Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Ribellione non è liberazione

di Rita Ciatti

Si potrebbero documentare centinaia di casi di animali che hanno tentato la fuga uccisionemaialedagli allevamenti o da altri innumerevoli luoghi di reclusione quali zoo, circhi e quant’altro; così come di eclatanti tentativi di sottrarsi al dominio ribellandosi e aggredendo i loro aguzzini (domatori o addetti ai pasti, agli spostamenti ecc.), talvolta anche ferendoli gravemente e, raramente, provocandone addirittura la morte.
Esiste un saggio, purtroppo non ancora tradotto in italiano, di Jason Hribal, dal titolo “Fear of the animal planet: the hidden history of animal resistance” che raccoglie molti di questi episodi di ribellione, raccontando le varie forme di resistenza e “disobbedienza” che animali reclusi e vessati hanno deliberatamente messo in atto contro chi li schiavizza. Non si tratta di casi isolati e fortuiti, ma di ripetuti e talvolta anche pianificati ed elaborati tentativi di sottrarsi alla condizione di schiavitù in cui sono stati relegati dalla nascita o dopo essere stati catturati in natura.
Da tutti questi esempi se ne evince la piena consapevolezza degli animali di essere stati coercitivamente privati della libertà, così come la capacità di riconoscere nel domatore, allevatore ecc. l’artefice della loro oppressione. Ciò è importante per ribadire che essi non sono passivi al dominio, bensì tentano in ogni modo di ribellarvisi e sottrarvisi.
Purtroppo la nostra civiltà conosce solo la lingua del potere, che è quella della specie dominante, quindi grugniti, ululati, urla, battito di ali, movimenti stereotipati dettati dallo stress, depressione, panico e altri segnali di disagio e sofferenza degli animali non vengono mai riconosciuti, né presi in considerazione da chi ne ricava profitto economico e da chi contribuisce e partecipa al sistema di sfruttamento: più comodo pensare che essi non abbiano coscienza della loro reclusione e assoggettamento all’uomo o addirittura che preferiscano barattare la loro libertà con un piatto di pappa sicuro (magari accompagnato dalla consueta dose di botte).
Ritengo quindi importantissimo continuare a segnalare gli episodi di tentata evasione degli animali, di ribellione, di disobbedienza (che prende le forme del rifiuto di mangiare, bere, muoversi o eseguire esercizi. I delfini reclusi negli zoomarine addirittura sono capaci di suicidarsi controllando e bloccando la respirazione) perché sono la testimonianza viva e concreta della loro volontà di sottrarsi al nostro dominio, il segno del loro mai sopito anelito alla libertà, ma reputo purtuttavia altrettanto importante evidenziare quanto tali episodi non costituiscano di per sé una reale forma di organizzazione di resistenza animale.
Purtroppo la nostra specie detiene il primato del controllo su tutte le altre specie, sia per la maniera in cui ci siamo socialmente organizzati, sia per quella che ritengo, ormai, una peculiare attitudine al dominio, che spero – e credo – tuttavia reversibile attraverso un progressivo cambiamento del paradigma culturale.
E il punto è proprio questo: se credo che agli animali spetti senz’altro il riconoscimento della loro capacità di ribellarsi al dominio – utile a spazzar via il luogo comune che li vorrebbe inconsapevoli della loro condizione –  non posso però che prendere atto del fallimento dei loro tentativi. Gli animali scappati dai circhi vengono ricatturati in men che non si dica, quelli che si ribellano mordendo e scalciando messi subito a tacere con rincaro della dose di vessazioni, se non addirittura uccisi, i pochi individui fuggiti dagli allevamenti e dai macelli solo raramente sono diventati casi nazionali cui è stata risparmiata la vita, ad ogni modo nulla hanno potuto per i loro fratelli rimasti dentro le gabbie. E sottolineo questo: nulla hanno potuto per i loro fratelli rinchiusi nelle gabbie.
Gli animali non umani non hanno la capacità di organizzarsi in un movimento di resistenza e di scendere in piazza per i loro diritti, non possono avvalersi dei mezzi di diffusione e divulgazione delle loro istanze di rivendicazione, non comunicano nella nostra lingua e per questo non vengono ascoltati, non scrivono, non vanno in tv (se non come oggetto di scherno – recentissimo il caso di un maialino portato nello studio della nota trasmissione “Che tempo che fa” , umiliato nella sua dignità dalla miopia di una conduttrice che non ha saputo riconoscere nell’ansimare della creatura l’evidente sintomo della paura e del forte disagio), insomma, come ha detto Leonardo Caffo, semplicemente – e c’è nel titolo molto di più di una semplice boutade, “Il maiale non fa la rivoluzione”.
Tutto ciò che posseggono gli animali sono i loro corpi. Corpi offesi, smerciati, smembrati, venduti un tanto al chilo. L’animale, nella nostra società, è nulla più di una risorsa rinnovabile, di un oggetto riprodotto all’infinito in una catena che lo reifica a tutti i livelli, annullandone ogni singolarità. Del corpo degli animali la nostra società fa scempio simbolico e reale.
Come può un corpo umiliato, che non riesce, se non sporadicamente, a sottrarsi alla lama che gli taglia la gola, per evidente incapacità fisica e psicologica (gli abusi reiterati e subiti fiaccano ogni volontà), farsi strumento di lotta?
È semplice. Non può.
Sta a noi quindi prestargli i nostri, di corpi, per agire una liberazione in nome di chi, per quanto si ribelli, non ha gli strumenti per elevare i fermenti insurrezionali al piano di una vera e propria rivoluzione.
Inoltre, proprio perché il dominio che esercitiamo sui corpi animali non è solo concreto, fisico, ma anche simbolico, è necessario combattere lo specismo anche sul piano culturale, ma solo noi – e proprio perché è noi che l’abbiamo messa in piedi – possiamo scardinare l’impalcatura antropocentrica che sorregge i vari piani e le tante manifestazioni dello specismo.
Dire che “il maiale non fa la rivoluzione” significa semplicemente invitare a riflettere sul fatto che poiché siamo noi gli artefici dell’oppressione, è nelle nostre mani la scelta se affrancarci o no dall’insana logica del dominio; nelle nostre mani la scelta se considerare o meno i vari tentativi di ribellione degli animali: che sono sì un segno, che significano e portano alla luce il loro desiderio di essere liberi, ma che, da soli, non possono strapparci il potere che continuiamo indefessamente a esercitare, rendendoli, a tutti gli effetti, per quanto ribelli, totalmente impotenti. Enorme è la differenza, purtroppo, tra un fallimentare tentativo di fuga o di ribellione, e un vero movimento di liberazione animale capace di portare avanti un discorso di progresso culturale in grado di affrancare gli animali dal dominio della specie umana.

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7 comments on “Ribellione non è liberazione

  1. Giovanni
    December 9, 2013

    Le tue parole, sempre lucidissime. A volte cerco di imaginarmi al posto di uno dei tanti altranimali da noi oprressi: solo io e il mio corpo, la mia pelle è la mia unica arma contro gabbie e lame, durezza e freddo, materiali, emotivi e morali. Mi pare che solo la lotta satyagraha sia paragonabile a questa opposizione nuda. Dico bene? E se è così, allora, gli umani che scenderanno – che scendono, come voi a Roma, che bella giornata quella 🙂 – compiono un atto estremamente e consapevolmente politico (ma NON la politica degradata di oggi che ancora ci ammorba; bensì la politica delle radici, della polis, che noi ci immaginiamo aperta e percorsa liberamente anche dagli animali che oggi ne sono prigionieri intrappolati).
    Non so, mi immagino gli umani che difendono gli altri animali, come degli extraterrestri che comprendono e vedono e sentono ciò che noi ci rifiutiamo di comprendere più e ancora… e perciò prendono posizione

    • ritaciatti
      December 9, 2013

      Grazie Giovanni.
      Sono d’accordissimo con te. Mettere il proprio corpo a disposizione della lotta per la liberazione animale, nelle tante forme in cui è possibile farlo, come testimonianza, nella disobbedienza civile, nel volontariato, nella liberazione di singole esistenze dagli allevamenti, è un atto esemplarmente politico.

      • Giovanni
        December 10, 2013

        Tu hai fatto e fai molto in questo senso: penso alla recente giornata romana, tutti voi immobili, a monumento delle vittime animali. si può ben dire che avete messo i vostri corpi in campo. il tuo accenno all’uso del proporpio corpo a disposizione nel volontariato, mi fa ricordare un pensiero, che si lega alla disabilità animale: per accudire e sostenere con amore e rispetto un animale disabile, arriva presto o tardi il momento in cui ti viene richiesto di metterti lì, presente, con tutto il corpo.

  2. Riccardo
    December 10, 2013

    Brava Rita, è sempre un piacere leggerti.

  3. Giovanni
    December 10, 2013

    desidero e devo scusarmi per i molti errori di battitura, che fanno sembrare sgrammaticato il mio post…

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This entry was posted on December 9, 2013 by in Articolo, Attivismo, Filosofia.

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