare: se questo decreto dovesse passare, il prossimo 13 gennaio 2014, sarebbe lecito effettuare esperimenti senza anestesia o analgesia; si potrebbero praticare esercitazioni didattiche con animali; si annullerebbero le limitazioni su animali modificati geneticamente e il riutilizzo in più test; i fondi destinati alla ricerca privilegerebbero la s.a. in misura dell’84% a scàpito dei metodi alternativi; slitterebbe di quattro anni il divieto di prove con animali per xenotrapianti, alcool, tabacco e droghe eccetera. Un colossale passo indietro, uno schiaffo alla nuova sensibilità proclamata da milioni di persone in tutto il mondo, un punto a favore del mostruoso meccanismo che muove interessi plurimiliardari in tutto il mondo — poiché tutti i salmi finiscono in gloria.

 Per chi suona la campana

Va da sé che gioire delle disgrazie altrui o augurarne è piuttosto meschino. Senza bisogno di scomodare l’evangelico “non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te” o il biblico “c’è un tempo per tutte le cose sotto la volta del cielo”, l’umile saggezza popolare dice “oggi a me, domani a te”: la morte arriva per tutti, prima o poi; e la malattia (leggera o grave o esiziale) è una spada di Damocle sospesa su ogni nato di donna. La consapevolezza di questa condizione così limitata e limitante è tale da ingenerare, in alcuni, un senso di impotenza che, a seconda delle circostanze, può facilmente tramutarsi in frustrazione, disperazione e perfino rabbia. Ci si aggrappa a tutto per trovare un senso o per scongiurare la minaccia: la credenza che il sacrificio di un animale possa risparmiare una vita umana è più radicata di quanto si creda nelle pieghe di una scienza che ha dimenticato la saggezza — gli animali torturati e uccisi negli stabulari sono poeticamente definiti “vittime sacrificate sull’altare della scienza”: le parole sono importanti, diceva Moretti.

 “Voglio che mamma muore”

La morte, dunque, non risparmia nessuno: pertanto, augurarla al prossimo non ha certo l’incisività di una maledizione profana o di un sacrale anatema. Piuttosto, rivela impietosamente la puerilità del gesto: e intendo “puerilità” proprio nel senso più letterale del termine — il bimbetto in lacrime dopo una sgridata, dichiarando a chi lo interroga sull’accaduto «voglio che mamma muore» non fa altro che esprimere il sogno antico e ricorrente dell’umanità: cancellare il problema per cancellare il dolore. È questo il tipo di atteggiamento che sta alla base del pensiero magico; è questo il pensiero primario destinato a scomparire con la crescita, e la sua persistenza o il suo riaffiorare in età adulta denunciano un disagio permanente o temporaneo dell’individuo.

Ora, come tutti i movimenti anche quello che chiamerò, per comodità, “anti-s.a.” è un organismo in crescita. E, come tutti gli organismi, fisiologicamente cresce in modo graduale ma né costante né uniforme. Va detto che in realtà non esiste un movimento: esiste piuttosto una galassia di aggregazioni variamente strutturate e diversamente connotate, nella quale trovano posto innumerevoli individualità, tutte però accomunate perlomeno da un tratto distintivo — la capacità di immedesimarsi nel dolore del vivente non-umano, straziato da un’arroganza antropocentrica spinta troppo spesso ad estremi intollerabili sotto ogni punto di vista.

Poiché, dimensione giuridica a parte, non siamo tutti uguali (non è forse l’infinita diversità del vivente a ricordarci che ogni singola vita gioca un ruolo nel Tutto?), in questa galassia che è un microcosmo succede, come in qualsiasi microcosmo, che persone diverse reagiscano in modo diverso alle medesime sollecitazioni: c’è chi si annulla nell’attivismo, chi si spreme le meningi nello sforzo di elaborare nuove sintesi di pensiero, chi si dedica alla divulgazione… e qualche volta il carico di sofferenza che portiamo sulle spalle diventa così pesante da impedirci di ragionare lucidamente, e la stanchezza, il senso di inadeguatezza, il dolore ci fanno desiderare di ribaltare dalle fondamenta quel grattacielo nei cui sotterranei si annida il dolore immenso e senza voce del non-umano. È questo il senso della parola violenta, dell’insulto, della maledizione scagliata contro chi sembra non vedere ciò che sta sotto gli occhi di tutti, né udire il lamento straziante che è da millenni il rumore di fondo della cosiddetta civiltà.

 Chiedo scusa se parlo di politica

Poco meno di un secolo fa, nell’ambito del dibattito interno ai partiti comunisti in preparazione alla Seconda Internazionale, Lenin scriveva un testo intitolato L’estremismo: malattia infantile del comunismo. Al di là del contesto storico-ideologico in cui esso si colloca, lo scritto di Lenin meriterebbe un’attenta lettura dal punto di vista del comportamento da tenere quando si faccia parte di un gruppo che aspira a diventare almeno movimento d’opinione (con termine più appropriato, questo tipo di comportamento si chiama “tattica e strategia”). L’estremismo di cui parla Lenin mostra alcune caratteristiche basilari: la tendenza allo spontaneismo, l’insofferenza nei confronti dei capi, l’intransigenza tenace, il rifiuto ostinato di quello che viene percepito come un compromesso e la conseguente chiusura al dialogo (suppongo che a chiunque sia capitato di imbattersi, a vario titolo, in una o più di tali caratteristiche): più realista che ottimista, Lenin afferma trattarsi di «una malattia che passa senza pericolo, e dopo di essa l’organismo diviene perfino più forte». E, lungi dall’invocare una rottura interna al fronte, suggerisce il rimedio: «Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un [movimento]; questo si chiama fare il proprio dovere, educare ed istruire [il gruppo] e, quindi, [l’opinione pubblica]. Quando i [responsabili del gruppo] non compiono questo loro dovere, quando non procedono con estrema attenzione, diligenza, prudenza allo studio dei loro errori evidenti, essi dimostrano, precisamente con ciò, di non essere [i responsabili del gruppo], ma un circolo; non [i rappresentanti del movimento che si rivolgono all’opinione pubblica], ma un gruppo di intellettuali e di [attivisti] poco numerosi che riflettono i peggiori aspetti dell’intellettualismo». Ho modificato il testo mettendo fra parentesi quadre parole e locuzioni sostitutive dei termini più squisitamente ideologici che compaiono nel testo originale: il senso è praticamente identico — ed è indiscutibilmente chiaro.

 Il mezzo è il messaggio

In questa che Debord ha chiamato “la società dello spettacolo”, ogni messaggio è reso ancora più incisivo dal mezzo che lo trasmette — l’intuizione di McLuhan è oggi una realtà quotidiana.

Non conosco Caterina Simonsen, e quindi mi atterrò semplicemente a quello che vedo — che hanno visto tutti, in queste ultime ore. L’immagine di questa ragazzina sorridente nonostante la maschera a ossigeno, vegetariana, abbracciata al suo cane, che studia veterinaria e che appoggia la s.a. è di impatto sicuro e immediato. La giovinezza violata da un male che non dà futuro è un tòpos letterario di estrema drammaticità, che non può lasciare indifferente lo spettatore còlto di sorpresa.  E se una fanciulla dall’aria così dolce e così palesemente indifesa dice di amare gli animali e di essere tuttavia a favore della vivisezione, ci dev’essere del buono in questa pratica — è un sottile paralogismo che ha buona presa sull’immaginario viscerale e un po’ confuso della massa.

Perché è alla massa che si rivolgono i pro-s.a. La massa — che si emoziona facilmente, che è abbastanza pigra da preferire i luoghi comuni all’indagine, che preferisce non sapere per non porsi domande scomode — è l’interlocutrice ideale dei fautori di un modo di fare scienza che sta alla ricerca del XXI secolo come la meccanica newtoniana sta alla fisica quantistica.

Così, quando Simonsen dice che si fida dei medici che la curano e che è ancora viva grazie alla s.a., la massa acritica recepisce 1) che bisogna fidarsi della medicina ufficiale, e 2) che la s.a. salva la vita alla gente. In realtà, fidarsi della medicina ufficiale è una scelta e non un’imposizione — non può e non deve essere altro che il frutto di una libera decisione del malato; poi nessuno, e men che meno la stessa Simonsen, può affermare in coscienza di essere ancora vivo grazie alla s.a.: dimostrare che senza la s.a. i farmaci non avrebbero funzionato è evidentemente impossibile. Con lo stesso indice di attendibilità io potrei affermare, anzi affermo, di aver visto morire familiari, amici e conoscenti a causa di malattie trattate con farmaci e procedure di s.a. rivelatesi del tutto inefficaci.

Si aggiunga che la stessa Simonsen ha detto qualche giorno fa (http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/12/27/STAMINA-Caterina-ecco-perche-ho-deciso-di-vivere-anche-se-so-che-non-guariro/452623/) di essere «molto amica di Giulia Corsini»: ma Giulia Corsini non è una persona qualsiasi. Giulia Corsini, anche lei studentessa di veterinaria e «amante degli animali sin da piccola» (http://www.pro-test.it/about/council.html) è la vicepresidente di Pro-Test Italia, «associazione non-profit che si occupa semplicemente di fare informazione» e che si ispira dichiaratamente all’inglese Pro-Test UK, le cui azioni «hanno avuto come risultato l’arginamento della disinformazione e del terrorismo animalista; Pro-Test Italia intende replicare il medesimo successo» (http://www.pro-test.it/about/history.html). (Ci sarebbe forse da interrogarsi sul misterioso percorso che porta dall’amore per gli animali alla pratica della vivisezione passando per gli studi di medicina veterinaria: del resto, ho notizia fondata di un neurochirurgo che si portava a casa i gatti destinati agli esperimenti in modo che si fidassero di lui…).

Anche il fatto che Simonsen esca allo scoperto, per così dire, proprio a due settimane dal varo del decreto di cui si diceva prima e che personalmente non esito a definire vergognoso, suscita qualche legittima perplessità: l’ultima delle malattie genetiche che l’affliggono (deficit di alfa-1 antitripsina) le è stata diagnosticata nel 2009. In questi quattro anni avrebbe pur potuto dire qualcosa, se avesse voluto. Ma non l’ha fatto.

 Per non concludere

Tempo fa scrivevo che se i pro-s.a. pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati. Lo ripeto e ne sono convinta: la posta in gioco è altissima — un concreto potere materiale, in termini di gestione di risorse economiche e di controllo dell’opinione pubblica. Non è poco.

Ma non è poco neanche l’impegno profuso da tante persone in tanti anni e con tante energie, a favore di una visione del mondo radicalmente altra, che torni finalmente a tener conto del non-umano e dell’immenso valore che esso rappresenta su quest’arancia azzurra di cui siamo, come ogni altro vivente, abitanti e non padroni.

Se qualcuno ha raccolto le provocazioni, se qualcuno ha ceduto allo sdegno di un momento, è soltanto perché siamo ancora troppo umani. L’importante è capirlo, e non lasciare che un’intemperanza passeggera vanifichi la tenacia di una vita. Sappiamo, tutti, che siamo qui — come possiamo, per quanto possiamo — solo per loro.

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4 comments on “Umani, troppo umani

  1. Giovanni
    December 30, 2013

    grande tristezza: per la ragazza ammalata (e la malattia destabilizza i giudizi, a causa della debolezza), strumentalizzata lei per prima; per la reazione VIOLENTA dei media, tutti a montare il caso con rilevanza eccezionale (pagine e pagine sui tre maggiori quotidiani nazionali), subito schierati senza riflettere, senza dare spazio a una opportuna voce di dissenso (il cosiddetto ‘diritto di replica’ con gli animalisti va a farsi benedire); banalizzazione delle pur articolate riflessioni di pensiero animalista, elaobrate in anni di lavoro; appiattimento di tutti gli animalisti a quei 30 irresposnabili degli insulti; e, infine, nessuna considerazione verso gli animali – last but first

  2. Pingback: Di uomini e di topi | Cambiando!

  3. Pingback: Umani, troppo umani | Gallinae in Fabula | il puntino del riflesso

  4. Pingback: Vero o falso? Caterina: che i carcerati si suicidino. E se la vivisezione rallentasse la ricerca? » L'alter-Ugo

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This entry was posted on December 30, 2013 by in Articolo, Attivismo, Filosofia.

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