Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Per un doveroso e urgentissimo (eppure ancora inedito) riconoscimento morale degli animali

Ci è giunto in redazione un articolo scritto da una persona che solo da poco, come ci dirà,
tigrecittà
 ha iniziato a interessarsi all’antispecismo, e infatti ci tiene a definirsi onnivoro, specista, seppure autocritico, dubbioso ecc.; lo pubblichiamo perché riteniamo che contenga riflessioni, soprattutto sulla nostra specie d’appartenenza – autocritiche quindi, in definitiva – che potrebbero tornarci utili anche, ma non solo, per la battaglia che stiamo portando avanti.

Poiché, come diciamo sempre, il destino di tutte le altre specie, così come del pianeta stesso è nelle nostre mani, vista l’immensa potenzialità (ed effettiva capacità) distruttiva che abbiamo, sta a noi evidentemente prendere coscienza di chi siamo e da dove partire per ridimensionare il nostro spropositato ego. 
Crediamo sia interessante capire come una persona “esterna” al movimento ci veda e rifletta sulle istanze antispeciste, tanto più che il pezzo non contiene le solite obiezioni che già ci siamo sentiti rivolgere migliaia di volte, bensì considerazioni anche piuttosto inedite e di certo non banali.
Buona lettura! (Michela e Rita)

di Mauro Noti

Dobbiamo ammettere che l’uomo sia un animale intelligente.
Anche perché, se non lo fosse, chi mai potrebbe dirlo?
 F. Dostoesvkij

PRESENTAZIONE
Oh, buongiorno, mi presento: io sono un onnivoro ateo, egocentrico e dubbioso, e
forse potrei essere definito anche uno specista autocritico. No, in realtà mi sa che non sono proprio ateo. In realtà, forse, sono più un antireligioso tendente al cristofobico, ma è difficile spiegarlo. Inoltre, forse, devo ammetterlo, sono onnivoro più per comodità che per umanismo. Comunque sia, riguardo l’animalismo e l’antispecismo, recentemente ho avuto occasione di leggermi qualche libro e qualche articolo in merito. Ed ho pure ascoltato, per quasi qualche minuto intero, alcune persone di un certo livello dissertare su tale argomento. Così, prima ancora di approfondire la questione con umiltà e con impegno, molto prima, praticamente subito, mi son venuti fuori dei pensieri, delle supposizioni e delle presunzioni critiche generali e pressapochiste che poi, in fin dei conti, modestia a parte, è vero, potrebbero rivelarsi, ho pensato, addirittura più adeguate e precise di certe serie dissertazioni accademiche concepite da animalisti o da antispecisti professionisti, almeno nel caso in cui, come in questo mio, si prenda come presupposto evidente e indiscutibile che, se l’essere umano è un animale più unico che raro, lo è, innanzitutto, perché è presuntuoso. Ma presuntuoso mica poco, presuntuoso parecchio. Ecco: provvederò a darvene subito un esempio pratico appuntandomi qualche pensiero sparso.

PREMESSA
La nostra attuale visione degli animali non umani è sbagliata, se non anche folle. Sì. Ma, prima di tutto, ripetere ogni volta “animali non umani” per dire “animali” e ripetere, sempre ogni volta, “animali umani” per dire invece “uomini” è una gran rottura che si accollano tutti gli antispecisti seri, i professori professionisti, per ricordare a tutti che l’essere umano è un animale. Le donne, di solito, sembrano averlo saputo, e sembrano saperlo ancora, molto bene. Perfino gli antichi già lo sapevano, tanto che dovrebbe essere ancora famosa la definizione di Aristotele (collega di Pitagora) che afferma che “L’uomo è un animale sociale”. Se però, comunque, rimane una grave, incredibile, generale, oscena lacuna culturale al riguardo, non è mica colpa mia. Sarà delle scuole. E se a scuola lo dicono, ma la gente poi lo scorda nel buon nome di cristo, non è ripetendolo ogni due righe in ogni articolo antispecista che si può risolvere il problema, che si rischia solo di annoiare chi legge, oltre che a chi scrive. Quindi, da qui in poi, fate attenzione, dirò semplicemente “animali” sottintendendo animali non umani e “uomini” intendendo animali umani.
Chi non lo sapesse ancora, che l’uomo è un animale affetto da presunta intelligenza, chi non si fosse già accorto che l’essere umano, tra poesia (cosmica) e guerra (preventiva), è una bestia schizofrenica, ne prenda atto e se lo metta bene in testa, ora. Perché la ripetizione ossessiva mi mette angoscia, oltre che a darmi noia.

Non si è mai tanto uomini come quando ci si rammarica di esserlo.
E. M. Cioran

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Tanto per cominciare, ho letto che gli antispecisti ritengono sia ormai doveroso andare oltre l’animalismo e l’ecologismo. Allora, io mi son domandato al volo, perché non andare subito anche oltre l’antispecismo?
Ancora una volta, per andare oltre le nuove prese di coscienza moderne, basta tornare all’autentica filosofia antica. Così andiamo subito anche oltre l’antispecismo, direttamente. Tanto per non perdere tempo. Ci portiamo avanti, quando possiamo. Anche se, andando già anche un solo passo oltre l’antispecismo, alcuni esaltati, accecati dall’animalismo, hanno trovato il baratro, il precipizio, l’abisso e ci si son tuffati dentro, invitando poi pure noi a fare altrettanto, a farci almeno un salto, nel puro vuoto del suicidio, a compiere questo importante balzo in avanti per l’uomo, anzi non per l’uomo, ma per il mondo che ne resterebbe finalmente privo e dunque finalmente libero, non inquinato e vivo. Io dico, già che ci siamo, saltiamo anche questo ulteriore abisso del delirio, questo baratro dell’uomo tanto schifato e alienato da se stesso, questo abominio di proporre un suicidio volontario dell’uomo in nome di un mondo probabilmente molto più sano e più bello. Se non altro, perché poi non ci potrà essere più nessuno a dire “Ma com’è più bello e com’è più sano questo mondo!”.
Lasciamo perdere, dunque, anche lo strano morbo umano che trasforma molti individui in masochisti fanatici da manicomio apocalittico. La sindrome del profeta è un’esaltazione molto suggestiva che, infatti, stimola e alimenta la violenza dell’ignoranza. Voglio dire, anche nel caso in cui riuscissimo ad elevare la nostra coscienza a tal punto da riconoscere la nostra primordiale e intima, originaria e divina affinità con gli animali, non è che poi possiamo metterci a difendere gli animali fino a rinnegare la nostra appartenenza, fino a preferire la sopravvivenza degli animali alla nostra, fino a fare finta di non identificarci più in questa forma umana. Non tanto perché questo sarebbe sbagliato a livello di etica umana, (perché l’etica umana, pure, andrebbe riguardata), ma proprio perché sarebbe una cosa finta, una causa ipocrita. Nella migliore delle ipotesi, cioè nei casi di buona fede, sarebbe comunque una causa schizofrenica, l’ennesima. Il mondo è già pieno di sedicenti animalisti-antispecisti-attivisti (molti, ma mica tutti) che s’illudono di combattere per la difesa gli animali, quando in realtà non fanno altro che combattere per difendere l’immagine che si son fatti e che vogliono mantenere di loro stessi, questi paladini etici con coscienza superiore e superiore senso di giustizia, che gli piace tanto, tanto da farci l’amore a tutte le ore, tanto da rinnegare l’umanità nell’ubriachezza molesta della loro stessa ragione alcolizzata.
Quanto sono curiosi, antropologicamente, questi individui che pretendono di vedere come stanno le cose a prescindere dalla loro appartenenza alla specie. Questa gran balla mascherata per il gran ballo della scienza, più semplicemente nota come “visione obiettiva”, ha creato un’enormità di frati empi dediti al culto della verità oggettiva (o “scientifica”): versione più luminosa, raffinata e moderna della più bieca e primordiale credenza religiosa.
Purtroppo, però, cambiare il nome del concetto di “pregiudizio” con quello meno discutibile e più altezzoso di “ipotesi scientifica” è solo uno storico gioco di linguaggio atto a non farci sentire in colpa. Cambia la forma, ma la sostanza della bugia resta identica. La visione oggettiva è un’antica chimera trasformatasi in farsa moderna. Una visione senza soggetto è più fantasiosa di un film di fantascienza privo di spettatori e diretto da un regista cieco senza cinepresa. Fosse anche un regista tedesco molto serio.
La stessa determinazione ad osservare qualcosa in “modo scientifico” è già un forte pre-condizionamento di principio. Così, più in generale, la pretesa di osservare qualcosa senza pregiudizi non è altro che un enorme pregiudizio di partenza. Perfino la discriminazione, che nasce dal pregiudizio, non è qualcosa che possa essere combattuta al fine dell’eliminazione, perché costituisce la natura stessa e la dinamica propria della nostra capacità conoscitiva come, anche, di ogni nostra possibilità di fare esperienza. Discriminare, infatti, non significa ciò che ci inculcano ogni giorno gli organi d’informazione per friggerci meglio il cervello, non significa, cioè, emarginare o commettere un’ingiustizia in nome di qualche stupida cattiveria, ma significa semplicemente selezionare, fare la differenza in base ai parametri acquisiti dalla nostra esperienza passata. E non esiste nessuno su questa terra, che sia umano o animale, che non sia condizionato dal proprio passato. Soltanto l’uomo però, è vero, può illudersi del contrario, proprio come un cretino idealista straordinario. Pertanto, il fine non può essere la negazione della discriminazione ma, al contrario, deve essere il suo pieno riconoscimento quotidiano, cioè la consapevolezza sistematica. Più specificatamente (e filosoficamente), la consapevolezza critica. E’, dunque, in nome della più semplice, della più antica e filosofica capacità critica (la quale, ovviamente, include sempre anche l’autocritica) che bisognerebbe prima riconoscere tanto i nostri limiti quanto le definizioni di comodo che ci inventiamo, così da poterle poi superare ogni volta, andando oltre, cioè usandole per comodità ma senza, però, mai prenderle troppo sul serio. Per questo motivo anche l’antispecismo, almeno per la pretesa serietà con la quale sembra presentarsi a prima vista, almeno come definizione negativa e assurda, risulta una cosa abbastanza ridicola.
Iniziamo, allora, con il riconoscere, piuttosto, il pregiudizio come dinamica umana inevitabile, atta a rendere possibile ogni nostro pensiero, incluso quello autocritico. Riconosciamo, quindi, la naturalezza di essere prevenuti, non meno del diritto di essere di parte. Del resto, se non facessimo un minimo di discriminazione sessuale almeno ogni tanto, finiremmo col non procreare.
Cambiare l’attuale visione degli animali, cambiare la percezione e la considerazione dell’uomo nei loro confronti, non significa illudersi di acquisire il loro punto di vista, non significa, quindi, agire per il bene degli animali, ma sempre e solo per il bene dell’uomo. Perché altro non possiamo fare, neppure volendolo. Siamo egoisti per limite di natura. Se facciamo qualcosa per gli altri è sempre e solo perché farla ci fa sentire meglio, per il nostro bene. Non possiamo conoscere veramente il fuoco, ma solo il modo in cui il fuoco modifica il nostro corpo, così come non amiamo mai veramente qualcuno, ma piuttosto ci innamoriamo del modo in cui quel qualcuno ci fa sentire. Insomma, l’altruismo non è altro che una forma particolare (e, va bene, sarà anche migliore) di egoismo. Tutto il resto è soltanto vano idealismo da narcisisti e onanisti del concetto.
La difficoltà sta tutta e solo nel comprendere quale sia davvero il bene per l’uomo. E gli animalisti o gli antispecisti sono riusciti sicuramente a comprendere quanto sia necessario iniziare a riconoscere anche tutti gli altri esseri animali come nostri simili e come nostri fratelli, solo che sembra sfuggirgli che il fine sia il nostro bene piuttosto che il loro. Il fatto che sembrano aver alienato lo scopo, dirottandolo fantasticamente verso il bene degli animali anziché, sempre e solo, in direzione dell’uomo, non stupisce affatto, visto che il motivo principale per cui dovremmo iniziare subito ad avere un rapporto diverso, e pieno di rispetto, con gli animali è proprio quello di salvare l’essere umano dall’attuale alienazione totale dal mondo: ridotto a pura funzione di un sistema globale di mercificazione esponenziale, l’uomo può salvarsi soltanto attraverso il seppur tardivo riconoscimento dell’unione cosmico-esistenziale dell’essere, quindi del proprio essere animale e, dunque, anche di ogni altro essere animale.
Come attestano la vergognosa storia dell’uomo occidentale, i dati sull’inquinamento e sullo sfruttamento mondiale delle risorse naturali e via dicendo, e come pure evidenziano, fin troppo manifestatamente, i “grandi” politici che ci governano, la verità è che, almeno allo stato attuale, soltanto gli animali possono ancora essere in grado di insegnare all’uomo come stare al mondo.
Vivere in più stretto contatto con loro, crescere con loro, e riconoscerli come insegnanti di vita più importanti di tutti i professori universitari del mondo: questa è l’unica via per salvare noi, non loro. Loro non ne hanno bisogno. Perché, malgrado la realtà dei mattatoi possa gridare anche il contrario, la sofferenza che stiamo continuando a procurargli aliena più noi che loro. Allo stesso modo per cui, malgrado le testimonianze sui campi di sterminio possano anche urlare l’opposto, tra Hitler e gli ebrei, ad aver davvero più bisogno di cure… non erano gli ebrei.
Con questo non intendo, ovviamente, offendere gli ebrei paragonandoli a degli animali, ma al contrario, intendo elevare gli uomini paragonandoli agli altri animali, anche se finora, in generale, hanno sempre dimostrato di vivere ad un livello esistenziale assai più riprovevole.

UN SALTO FORSE UN PO’ FUORI TEMA: SULL’ATTUALE MONOPOLIO EBRAICO DELL’OLOCAUSTO
Già che ci sono, ne approfitto per ribadire anche che non si dovrebbe neppure incentrare l’olocausto su una differenza tanto relativa quanto l’appartenenza ad uno specifico gruppo piuttosto che ad un altro. Come Hitler, prima di essere tedesco, era un uomo, così anche le sue vittime erano uomini, prima di essere ebrei o di qualsiasi altro gruppo, religione o nazionalità. Sappiamo benissimo anche che nei campi di sterminio non venivano uccisi soltanto ebrei (bensì chiunque risultasse scomodo o anche solo antipatico al regime), come sappiamo benissimo che l’olocausto è un crimine contro l’umanità, un atto abominevole compiuto dagli uomini contro gli uomini, e non solo da Hitler e non soltanto contro gli ebrei. Quindi, sarebbe ora che iniziassimo a negare finalmente (e anche ufficialmente) l’attuale e persistente monopolio ebraico dell’olocausto, per restituirlo all’uomo nella sua forma più naturale, cioè quale esempio universale, storico e pedagogico della sua potenziale e immonda bestialità.
Il fatto che sia esistito, in questa stessa nostra epoca “civilizzata”, non solo o non tanto un Hitler, ma anche un’incredibile quantità di altre persone che hanno collaborato, passivamente e attivamente, a un genocidio sistematico, organizzato e realizzato con “metodo scientifico”, deve farci prendere atto che, volenti o nolenti, abbiamo tutti un Hitler potenziale dentro di noi. E neanche troppo potenziale. E’ ancora in atto, infatti, anche se siamo riusciti a dirottarlo dall’andare contro l’uomo stesso facendolo andare, invece, – o almeno in parte, cioè soprattutto a livello sistematico e istituzionale- contro gli altri animali. Ecco: io dico che questo non basta per evolverci e neppure per “civilizzarci”. Non basta per sentirci bene. Non basta per vivere come sarebbe invece il caso di iniziare subito a fare.
E dico anche che ciò che può portarci a compiere un genocidio è ancora più importante e grave della sofferenza patita dalle vittime. Perché se quella sofferenza è temporanea, passa, muore con loro, l’impulso al genocidio, evidentemente, riesce a trasferirsi e a sopravvivere fin troppo bene (come l’odio).
Inutile fare i bambini idioti dicendo (troppo comodo!) che Hitler era un mostro e non era un uomo come noi. La lezione tremenda, e certo spiacevole, sta piuttosto nel dover ammettere che invece era proprio un nostro simile.
Questo mammifero implume che oggi è l’uomo, che siamo noi, farebbe dunque meglio ad abbassare subito le proprie penne metaforiche, perché nell’arco della sua storia, e già da molto tempo prima ancora dell’epoca del colonialismo europeo, è riuscito a concepire più genocidi sistematici che poesie sublimi.

SULLE NECESSITA’ NATURALI DELLO SPECISMO E DELLA PRIORITA’ DELL’UOMO
Pur non essendo certo sbagliato liberare gli animali dai laboratori o salvarli dai macelli, non è certo evitando ad alcuni esemplari una morte violenta, ingiusta e prematura che si potrà mai risolvere il problema in via definitiva, che si potrà, cioè, stravolgere l’attuale percezione dell’uomo migliorando, di conseguenza, il suo modo di vivere su questa terra.
Se la moralità vigente nella società in cui viviamo sancisce una differenza concettuale insormontabile tra gli uomini e tutti gli altri animali, questo non accade a causa del nostro senso immediato, che, invece, ci fa sentire subito quanto gli animali siano come noi, anche se, magari, ancora soltanto nel ristretto ambito di quattro gatti e cani, cioè nel campo ristretto di chi ama i cosiddetti “animali domestici”. Sono queste persone, per il momento, le prime, ma non le uniche, ad affermare con convinzione che gli animali sono persone. Anche se si riferiscono soltanto ai “propri” animali, questo mi sembra comunque significativo. Purtroppo, una distorta concezione della proprietà e del senso di possesso resta parte integrante di quella stessa mercificazione sistematica – e ormai perfino tendente alla globalizzazione – dell’animo umano che dovremmo iniziare, prima o poi, a superare o a combattere sul serio (attraverso, ovviamente, una rivoluzione culturale).
Infatti, se la concezione comune ritiene ancora insensato ampliare l’orizzonte della nostra considerazione morale, in modo che non riguardi più esclusivamente noi stessi ma anche tutti gli altri esseri viventi, è soltanto a causa di un superstizioso, ancestrale e primitivo retaggio storico-culturale che ci ha condizionati a credere per almeno due millenni nell’ormai anacronistica e ridicola visione antropocentrica secondo la quale l’uomo sarebbe, anziché  un essere vivente tra altri esseri viventi, l’unico essere superiore in un mondo di esseri-oggetto da manipolare e sfruttare a proprio piacere. Purtroppo, tali credenze insulse e anacronistiche, tali convinzioni presuntuose e antropocentriche, pur essendo state originariamente concepite circa due millenni fa da poveri antichi contadini semi-analfabeti del medio oriente che scopiazzavano male le dottrine delle culture vicine manipolandole a dovere al fine soddisfare il proprio narcisismo insoddisfatto di individui frustrati e impotenti, sono state poi accolte da ben tre grandi monoteismi che oggi risultano ancora essere le religioni dominanti sul pianeta. E’ chiaro che questo ha concorso e può ancora concorrere a rallentare giusto un po’ l’evoluzione culturale dell’umanità. Però, pochi secoli fa, almeno uno di questi tre monoteismi ha smesso di bruciare sistematicamente i filosofi, gli scienziati, le donne più intelligenti e svariate altre persone, altri animali e altre cose come atei, gatti neri, biblioteche e libri. Ma le culture incivili e primitive stentano a svanire anche dopo l’avvento della ragione, perché restano cristallizzate all’interno dello stesso linguaggio che abbiamo ereditato e che continuiamo ad utilizzare. Oggi appare assurdo, anche etimologicamente, negare l’anima agli animali, visto che non è certo per  pura coincidenza linguistica che si trovano a condividere la stessa radice, dal momento che anima significa movimento vitale (la scienza, in realtà, ha dimostrato quel che affermavano giù le ben più antiche dottrine mistiche orientali, sulle quale noi occidentali abbiamo riso fino a pochi anni fa come scemi, e cioè che anche la materia è in movimento, per via delle particelle subatomiche che si muovono velocissime nel vuoto al suo interno), eppure ancora oggi, pur di non riconoscere una personalità agli animali, continuiamo arbitrariamente a chiamare, per esempio, “indole” il loro carattere o “istinto” il loro pensiero.
In definitiva, come la rivoluzione industriale è avvenuta in seguito alla rivoluzione scientifica, così dobbiamo ancora trovare il coraggio di attuare quella rivoluzione umana che sarebbe già dovuta avvenire in seguito alla rivoluzione copernicana.

CONCLUSIONI (PROVVISORIE)
Dal momento che non è difficile comprendere quanto poter disporre di una coscienza limitata sarebbe comunque preferibile al ritrovarsi ad averne una falsa, si deve convenire che, nell’arco della storia evolutiva, nessun animale si sia mai involuto o alienato dal mondo e da sé stesso quanto l’uomo.
Allora, dato tale ritardo e simile urgenza, sarà il caso di metterci tutti sotto a lavorare sull’uomo e al più presto. Così, augurandovi buon lavoro, anche io, nel mio piccolo, mi appresto a fare altrettanto, magari iniziando a documentarmi meglio riguardo l’animalismo e l’antispecismo, cioè andando più a fondo di quanto abbia fatto fino adesso, ovvero qualcosa più di zero.

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7 comments on “Per un doveroso e urgentissimo (eppure ancora inedito) riconoscimento morale degli animali

  1. A.R.
    December 16, 2013

    Ritengo queste riflessioni molto Interessanti con la I maiuscola. Concordo con quasi tutto, in particolare sul fatto dell’alienazione e degli animali non umani come “maestri”. Soltanto questa storia del’egoismo sempre e comunque, ripetuto a iosa da tutti gli scettici (specisti e antipecisti), comincia un po’ a farmi venire qualche dubbio a riguardo. La domanda e’: se tutto e’ egoismo, beh, a me verrebbe da dire che l’egoismo dunque non esiste. Che ne pensate?

    • Claudio
      December 16, 2013

      Si dice che siamo egoisti quando ci sentiamo bene a perseguire il nostro bene; e che siamo generosi e altruisti quando, invece, ci sentiamo bene nel fare il bene degli o agli altri. Però, in effetti, sempre dal nostro piacere di fare le cose si parte, Perchè, diciamocelo, aiutando qualcuno in difficoltà ci si sente meglio…! Anche se prendiamo in considerazione, per esempio, l’empatia è lo stesso: è come se stessimo aiutando noi stessi, in fondo. E io in questo ci credo, che aiutando il prossimo aiutiamo noi stessi. Come diceva Cristo, credo.

  2. A.R.
    December 16, 2013

    correggo. “Concordo con l’autore quando afferma che il nostro rapporto odierno con gli animali non umani sia fonte di alienazione, e che bisognerebbe riscoprire invece nell’animale non umano il “maestro” che era e che e’. Sul punto dell’egoismo, negando sempre e comunque l’altruismo, in certo qual modo lo conferma, facendone un uso surrettizio. “Se facciamo qualcosa per gli altri è sempre e solo perché farla ci fa sentire meglio, per il nostro bene.”, ecco, a mio vedere quel “sempre e comunque” appare come un dogma. Magari mi sbaglio. A.R.

    • Claudio
      December 16, 2013

      Be’, se esci fuori da quel “sempre e comunque” c’è caso che tu lo faccia controvoglia, per senso del dovere, per obbligo morale…Insomma, senza provare piacere, senza sentirti davvero bene. Forse.

  3. A.R.
    December 16, 2013

    Ciao Claudio, scusa non avevo letto la tua prima risposta. Si, il tuo ragionamento funziona. Devo rifletterci. Grazie dei tuoi commenti… 🙂

  4. ritaciatti
    December 16, 2013

    Sull’egoismo e altruismo, riporto anche qui un commento che ho scritto su FB (sempre attinente alla medesima discussione): forse una buona base di partenza per la nostra analisi potrebbe essere quella di osservare i comportamenti della nostra specie (e anche delle altre) abbandonando per un attimo le definizioni classiche e note: egoismo, altruismo. Direi che a volte si può semplicemente parlare di istinto di sopravvivenza. Una madre che difende la prole non lo fa per egoismo familiare, ma per sopravvivenza. Così, come nell’altruismo totalmente disinteressato che porta talvolta all’abnegazione di sé (tipico di tanti martiri del passato) si potrebbe parlare di una vera e propria patologia. Ci sono persone che veramente rinunciano a tutto, a ogni agio e comodità per donarsi al prossimo, penso ai missionari, ai volontari in luoghi pericolosi, spesso mettendo a rischio persino la propria incolumità, ecco, in questi casi ci troviamo di fronte a gesti di altruismo estremo in cui vi è una totale abnegazione del sé, rinuncia al proprio ego, a meno che non si pensi che patologicamente questa forma, che potremmo anche chiamare di masochismo, conduca al piacere. In questo senso vi è ricerca di un piacere comunque egotico. Io semplicemente reputo egoista ad esempio sapere che basterebbe poco per far star meglio qualcuno, ma non lo facciamo… per indifferenza, per menefreghismo. Mentre reputo altruista qualsiasi gesto fatto con l’intenzione comunque di far del bene, seppure possa avere un risvolto di autogratificazione personale.

    Mi viene in mente poi che c’è stato anche qualcuno che una volta ha definito noi antispecisti dei “patosensibili”, ad indicare una forma patologica di empatia estesa non solo alla nostra specie, ma a tutte le altre.
    Eppure secondo me le ingiustizie che subiscono le altre specie a causa della nostra prevaricazione hanno più a che vedere con l’etica – con la maniera quindi di interagire con gli altri viventi – che non con una predisposizione all’amore empatico o con l’altruismo.
    Infatti l’antispecismo non chiede affatto di amare gli animali, quanto di rispettarli e quindi la questione, più che intimista e personale, quindi mossa da un sentimento di altruismo, diventa etica e politica (scrivere etica e politica è un po’ un pleonasmo perché la politica dovrebbe essere sempre anche etica).

    Le istanze antispeciste non richiedono più altruismo, ma semplice rispetto e giustizia sociale.

  5. Pingback: Animalisti e antispecisti: egoisti o altruisti? | Gallinae in Fabula

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This entry was posted on December 16, 2013 by in Articolo.

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