Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Homo Culinarius ovvero L’uomo che sussurrava ai fornelli

di Andrea Romeo

“Chi non bada a ciò che mangia difficilmente baderà a qualsiasi altra cosa.”

 Samuel Johnson.

 

Preludio

“A proposito di politica, ci sarebbe qualcosa da mangiare?”

Totò

Il cosiddetto movimento antispecista, allo stato attuale, nelle sue molteplici 800px-Anselm_Feuerbach_-_Das_Gastmahl._Nach_Platon_(zweite_Fassung)_-_Google_Art_Projectsfaccettature, risulta fondamentalmente diviso tra coloro che sostengono una lotta che metta il veganismo come strumento principale per la liberazione animale (ad esempio filosofi come Gary Francione e Roger Yates) e tra chi, al contrario, ponendo la battaglia per la liberazione animale sul piano politico attraverso un “approccio sistemico”, considera il veganismo come secondario ai fini della liberazione animale: questo secondo modus cogitandi solitamente è proprio dell’antispecismo politico. Il mio punto di vista, come alcuni sanno, si pone a metà: credo che il veganismo sia uno strumento tra i tanti a disposizione del movimento antispecista ma comunque necessario in quanto porta con sé un enorme valore simbolico oltre che, in un certo qual modo, fattuale.

Alcuni antispecisti che al contrario vedono la pratica dell’astenersi da ogni forma di cibo animale, con cui in ogni caso una eventuale liberazione dovrà fare i conti (o forse la famigerata liberazione animale non esclude gli allevamenti?), che ci piaccia o no, come cosa futile ai fini della cosiddetta liberazione animale, definiscono questa “pratica” come superflua, basandosi su una analisi di tipo materiale ovvero “storica” ed “economica”. Secondo i sostenitori di questo approccio l’astenersi dal mangiar carne risulterebbe inutile poiché gli animali, negli allevamenti, vengono comunque fatti nascere, crescere ed ammazzati per essere rimpiazzati come numeri del circuito industriale, a prescindere dai vegani (viene fatta una semplice equazione matematica: più aumentano i vegani, più diminuiscono le macellazioni, ma gli animali allevati vengono comunque macellati tutti), allora questa “pratica” risulta totalmente superflua. Da parte mia sostengo che il veganismo, proprio per tale motivo messo in luce da questi studiosi del fenomeno, risulta insufficiente come strumento di battaglia, ma ritengo altresì che comunque esso assuma un ruolo fondamentale a livello simbolico, punto che molti “politici”, nella loro cieca lotta contro i “vegani”, eludono sistematicamente: che significa?

Affrontando certi discorsi, alcuni studiosi dell’antispecismo politico più estremisti sono arrivati a definire il veganismo come una (semplice) “dieta”[1]: “la nostra lotta non è mica una dieta!” hanno sostenuto. Definire la scelta vegana soltanto una “dieta” appare alquanto superficiale nonché indice del fatto che codeste persone hanno poco chiari alcuni punti fondamentali di quelle che sono le caratteristiche della società in senso lato, come ad esempio il ruolo dell’alimentazione nelle culture umane[2]. Sarebbe come dire che la scelta di una ideologia politica non sia che il frutto di preferenze legate all’abbigliamento (si preferisce il maglioncino di colore rosso piuttosto che nero)! Come vedremo nel prosieguo del lavoro, anche una “semplice” dieta in realtà è già di per sé una “battaglia politica”.

Va evidenziato che il veganismo non coincide per forza di cose con l’antispecismo; definire Bill Clinton antispecista perché vegano sarebbe come definire Cicciolina vergine soltanto perché single! Al contrario coloro che si definiscono antispecisti, solitamente, risultano essere pure vegani, anche quando sostengono, come nel caso degli antispecisti politici, che seguire tale “dieta” sia superfluo ai fini della battaglia di liberazione (animale e/o umana). Infatti mi sono chiesto spesso – e non credo di essere l’unico – perché questi intellettuali seguano dunque tale “regime alimentare” dato che risulterebbe puro non sense secondo le loro equazioni matematiche? Sinceramente non ho avuto alcuna risposta concreta, se non una serie di calcoli algebrici come quelli su citati.

A prescindere da ciò, le domande a cui si tenterà di rispondere in queste “pagine” – senza avere nessuna presunzione di dare risposte assolutamente inconfutabili e senza alcuna “certezza assoluta” a mio vedere indice di “fanatismo” – sono le seguenti: la pratica del veganismo, ovvero l’astenersi dal consumo di derivati animali in tutte le loro forme, è soltanto una “dieta” o è qualcosa di più? È fondamentale per la lotta di liberazione o superflua? Ammettendo che non sia essenziale (cosa discutibile), può comunque giocare un ruolo importante ai fini della “lotta” oppure la cosa è da escludersi in toto?

La mia ipotesi, come sostenuto, è che essa abbia un elevato valore simbolico, e cercherò di argomentare cosa intendo con questo enunciato.

 

Le mense invisibili

“Se mentri mangi con gusto non hai allato a tia una pirsona chi mangia con pari gusto

allora il piacire del mangiare è come offuscato, diminuito”.

Andrea Camillieri

Fu così che, come Marco Polo, mi ritrovai seduto accanto ad un signore che Frans_Hals_-_Banket_van_de_officieren_van_de_Sint-Joris-Doelendall’aspetto ricordava molto, forse a causa della sua lunga barba, l’imperatore dei Tartari, Kublai Kan, mentre i camerieri del ristorante ci servivano da mangiare. Incuriosito e divertito allo stesso tempo dallo sguardo assente della testa del cinghiale che aveva sul piatto (lui adorava la testa del cinghiale), quella specie di Kublai Kan mi guardò e mi chiese quali strane pietanze avessi mai visto e assaggiato nei miei viaggi. Allora, mentre gustavo il mio tofu, gli raccontai le mie avventure culinarie.

Non era detto che credesse a tutto ciò che io dicessi quando gli descrivevo le mense visitate nei miei viaggi, ma di certo quell’uomo somigliante all’imperatore dei Tartari era pronto ad ascoltarmi più di qualunque altro commensale. Le labbra strette sul cannello d’ambra della pipa, la barba schiacciata contro la gorgera d’amediste, gli alluci incarcati nervosamente nelle pantofole di seta, l’uomo ascoltava i miei resoconti senza sollevare le ciglia. Dai miei racconti riuscì a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti. E si accorse che le mense si assomigliavano, come se il passaggio dall’una all’altra non implicasse un viaggio ma uno scambio di elementi.

De gustibus non est disputandum

Commestibile. Buono da mangiare,

sano e digeribile come un verme per un rospo,

 un rospo per un serpente, un serpente per un maiale,

un maiale per un uomo e un uomo per un verme.”

Ambrose Bierce

Gli antichi romani avevano un forte rispetto per i gusti personali delle persone, e ci abbuffatahanno insegnato (come anche le mosche) che il gusto è una cosa personale e che ciascuno ha il suo di gusto, e il gusto di ciascuno va rispettato! In effetti devo dire che nei miei viaggi ne ho viste, per restare in tema di gusti, di cotte e di crude, proprio in virtù di questa unicità di ciascuna cultura e di ciascun uomo in cui mi sono imbattuto. Tuttavia ho riscontrato anche tratti comuni, quasi universali, nelle varie culture. Ai bambini, ad esempio, – i bambini, i matti e gli animali sono la voce della verità –  solitamente non piace la carne se questa non viene presentata con forme estrose (ad esempio in forma di “polpettina”), poiché vi sono i calli bianchi e le vene color azzurrino: “che chifo!” gridano. I piccoli umani, come le api, sono attratti da colori sgargianti (ad esempio dall’aranciata) e gusti zuccherini. Tant’è che una volta, una giovane governante europea, aveva consigliato al suo popolo di mangiare le brioche al posto del pane!

Al contrario di quel che si crede, non in tutte le culture bevono il latte di altri animali. Nella nostra cultura, questa bevanda che fuoriesce dai capezzoli – come fontane – grossi e turgidi degli erbivori, è usata in mille modi. Tra i bevitori di latte, dalle nostre parti, qualcuno non digerisce questo “bianco nettare”, altri non ne possono fare a meno perché abituati fin da piccoli diventando una specie di rituale. Vi è un derivato del latte chiamato in gergo yogurt, per taluni un cibo fondamentale per la prima colazione (gliel’ha suggerito la bionda della televisione!), per altri un ottimo medicinale per andare “giù di corpo”. I cibi possono infatti avere anche funzione diuretica, o di berceuse, eccitante …

All’interno della stessa cultura i gusti dei singoli possono cambiare. Ricordo di un signore che adorava la melanzana, cibo molto diffuso nel Mediterraneo, ma senza la buccia perché per lui la buccia era amara. Alcuni mangiano la frutta con i semi, altri no. Vi è chi gradisce il carciofo ma non il radicchio, chi adora i funghi ma soltanto quando sono sulla pizza, chi della trippa non gradisce l’odore ma soltanto il sapore, chi i piselli gli danno fastidio perché si appiccicano ai denti, e qualcuno odia i legumi lessi ma li ama se cotti con le patate.

Non tutti si nutrono di animali, e tra chi li mangia vi è chi gradisce la bistecca cotta al sangue e chi invece la preferisce cruda o ben cotta e chi, infine, condita con mille spezie quasi a coprirne il vero sapore.

C’è chi preferisce mangiare piccante, altri salato, altri ancora hanno gusti completamente opposti a quelli appena menzionati. La frutta, solitamente, viene mangiata a fine pasto, ma vi è chi la gradisce lontano dai pasti. Vi è perfino che mangia soltanto frutta cruda!

Alcuni bevono l’acqua durante il pasto, mentre altri ancora non ne bevono affatto.

Dalle nostre parti, nelle grandi tavolate, le signorine, quelle con la esse maiuscola ovviamente, mettono di lato nel piatto la cipolla o l’aglio per tutelare l’alito, rituale fondamentale per fare una bella figura con i commensali vicini (a prescindere se l’alito puzzi comunque o meno). Vi sono persone che quando sono a tavola con gli altri fingono di non avere molta fame, e si trattengono dal mangiare, per poi abbuffarsi una volta da soli, a casa propria, di nascosto. Il cibo infatti può essere usato nei rituali per scopi sessuali, e mostrare troppo appetito, talvolta, può non essere una buona arma durante i giochi del flirt. Può inoltre essere usato per modellare il corpo – la famosa dieta – ed esistono perfino cibi inebrianti considerati “afrodisiaci”, come le pinne di squalo o la carne di tigre in alcuni paesi orientali o, in alcune aree dell’Occidente civilizzato, le palle del toro.

Le regole sociali possono essere trasmesse attraverso il sedersi a tavola e il cibo assume un ruolo essenziale per comunicare le credenze e le superstizioni di una data cultura. A tal proposito presso il civile West esiste un libro che si chiama Galateo in cui sono scritte le regole del buon comportarsi nella società, quindi anche a tavola dato che il mangiare è un aspetto essenziale di tutti gli animali, uomo incluso, e vi è scritto che sia buona educazione non far rumori mentre si mangia, si consiglia vivamente di mangiare lentamente e non in modo vorace, ed infine di mangiare attraverso degli strumenti-tramiti di metallo chiamati in gergo “posate”. Queste usanze, come quella di usare strumenti metallici per mangiare, tuttavia, non sono propri di tutti i popoli. In Oriente si consuma il cibo con dei bastoncini di legno ad esempio, mentre in altri paesi – come nella calda Africa o in Sud America – è usanza nutrirsi direttamente con le mani. E perfino in Occidente alcuni “ribelli” mangiano con le mani per andar contro alle regole, al “senso comune”.

Ad alcune persone, pur appartenendo alla medesima cultura culinaria, certi cibi non piacciono, ma li consumano ugualmente perché sostengono che facciano bene. Si dice infatti che alcuni alimenti  abbiano anche proprietà curative (una mela al giorno toglie il medico di torno!) e vi è una legge, più o meno accettata in tutte le culture, che sostiene che i cibi più amari siano anche più salutari. In certe filosofie – ad esempio presso i macrobiotici – il colore del cibo è determinante ai fini della buona salute, quindi oltre al gusto amaro, anche il colore del cibo può determinare un certo “stile culinario”.

In estate vengono preferiti cibi leggeri e ricchi d’acqua, in inverno invece cibi caldi e secchi (come la frutta secca per dirne una). Nella nostra cultura il cibo ha, nelle varie stagioni, anche funzione ornamentale e, talvolta, si parla di una vera e propria arte non solo culinaria, ma anche “visiva” legata agli alimenti. Le tavole vengono allestite con colori sgargianti nelle stagioni estive e al contrario con colori più tenui in quelle invernali, dove spiccano le cromature delle foglie che cadono e composizioni che ricordano le “nature morte” dei dipinti. Si dice infatti che “anche l’occhio vuole la sua parte”, che si mangi anche con la vista. Durante alcune festività vengono create delle vere e proprie opere d’arte con le pietanze, come nei matrimoni ove viene eretta la famosa “torta nuziale” che sembra un vero e proprio castello sulla cui punta vengono posti i simulacri degli sposi.

I bambini sono maestri nell’arte dello “scartare”. Quando hanno una pietanza tra le mani, come se fossero bravissimi chirurghi, riescono a scovare le cose più incredibili e, giocando con la fantasia, scartare anche una singola lenticchia che stona con i colori del piatto, vedendoci nella medesima un insetto o altri esseri orripilanti. Per aiutarli a nutrirsi certi genitori si inventano storie che hanno dell’incredibile, trasformando le posate in treni e aeroplanini. Talvolta le fobie culinarie dei bambini accompagnano i medesimi anche nell’eta adulta. Conobbi una ragazza che non mangiava conigli perché da bambina ne vide squartare uno, ma non disgustava la carne delle capre.

Una volta incontrai una signora a cui non piaceva il gusto degli escargot, ma adorava il suono del “succhiare”, lo trovava divertente, così, quando aveva degli ospiti a casa sua, quella zuzzurellona preparava sempre un piatto di questa pietanza giusto per ridere un po’. A proposito di “risucchio”, molte persone all’estero si innamorano della cucina italiana una volta provati gli spaghetti col pomodoro.

I coreani, che sono persone molto educate, lasciano sempre parte della pietanza sul piatto per non fare la parte dei “morti di fame” e, dopo aver finito di ingurgitare la parte della pietanza prevista dal loro galateo, ruttano come per ringraziare.

Gli americani, quando si incontrano per cenare assieme, nei loro party non si siedono tutti attorno ad una tavola (come fanno gli italiani), ma bensì mangiano alzati in modo da sentirsi liberi di muoversi, quello che dalle nostre parti viene chiamiamo “buffet”, poiché da loro il cibo (che ve ne è in abbondanza, di conseguenza la sua presenza viene data per scontata) serve per accompagnare “altro”, ovvero serve da “contorno” ai discorsi sul business e, ovviamente, ai rituali del flirt.

In alcune tribù della foresta Amazzonica dell’Ecuador mangiano animali nella nostra cultura considerati esotici: piranha, serpenti, cavallette, scimmie … Al contrario della Tailandia, ove le cavallette, come i ratti, sono cotte alla brace, qui questi insetti vengono mangiati come ciò che presso di noi viene chiamiamo “dolce” o “dessert”, in quanto vengono raccolte ai piedi di un albero imprigionate in una resina zuccherina che attraendole le uccide. Ricordo che una volta raccontai questo aneddoto ad una persona del mio paese che non esitò a chiamare questi individui “primitivi”, mentre da noi, che siamo civili, i dolci di cioccolato vengono mischiati con latte di vacca e ve ne sono alcuni preparati con la carne della vacca o cotti con le interiora del maiale. Dalle nostre parti il termine “civile” è sinonimo di “soggiogare”.

La mano di scimmia è uno dei piatti più impressionanti che ho veduto, perché vedere gli umani spolparsi i polpastrelli del defunto e cotto primate appare, ai miei occhi, come un rituale cannibale.

Nei paesi anglosassoni il pranzo è rapido, poiché vi è sempre qualcosa più importante da fare che mangiare, ad esempio lavorare o bere alcol. Nei paesi arabi, al contrario, i pranzi sono lunghissimi e possono durare anche giorni interi. Seduti attorno al tavolo, nel mentre si fuma un narghilè, i musulmani passano molto tempo attorno alla tavola, rituale che ha l’obiettivo di portare i commensali a discutere della vita in senso lato.

In alcune culture ognuno ha il suo piatto, in altre si mangia tutti dallo stesso piatto.

Qualcuno, a fine pasto, gradisce il caffè e l’ammazza caffè, e fuma tabacco.

L’uso di droghe, nel mentre si mangia, è comune in molti popoli. Mentre in alcune culture la droga viene usata per accompagnare il cibo (ad esempio un bicchiere di vino con l’arrosto), in altre la cosa può perfino ribaltarsi, ed è il cibo ad accompagnare l’uso di sostanze alteranti, come nei paesi nordici dove si passa molto più tempo bevendo birra che mangiando. Alcuni alimenti, tra l’altro, vengono considerati magici in quanto si crede che mettano in connessione diretta l’uomo con l’universo e le divinità: è il caso di alcuni funghi alteranti, e gli sciamani non disdegnano, nei loro rituali, i peyoti.

In molte culture – per non dire in tutte – il cibo ha anche funzione religiosa. Questo risulta centrale, nelle religioni abramitiche, in molti miti come quello del peccato originale simboleggiato attraverso una mela. Il Dio di queste religioni, che era un mangiatore di carne cotta, accettava volentieri i doni di Abele che solitamente erano capre, mentre non vedeva di buon occhio le ceste cariche di frutta del povero Caino: non a caso l’agnello risulta una prelibatezza dei popoli che seguono tali dottrine.

Nella religione cristiana il cibo assume una funzione taumaturgica, dove il corpo di Cristo viene personificato dal vino e dal pane (che tra l’altro, di tanto in tanto, insieme ai pesci, moltiplicava), quindi mangiando questi alimenti – così come mangiando l’agnello che risulta essere anche uno dei simboli del Messia – ci si nutre di Dio. In realtà la Santa Messa cristiana è interamente incentrata attorno ad un banchetto.

Sono molteplici i rituali religiosi legati al cibo, anzi praticamente tutte le feste importanti di tutte le religioni prevedono una qualche usanza culinaria, e anche nei rituali quotidiani è importante ringraziata la divinità prima di accingersi a nutrirsi (ad esempio il segno della croce presso i cristiani). Il mangiare può inoltre emanare modelli di comportamento e norme morali. I cristiani sono tenuti a condividere il pane coi più bisognosi ad esempio, veicolando così l’alimento le norme morali proprie di questa dottrina, come la carità verso il prossimo. Per i dionisiaci il mangiare aveva funzione catartica ed era usanza fare uso di alcool e droghe durante i loro banchetti a base di carne, mentre al contrario gli orfici e i pitagorici, nei loro rituali, non si nutrivano di animali. Gli induisti, poiché credono nella metempsicosi, non mangiano carne di altri animali. I mussulmani, durante il periodo del ramadan, non si nutrono di nessuna carne praticando lunghi digiuni, mentre nel periodo dell’id al-adha (festa del sacrificio) tutto è permesso, anzi è perfino vietato rifiutarsi di partecipare ai banchetti in quanto viene negata ogni forma di astensione e ascesi per motivi religiosi.

Gli asceti, qualunque sia il loro Dio, di solito si astengono dal mangiar carne, con periodi anche lunghi di digiuno, preferendo cibi secchi e leggeri per elevare il proprio spirito verso il divino: come si osserva da tutte queste pratiche il cibo, dunque, assume la funzione di medium in quanto  portale verso il divino.

A proposito di medium, in certi posti vale il detto “sei ciò che mangi” cosicché alcune persone mangiano la bistecca simbolo di forza taurina, convinte che in tal modo diverranno più forti.

Nelle società opulente i rituali legati al cibo vengono sconsacrati. Eventuali pratiche di astensioni dal mangiare sono legate al culto del corpo come strumento per aver successo nella società dell’immagine inaugurata dai media di massa: se ci si astiene dal mangiare ciò avviene soltanto per dimagrire e non per improbabili – e irrazionali – motivi spirituali legati alla purificazione dell’anima attraverso il corpo ad esempio. È diffusa la carne bianca senza sale per non trattenere i liquidi del corpo; il maiale senza grasso; il formaggio light; lo yogurt light; la maionese light; la Coca-cola light; il light light; l’olio senza grassi; le patatine senza patate; la marmellata senza zucchero; lo zucchero senza marmellata; la crostatina senza conservanti; i conservanti senza crostatina ….

Per noi edonisti il mangiare è soltanto una questione di preferenze legate al gusto o di dieta. Parafrasando Campbell attraverso il suo famoso testo The China Study “viviamo nel benessere e spesso di benessere moriamo. Mangiamo ogni giorno della settimana come re e regine al banchetto, e finiamo per lasciarci la vita”.

De res culinaria

“La menzogna non è nel discorso, è nelle cose.”

Italo Calvino

Come mostrano studi recenti di antropologia e di sociologia sull’ars culinaria nelle totc3b2-spaghetti-05-09-2011varie culture, i rituali che orbitano attorno al cibo risultano sempre e comunque tutt’altro che secondari nella vita dell’uomo. Tuttavia questa “mancanza”, o anche “pregiudizio”, da parte di chi vede nella pratica del “veganismo” (e affini) niente più che una “dieta”, è più che lecita. Infatti le discipline che si sono occupate di questi temi, come la sociologia dell’alimentazione e l’antropologia dell’alimentazione, sono discipline recenti nate a partire dagli anni ’70 e che vanno affermandosi soltanto negli ultimi anni.

La nostra cultura, in generale, è invece influenzata da un passato che ha sempre posto la “cucina” in secondo piano rispetto ad altri rituali della vita dell’uomo. I libri tradizionali sulla cultura del cibo  provenienti dalla tradizione occidentale non sono che “libri di ricette” e non testi sulla cultura culinaria in senso lato, intesa la medesima come “arte” legata al banchettare, quindi a rituali fondamentali nella sfera umana capaci di veicolare modelli culturali. Per questo motivo i testi che vengono dal nostro passato non sono che ricettari, già a partire dal famoso De re coquinaria di Apicio, libro vecchio di circa duemila anni, o anche alcuni testi medioevali come il Liber de coquina del XIII secolo, il famoso testo di Martino de Rossi il Libro de arte coquinaria del 1464-1465 (che sarebbe anche il primo importante libro di cucina della storia italiana), il Banchetto dei Savi di Ateneo, l’Epulario di Giovanni de’ Rosselli e così via[3]. Ma questi testi non sono che opere di ars coquinaria, come definisce Matteo Lefèvre i ricettari, in opposizione invece alla ars culinaria la quale coinvolge tutti gli aspetti legati all’alimentazione, non solo le ricette. Altre opere sull’alimentazione erano invece quelle che definivano le regole dello stare a tavola, come il Galateo, ovvero regole per “educare” le persone al lieto convivere (vi è modo e modo di mangiare il porco!), ma ancora nessuna analisi di tutti i fattori rituali e simbolici legati al “cibo”.

Paradossalmente, come ci mostrava Michel Foucault, i testi di storia naturale medioevali, gli antenati delle moderne scienze biologiche, ove venivano riportate non soltanto le caratteristiche fisiologiche e fisionomiche degli animali e delle piante descritti, ma le tassonomie riportavano altresì le leggende e i miti attorno agli oggetti di studio anche nelle varie culture, oltre alle proprietà dei medesimi come sostanze curative o gastronomiche, potrebbero essere considerati i primi  antenati della res culinaria[4].

Ma vi sono altre tesi riguardo alla questione, ovvero che spiegano il perché gli studi sull’alimentazione non hanno avuto, da parte della scienza, quella dovuta considerazione che meritavano. La filosofa Denise Gigante ci ricorda giustamente che durante l’Illuminismo venne data una importanza estrema all’homo sapiens dimenticandosi del fatto che l’uomo non è fatto soltanto di “ragione” (e della “vista” come mostrato da filosofi come Foucault[5] ad esempio, ma anche da Nietzsche[6]), ma che l’umano sarebbe anche “sensibilità” e “sentimento”, che i sensi umani sarebbero quindi ben cinque, dando un ruolo secondario dunque al rapporto prettamente estetico che la nostra specie ha con la realtà circostante: il gusto, l’olfatto e il tatto sarebbero stati declassati rispetto alla vista, alla lingua e all’udito usati, questi ultimi due sensi, soltanto come “alter ego” della mente[7]. Si osserva come siano stati premiati, in pratica, i sensi che ci permettono di distinguerci dagli animali non umani. E comunque sia, anche là dove l’uomo veniva definito nella sua complessità, le caratteristiche del “virile” homo aestetichus occidentale escludevano quegli elementi che, nella cultura patriarcale, riguardavano il mondo femminile, come il  cibo o la dieta[8].

Questa tesi che pone una distinzione tra sfera maschile e sfera femminile viene sostenuta da altri autori secondo cui lo studio del cibo ed il suo ruolo nelle culture viene considerato secondario perché legato alla sfera femminile, così negli studi tradizionali di antropologia “ … il cibo apparteneva alla sfera domestica ed era quindi collegato in particolare al ruolo della donna; ciò relegava il tema ad uno status inferiore rispetto a quello dello studio delle attività della sfera pubblica, da sempre considerate dominio maschile, quali l’economia e la politica, che furono infatti abbondantemente studiate.[9]

Secondo Simone Tosi comunque vi sarebbero anche altre ragioni che spiegano questo “snobismo” nei confronti dello studio dell’alimentazione in ambito scientifico. Un’altra ipotesi, anche se a mio vedere poco convincente, potrebbe essere che “l’importanza del cibo e delle pratiche alimentari era tale e così quotidianamente sotto gli occhi di tutti che lo studio di questi fenomeni e pratiche non appariva necessario”.[10]

A prescindere risulta chiaro, seguendo il pensiero di questi studiosi, come il mito occidentale (il patriarcato) abbia giocato – e gioca tutt’ora – un ruolo centrale nel porre l’alimentazione – e gli studi sull’alimentazione – come secondaria rispetto ad altre umane caratteristiche. Hanno probabilmente influito sia la negazione dell’animalità che ci ha portati a collocare, di conseguenza, in secondo piano i rituali legati direttamente al nostro aspetto animale, come quello del mangiare ad esempio, mentre al contrario ci ha spinti a mettere in primo piano i rituali religiosi, il linguaggio, i testi cosmogonici, insomma tutto ciò che in qualche modo avvicini l’uomo al “metafisico”, nonché la centralità del sesso maschile nella nostra cultura, fattori che insieme ci hanno influenzati anche nello studio della realtà in senso lato. A tal proposito Fishler sosteneva, parlando dei “padri fondatori dell’antropologia” che “il loro interesse centrale verte in realtà soprattutto sulla religione: più della cucina li intriga e li coinvolge il sacrificio. Questi precursori si interessano soprattutto agli aspetti rituali e sovrannaturali del consumo.[11]

Il primo a dare un ruolo di primaria importanza all’alimento – più che alla sessualità come in Freud, del resto anche il mangiare porta piacere, tant’è che Dante aveva condannato i golosi a marcire all’inferno! -, agli inizi del XX secolo, fu Audrey Richards che vede l’alimentazione come il principale catalizzatore della natura e delle forme sociali[12], nonostante già sociologi e antropologi classici del calibro di George Simmel, Frierich Engels o Levy Strauss avevano analizzato la funzione della cucina all’interno della sfera sociale in quanto capace di rivelare le strutture fondamentali del pensiero umano[13]. Strauss in particolare viene considerato uno dei padri fondatori delle nuove discipline legate allo studio dell’ars gastronomica, in quanto aveva concentrato le proprie analisi sul mito, cercando di individuare anche gli archetipi legati alla nutrizione, le categorie universali che soggiacciono – e si esprimono attraverso – la relazione tra uomo e gli alimenti[14]. Secondo il famoso antropologo il cibo crudo permette, ad esempio, di avere un rapporto diretto con l’alimento e quindi con l’universo, mentre l’uso di strumenti come tramiti trasportano l’alimentazione nella dimensione culturale, dato che l’uso di tramiti trasporta irrimediabilmente il mangiare nella dimensione dell’artefatto (viene infatti definito “arte”), della techné, mutando la forma originaria dell’alimento attraverso l’intervento dell’uomo, intervento che tra l’altro si differenzia nelle varie culture: la cottura determina così l’avvento dell’homo culinarius, un tipo d’uomo che trasforma l’alimento e l’atto dell’alimentarsi in cultura, creando così il binomio cottura-cultura. Il cibo non viene più diviso in commestibile e non-commestibile (in tal caso anche il cannibalismo sarebbe lecito), come accade presso i non umani, ma bensì l’uso degli arnesi determina anche una vera e propria arte culinaria e gastronomica, capace di trasformare le pietanze in modi sempre diversi e variegati. Con la cottura, così, le culture si diversificano anche in base alla preparazione del cibo e nella cucina trasportano le proprie credenze e istituzioni. Come ci mostra Alessandra Guigoni “Secoli fa la nobiltà e borghesia d’Europa cercava in Oriente prodotti rari e preziosi, rifuggendo dalle spezie e sapori locali, come l’origano, il basilico, il finocchietto, considerati degni solamente del volgo”[15]. E perfino mantenendo le stesse materie prime, nelle diverse culture – e anche all’interno della stessa cultura – può mutare la modalità di utilizzo delle medesime, differenziandosi in tal modo le une dalle altre.

Soltanto in tempi recenti dunque sociologi ed antropologi hanno capito l’importanza dell’aspetto alimentare-culinario nello studio dei gruppi sociali, conferendo al cibo un ruolo tutt’altro che secondario nell’analisi dei rituali umani. Da questi studi, oggi più che mai fondamentali nella ricerca scientifica per la comprensione e lo studio delle diverse culture, sono venuti fuori dati molto interessanti.

Innanzitutto la “dieta” in sé, a prescindere se essa sia a base vegetale, onnivora, insettivora o quant’altro, è già di per sé uno specchio che riflette pienamente le credenze di un dato gruppo o di un singolo individuo, un vero e proprio medium attraverso cui i soggetti esprimono le proprie credenze singole e collettive riguardo all’universo. Credere che “il nutrirsi” sia fine a se stesso, nel mondo umano, è quindi assolutamente fuorviante. L’alimentazione umana, come mostra Strauss[16], dacché esistono il fuoco e gli strumenti di cottura, è innanzitutto un “fatto culturale”, un vero e proprio linguaggio che caratterizza le varie società umane (la langue parafrasando Saussure), quindi un indicatore di distinzione sociale, etnica e religiosa. Il cibo, per Strauss, ha dunque funzione simbolica e più che riempire uno “stomaco vuoto” è mirato a riempire una “mente collettiva”[17].

Pasi Falk, a proposito del rapporto tra alimentazione e cultura, afferma che il livello sensoriale del gusto sia necessariamente connesso con i principi simbolici che trasformano la materia prima (il potenziale cibo) in una rappresentazione attraverso cui viene differenziato ciò che è “commestibile” da ciò che non lo è[18]. Tesi che è anche della filosofa Gigante che sostiene che il “gusto” non è “oggettivo”, ma bensì “soggettivo” e fortemente influenzato dalla cultura[19]. Questa visione del gusto connesso all’idiosincrasia della cultura (e ovviamente dei singoli individui) e non in quanto “oggettivo” ci rimanda ad un famoso aneddoto che vede protagonista il matematico-filosofo Alfred Korzybsky e i suoi studenti. Mentre teneva una lezione all’università il matematico, improvvisamente, tirò fuori un pacco di biscotti e ne offrì alcuni agli studenti che stavano nelle prime file: gli studenti li accettarono e li mangiarono con gusto. Dopo un po’ l’eccentrico filosofo voltò il pacco dei biscotti e venne fuori che questi fossero in realtà “biscotti per cane”. Allora gli studenti si alzarono e, disgustati, corsero verso il bagno per andare a vomitarli, mentre l’eccentrico docente affermò: “Vedete signori e signore? – commentò Korzybski – ho appena dimostrato che la gente non mangia solo il cibo, ma anche le parole, e che il sapore del primo è spesso influenzato dal sapore delle seconde”. Korzybsky dimostrò, con questo esperimento, come il mangiare sia influenzato dalle parole ovvero dalle rappresentazioni della cultura[20].

Tosi ci spiega che nell’ambito delle scienze della nutrizione si sono imposte, nei decenni, tre posizioni: funzionalista, strutturalista e developmentalista[21]. Il paradigma funzionalista (molto simile, a mio vedere, a quello dell’antispecismo politico), sostiene che la cultura alimentare sia il risultato di un fenomeno extra-culturale ovvero materiale, biologico o fisico. Si prenda ad esempio il divieto di nutrirsi di carne di maiale presso i popoli musulmani ed ebraici. L’impostazione funzionalista spiega la questione in termini funzionalistico-adattivi, sostenendo che la carne  di maiale, nelle culture ove questa risulta vietata, sia stata eliminata poiché portatrice di malattie parassitarie come la trichinosi e quindi poi vietata attraverso una legge divenuta, nel tempo, tabù. Tuttavia non si spiega perché nella medesima cultura ci si nutra contemporaneamente di animali che anche, al pari del maiale, sarebbero portatori delle medesime malattie.

L’approccio strutturalista, di cui esponenti sono Levy Strauss e Mary Douglas, al contrario, pone l’enfasi non sugli elementi materiali-biologici della cultura, quanto su quelli prettamente sociali. Come abbiamo visto per Strauss la cucina permette di comprendere la cultura e la società che la pratica e, contemporaneamente, attraverso l’analisi simbolica, permette di svelare le “strutture fondamentali” dell’essere umano in senso lato. Mary Douglas[22], al pari di Strauss, crede fermamente che la tavola sia il luogo, il palcoscenico dove vengono manifestate tutte le credenze di una data cultura. Nel suo saggio Decifrare un pasto mette in risalto come il cibo veicoli ruoli sociali e gerarchie all’interno dei gruppi (ad esempio la donna ai fornelli). Il sedersi a tavola risulta così essere un rituale non soltanto orientato al consumo dell’alimento, ma anche – e forse soprattutto – all’emanazione e veicolazione di norme e ruoli sociali, valori, nonché dei tabù, e stabilisce veri e propri rapporti di potere, le strutture gerarchiche del gruppo, mettendo in luce come l’aspetto cognitivo dei partecipanti a tale rituale giochi un ruolo essenziale nella consolidazione del rituale stesso e del proprio ruolo all’interno del gruppo. Così la Douglas spiega il divieto di mangiar carne di maiale nella cultura ebraica e musulmana sviluppando un tipo di analisi che tiene conto delle “tassonomie” e quindi della “percezione” della realtà materiale attraverso il filtro della cultura. In pratica il maiale non rientrerebbe nella “divisione” degli esseri descritti nei testi sacri (nella Genesi gli esseri viventi sono divisi in quelli di terra, di acqua e di cielo) in quanto, pur mostrando esternamente le caratteristiche degli erbivori, non rumina, diventando una specie di “anomalia tassonomica”, ovvero un “essere impuro”[23].

Nell’ultimo approccio, quello developmentalista, spiccano nomi come Marvin Harris e Jack Goody. Il loro metodo di analisi è dinamico, ovvero la “storia” degli alimenti, in un dato gruppo sociale, muta nel tempo e nello spazio attraverso “aggiustamenti” determinati da fattori materiali. L’approccio di Harris è anche funzionalista, spiegando come le proibizioni e le scelte alimentari di un cibo siano legate alla struttura economica del territorio e all’economia, “secondo ciò che più conviene”, di un dato gruppo sociale. Ad esempio le culture che usano molta carne hanno a disposizione grandi territori e, viceversa, le cucine prettamente vegetariane sono diffuse prevalentemente in quelle regioni con una elevata densità geografica[24]. Harris spiega così il tabù del maiale attraverso “cambiamenti geografici”.

Goody, da parte sua, pone l’accento sui “cambiamenti sociali” attraverso i “conflitti”[25]. Nel suo testo Cooking, Cuisine and Class Goody mette in rilievo il ruolo del cibo come strumento di rivendicazione sociale e ostentazione dell’identità etnica[26]. Moulin definisce questo fenomeno anche come “cucina dell’odio”, fenomeno che si manifesta quando diverse etnie – ma anche classi sociali ad esempio, come nell’antica Grecia o nell’Italia pre-industriale, dove le carni migliori erano destinate ai governanti – si auto-definiscono, o definiscono il “diverso”, attraverso il cibo e “il saper stare a tavola”, ovvero secondo le leggi del Galateo inculcate fin da piccoli. Ad esempio gli italiani venivano definiti, anni or sono, come mangia-macaroni mentre i tedeschi come mangia-patate. Anche il veganismo, allo stato attuale, risulta un esempio lampante di “rivendicazione sociale”, un vero e proprio strumento di tipo politico che spesso e volentieri sfocia nella “cucina dell’odio” nelle battaglie con i cosiddetti “onnivori” attraverso anche l’uso di simpatici epiteti come “succhia-carote” (i vegani) o “mangia-cadaveri” (gli onnivori).

Simile anche la tesi di Agnese Portincasa secondo cui, parlando di  stereotipi, sostiene che vi sia una relazione inscindibile tra identità nazionale e cucina in quanto espressione di una cultura, che si costituiscono attraverso l’interazione reciproca lungo il processo storico legato alle pratiche economiche, sociali e simboliche che, a loro volta (come in una sorta di circolo virtuoso) determinano la costruzione dell’espressione culturale ed identitaria che muta nel tempo[27].

Si osserva dunque come in generale tutti gli autori osservati mettano in luce il ruolo del cibo come  medium attraverso cui la cultura si esprime modellando i suoi “adepti” e modellandosi. Il termine medium risulta fertile dunque, un frame attraverso cui vengono emanate norme sociali e, attraverso tali norme, si concretizza l’identità culturale. Tosi infatti ci informa del fatto che tutti e tre questi approcci hanno un elemento comune: il rapporto tra il cibo e l’identità. Identità che già viene a formarsi attraverso il nostro rapporto diretto con il cibo (usiamo tutti i sensi quando ci nutriamo!), determinando linguaggi idiosincratici da parte dei singoli individui che si rapportano con gli alimenti, in quanto il nutrirsi porta ad inglobare “pezzi di mondo”, mischiando noi stessi con la realtà esterna: quando si dice che “si è ciò che si mangia”. A livello della parole, il cibo gioca un ruolo determinante non solo come marcatore di identità sociali, ma anche per la costruzione dell’identità individuale, andando oltre il mero atto del “nutrirsi” e superando perfino la “sfera economicistica”, assumendo l’alimentazione invece un valore ineguagliabile non solo nella costruzione e mantenimento della sfera etico-sociale, religiosa e simbolica non solo della collettività, quanto del proprio sé individuale. Non solo quindi il rapporto con gli alimenti modella la cultura, ma anche le esperienze personali dei singoli individui. Alcune persone che da bambini hanno visto uccidere un animale non sono più capaci di nutrirsi di quell’animale ad esempio, o di carne in generale: il nutrirsi chiama in causa anche il proprio vissuto, modella la propria psiche legata dunque alle fobie, ai bei ricordi infantili, alle pulsioni sessuali …

James Frazer definisce questo nostro rapportarci col cibo attraverso una identificazione con le pietanze di cui ci nutriamo, come magico-allegorico che descrive attraverso due leggi di magia simpatica: la legge della somiglianza e la legge del contatto. Alcune culture – senza andare distante, anche nel nostro West sono presenti tali credenze, veri e propri rituali scaramantici, come la credenza che il latte dia calcio – credono che mangiando un determinato cibo venga acquisita l’essenza del medesimo facendo proprie certe caratteristiche del cibo inglobato. Frazer inoltre evidenzia come questa forma di immedesimazione risulta particolarmente spiccata nel caso della carne in quanto è maggiormente elevata l’identificazione con l’animale non umano. È probabile, dal mio punto di vista, che questa dinamica abbia a che fare con la caratteristica umana di imitazione, l’emulazione della realtà circostante, nonché la spiccata empatia propria della nostra specie. L’uomo, infatti, è il migliore imitatore tra i primati – nonostante abbiamo delegato questa caratteristica alle scimmie -, niente di strano dunque non solo che si immedesimi nel cibo di cui si nutre, ma anche negli animali che si alimentano di un certo cibo, ad esempio negli animali carnivori quando ci si accinge a nutrirsi di carne, da cui possono derivare anche affini nomi di caccia o totem[28].

Tosi, a proposito di questa caratteristica che ci porta ad immedesimarci nelle sostanze nutritive che assimiliamo, ci propone il caso di  Don Lope de Vera, un nobile di famiglia “vecchia cristiana” che nel XVII secolo venne bruciato vivo in quanto giudaizzante poiché si scoprì che la balia che lo aveva allattato era una “cristiana nuova”, ovvero soltanto recentemente convertita al cristianesimo e per di più aveva degli avi di religione ebraica. Di conseguenza il suo latte aveva iniettato un po’ di ebraismo nello sfortunato nobile[29].

Risulta chiaro dunque come l’alimentazione non sia un atto meramente “nutritivo”, ma quando si parla di cibo abbiamo a che fare con qualcosa di molto potente a livello simbolico, mentre la “tavola” risulta essere un vero e proprio medium capace di veicolare modelli sociali e culturali, sia attraverso il cibo in sé e il suo significato simbolico (se vegetale o animale, il colore, il gusto, sintagmi con miti, etc.), sia attraverso quelli che possiamo definire come incontri laterali[30] (il Simposio di Platone non mi risulta essere un libro di ricette), ovvero i rituali che prendono vita attorno al piatto.

In definitiva l’ars culinaria stabilizza le tensioni interne della sfera collettiva, veicola miti in quanto strumento che connette in modo diretto con le credenze, le tradizioni e le divinità, risulta il più atavico cordone ombelicale che ci lega con il pianeta e con i suoi abitanti.

Postludio

“Uno stomaco vuoto non è un buon consigliere politico”

Albert Einstein

Definire una “dieta” come fine a se stessa vuol dire non prendere in considerazione tutti questi elementi fondamentali dell’essere umano e delle sue manifestazioni culturali tramite le diverse culture, presenti e del passato, quando si relazionano con il fondamentale atto del nutrirsi. Soltanto nell’Occidente opulento (la civiltà delle eterotopie) è possibile scindere il cibo e l’atto del nutrirsi da altre attività considerate, culturalmente, di maggiore rilevanza, come la cura dell’estetica del proprio corpo per esempio (a prescindere dallo stato di salute del corpo stesso), il quale tra l’altro viene modellato, comunque, anche attraverso la dieta, fattore che quindi, ancora una volta, mette in luce come “il mangiare” abbia, anche nella superficialità della nostra cultura, funzioni tutt’altro che circoscritte o concluse. È strano infatti osservare come, paradossalmente, nell’era dell’abbondanza, per molti individui il cibo diventi un’ossessione, spinti dal disperato tentativo di assomigliare ai modelli che bazzicano oltre gli schermi mediatici, con tutte le aberrazioni che ne conseguono (bulimia, anoressia, etc.).

Certamente oggi, in Occidente, il rito del sedersi a tavola viene vissuto con superficialità (si pensi alle televisioni perennemente accese anche durante l’ora di pranzo), l’alimento visto come mero oggetto giusto per “riempire la panza”, dato che riflette, del resto, la società dei consumi in cui viviamo. Questo nonostante  gli alimenti siano, come affermato in questo breve saggio, il tramite diretto che abbiamo con la Terra e dunque con l’universo, dato che soltanto l’atto del mangiare – e ovviamente del respirare – prevede l’inglobare “pezzi del mondo esterno” all’interno del proprio corpo, anche se tali alimenti sono stati trasformati in meri oggetti di consumo.

 Nelle società più “arretrate”, al contrario, ove la vita quotidiana ruota attorno alla produzione delle derrate alimentari – senza andare in chissà quale lontano paese, si pensi alle realtà contadine dell’Italia pre-industriale ad esempio – l’ars culinaria assume un ruolo centrale per la collettività, in quanto tutta la vita del gruppo ruota attorno alla produzione del cibo che scandisce così i cicli annuali legati alla mietitura, alla raccolta etc. e attorno alla quale prendono inoltre vita i rituali religiosi ad esempio.

 Più propriamente il cibo e il cibarsi, insieme, sono invece un linguaggio che si esprime attraverso questo rito e tutto ciò (norme, valori, credenze, superstizioni, tabù, etc.) che vi orbita attorno, e come le lingue anche la cultura culinaria si modifica nello spazio e nel tempo (il che ci lascia sperare in un cambio di rotta necessario al pianeta oggi come non mai). Usando le parole della Guigoni, “ […] un vocabolo straniero viene “accolto” in una lingua. […] Così un tratto culturale, così un alimento, una pianta[31].” Infatti l’ars culinaria modifica continuamente, proprio come il linguaggio. Ma il linguaggio del cibo ha la caratteristica di essere esplicito, stringato e, in un certo qual modo, universale. Di conseguenza il veganismo (questo ambiguo soggetto “il vegano” destabilizza i commensali) “parla” di rispetto verso le creature del pianeta, è un dire “no” al dominio hic et nunc, un rimettere in discussione, attraverso la sua sola presenza, tutte le credenze di qualunque natura. Ripropone dunque un contatto diretto con “i tramiti” della madre Terra, questo cordone ombelicale che è il cibo, la sostanza che ci nutre e ci permette di sostenerci più di qualunque metafisica. Ci insegna ad osservare nuovamente, con occhi scrupolosi, gli elementi che facciamo nostri, annettendoli – letteralmente e metaforicamente – a noi.

Questo medium che è il cibo, in definitiva, ha un potere immenso. Come ci ha mostrato in Italia la comicità del principe De Curtis ad esempio, quello del cibo è un linguaggio che tutti indistintamente comprendono poiché direttamente legato ad uno dei bisogni primari – forse il principale – proprio di tutte le creature viventi. Per questo motivo questo topic è di impatto, colpisce tutti, e quindi può essere funzionale in una battaglia che parta “dal basso”, “popolare”, propria di quegli antispecisti che cercano di cambiare la realtà sociale coinvolgendo quanta più gente possibile, mentre le istanze dell’antispecismo politico possono essere discusse prevalentemente da “menti eccelse” in “salottini” pensati per pochi “eletti” (o al massimo per gente “educata”). Non a caso la comicità del teatro popolare, come quella di Totò per esempio, che è pensata per un pubblico ampio, è caratterizzata da un costante uso dei calembour, di doppi sensi, etc. che giocano spesso con i bisogni primari dell’uomo da tutti comprensibili, siano questi il sesso piuttosto che l’alimentazione o la follia[32]. Anzi, nelle commedie popolari del passato le battute sul cibo erano praticamente onnipresenti, dove si vedono i protagonisti di queste opere talmente affamati da fare acrobazie per avere in cambio un tozzo di pane.

In alternativa – perché vi è sempre un’alternativa! –  si può sempre provare a coinvolgere la nostra vicina di casa, il barista della strada di sotto o il macellaio del quartiere, nella nostra battaglia per la animal/human liberation, citando Derrida:

“Per “sistema” si intende una sorta di conseguenza, di coerenza, di insistenza – un certo raccoglimento –, ebbene c’è  un’ingiunzione al sistema cui non ho mai potuto, né voluto, rinunciare! Se, invece, si intende per sistema, in un senso filosofico più stretto e forse più  moderno, una totalizzazione nella configurazione, una continuità fra tutti gli enunciati, una forma di coerenza, che implica la sillogicità, ma anche la composizione di proposizioni ontologiche, allora la decostruzione, pur non essendo antisistemica, è, però, non solo la ricerca, ma la conseguenza deliberata del fatto che il sistema è impossibile”.


[1]    In realtà le critiche mosse ai vegani e agli animalisti in generale, da parte degli antispecisti politici, sono molteplici. Segnaliamo alcune tra le più “vivaci”, come ad esempio l’accostamento, da parte di alcuni eminenti esponenti di questo “movimento”, dell’animalista “medio” a don Chisciotte, ovvero l’animalista viene considerato una sorta di “raccoglitore di farfalle” che non capirebbe nulla di filosofia e di politica. Da alcuni “politici” gli animalisti e i vegani (in generale, Bill Clinton incluso) sono stati definiti come “talebani”, “estremisti”, “violenti” o anche caratterizzati da un forte “identitarismo” (cosa che contraddice il fatto che siano raccoglitori di farfalle dispersi senza avere in mente una idea comune di liberazione!). Interessanti anche le critiche secondo cui i “vegani” abbiano in mente una sorta di mondo orwelliano che controlli la vita culinaria (e non solo i frigoriferi!) degli individui: l’ennesimo contro senso. In pratica una società che vieti l’omicidio sarebbe dunque una società super-controllata, o forse la loro idea di “liberazione” include anche la “libertà di uccidere”? O forse credono che un giorno, grazie alla “educazione”, la violenza “poff” scomparirà nel nulla? E cosa accadrà, in questa società futura e libera, a chi non volesse essere “educato”? Infatti anche questi intellettuali hanno dipinto una loro visione astratta (e utopica?) di “società liberata” usando termini come “educare”

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dal latino e-ducere, tirar fuori da uno stato “rozzo”, “rude”, “bestiale”, alla faccia dell’animalità! Ad esempio qui http://www.youtube.com/watch?v=2rI70YSXCKI) gli animalisti istintivi che non ragionano e l’umanità in senso lato per trasportarli verso i mondi aulici e iperuranici della filosofia (tutti un giorno avranno voglia, tempo e denaro per prendere una laurea su Derrida e i francofortesi!): e non è questa idea di un mondo ove tutti avranno l’intelligenza di Spock di Star Trek – notate, per accedere a tale “evoluzione” bisognerà passare quasi tutta la vita sui banchi di scuola e sui libri, ovviamente tutti gli uomini sono caratterizzati da questa indole, dalla passione innata per lo studio! Un mondo di pantofolai! –  una specie di società orwelliana o in stile Matrix? È forse prevista la tortura per coloro che non vogliono stare sui testi di scuola, o qualche psicofarmaco per aumentare l’attenzione dei bambini irrequieti – strano eh – come succede negli USA? Inoltre quali certezze avrebbero costoro che tutti siano interessati alla filosofia e al tipo di educazione che codesti filosofi hanno in mente? E questo “passaggio di qualità” dal rude e violento animalismo (vergogna!) verso l’aulico, etereo e sublime antispecismo (politico ovviamente) cos’è se non una nuova forma di identitarismo? Non sarebbe questa trasposizione nel “politico” una sorta di compagine che annulla le differenze individuali? Inoltre anche il negare ogni forma di identitarismo – molto di moda in certi ambienti – è di fatto un identitarismo! Sul tema si consiglia vivamente la lettura del Don Juan di Carlos Castaneda.

[2]    Certo, a meno che questa – cosa alquanto probabile – non sia una semplice provocazione nei confronti delle cosiddette “comunità vegane” (che poi anche costoro, anche se per motivi ignoti, de facto lo sono!).

[3]    M. Lefèvre, Res culinaria e Ars coquinaria: distinzioni, analisi di genere ed esperienze specifiche nell’ambito dei trattati di cucina del Cinquecento, http://www.disp.let.uniroma1.it/fileservices/filesDISP/113-133_LEFEVRE.pdf

[4]    Cfr. M. Foucault, Le parole e le cose – Un’archeologia delle scienze umane, BUR, 2007

[5]    Ibidem

[6]    Sostiene Nietzsche che la “ebbrezza apollinea” mantiene eccitato soprattutto l’occhio prendendo dunque la sua forza dalla “visione”. Cfr. L. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello, Adelphi, Milano 1983

[7]    Cfr. D. Gigante, Taste – A Literary History, Yale University Press, New Heaven, London 2005

[8]    Ibidem

[10]  Ibidem, in riferimento al testo  S. Mennel, A. Murcott, A.H. Van Otterloo, The Sociology of Food: Eating, Diet and Culture, Sage, London, 1992

[11]  Ibidem

[12]  Ibidem

[13]  Ibidem

[14]  L. Strauss, Il crudo e il cotto, Il Saggiatore, Milano 1966

[15]  A. Guigoni, L’alimentazione mediterranea tra locale e globale, tra passato e presente in A.Guigoni, R.Ben Amara (a cura di), Saperi e Sapori del Mediterraneo, AM&D edizioni, Cagliari, 2006.

[16]  Ibidem

[17]  Sul tema suggerisco anche il seguente sito: http://www.eat-ing.net/getpage.aspx?id=37#2

[18]  P. Falk, Homo Culinarius: Towards an Histarical Anthropology of Taste, SAGE, London 1991, p.757-790

[19]  Cfr. D. Gigante, op. cit.

[20]  Ho vissuto storie di questo tipo personalmente. Alcune persone molto legate alle proprie abitudini alimentari non vogliono saperne di provare alimenti diversi da quelli a cui sono stati abituati fin da bambini, come ad esempio i cibi a base vegetale come il tofu. L’aneddoto che voglio raccontare – seppur di aneddoti ne avrei a bizzeffe – vede come protagonista la versione vegana del cannolo di ricotta siciliano riempito con “ricotta vegetale” a base di soia e grassi vegetali. Alcune persone di mia conoscenza erano sdegnati dall’idea di mangiare quella “cosa” mentre per loro risulta essere totalmente naturale nutrirsi di cannoli tradizionali fatti con latte di vacca o di pecora cucinato col caglio animale e cotti nello strutto (che se vedessero come vengono fatti il caglio e lo strutto, dubito continuerebbero a mangiare quella roba con cotanta nonchalance), ovvero con sostanze che provengono dalle interiora della vacca e dal grasso del maiale. Tuttavia alle medesime persone, con l’aiuto di complici, ho fatto mangiare i cannoli vegani e non si sono accorti minimamente della “truffa”. In effetti il sapore è praticamente identico, mostrando come a parità di “gusto” è determinante, nel nutrirsi, il ruolo che giocano la cultura e l’abitudine.

[21]  Cfr. S. Tosi, op. cit.

[22]  Cfr. M. Douglas, Antropologia e simbolismo. Religione, cibo e denaro nella vita sociale, Bologna, il Mulino 1985

[23]  Cfr. S. Tosi, op. cit.

[24]  Le pubblicazioni di Marvin Harris sugli studi delle culture in relazione al cibo sono diverse. Cito Cows, Pigs, Wars and Witches: The Riddles of Culture. London: Hutchinson & Co. 1975; Cannibals and Kings: The Origins of Cultures. New York: Vintage, 1977; Good to Eat: Riddles of Food and Culture. Illinois: Waveland Press. 1998; Harris, Marvin, & Ross, Eric B., Food and Evolution: Towards a Theory of Human Food Habits. Temple University Press. Philadelphia 1987

[25]  Sul tema consiglio pure P. Bourdieu, La Distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, il Mulino, 2000.

[26]  J. Goody, Cooking, Cuisine and Class: a Study in Comparative Sociology, Cambridge University Press, 1982

[27]  Cfr. A. Portincasa, La pasta come stereotipo della cucina italiana, http://www.storicamente.org/03portincasa.htm

[28]  Cfr. J. Frazer, Il ramo d’oro. Studio della magia e della religione, Bollati Boringhieri, Torino 2012

[29]  Cfr. S. Tosi, op. cit.

[30]  Cfr. E. Goffman., Espressione e identità – Gioco, ruoli, teatralità, Edizioni Il Mulino, Bologna 1961-2003

[31]  A. Guigoni, op. cit.

[32]  Il cinema comico italiano in bianco e nero degli anni del fascismo e poi del dopoguerra gioca moltissimo con temi come la fame e il cibo, mostrando attraverso gli alimenti non solo un popolo affamato come era in quegli anni, ma anche le differenze di classe, i ruoli sociali, le divisioni tra aristocratici e poveri, etc. In particolare nella comicità del principe Antonio de Curtis il cibo è praticamente onnipresente. Alcune pellicole del famosissimo comico sono totalmente incentrate su questo tema, come ad esempio l’esilarante Miseria e nobiltà o Il monaco di Monza. Altre pellicole cominciano direttamente con sketch sul cibo, come I due colonnelli ad esempio, mentre anche quando l’alimentazione assume un ruolo secondario rispetto alla trama del film, comunque non mancano riferimenti e battute sul cibo, dove il geniale Totò è costretto a fare salti mortali, indossare abiti e maschere incredibili pur di accedere ad un banchetto.

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22 comments on “Homo Culinarius ovvero L’uomo che sussurrava ai fornelli

  1. Roberto
    November 25, 2013

    Credo che questa analisi l’abbiano approfondita in molti ed in maniera molto più professionale. Il cambiemanto significativo dell’alimentazione avvenuto negli ultimi decenni, ne è la dimostrazione lampante.
    Immaginare di ribaltare questa situazione dal basso contrapponendo tutta la potenza dell'”esempio” vegano contro una singola pubblicità (per esempio quella della Nutella o dell’ultimo panino di Chianina del noto Fast Food) mi pare alquanto utopistico.
    Non è che io goda nel rompere le uova nel paniere, ma sono solito approfondire sempre ambo i lati della medaglia. Questo “medium” che è il cibo ha si un potere immenso, ma non solo nelle mani dell’ideologia antispecista, bensi ed in particolar modo nelle mani delle multinazionali capitaliste.
    Rammento solamente i dati statistici secondo i quali il consumo di carne procapite, in Italia, è passato dai 20 Kg del 1955 ai quasi 100 Kg del 2011. Non certo per la divulgazione dal basso degli iscritti alla coldiretti.

  2. A.R.
    November 25, 2013

    Salve Roberto, grazie del tuo intervento.

    “Credo che questa analisi l’abbiano approfondita in molti ed in maniera molto più professionale”.
    Non lo metto in dubbio, non sono ne’ un nutrizionista, ne’ tantomeno un sociologo o un antropologo (o altro, non so, uno psicologo? etc.) della nutrizione. L’intento dell’articolo e’ soltanto quello di fornire dei dati per mostrare come gli studi sull’ars culinaria (a prescindere dal tipo di nutrizione, se onnivora, veg*ana, fruttariana, pranica/breathariana, etc), abbiano avuto, nella nostra cultura, un ruolo secondario (per non dire nullo) rispetto a quelli che invece riguardano l’aspetto politico, religioso, economico, etc delle culture studiate, la nostra compresa. Questo dato viene messo in luce non da me, ma bensì dagli autori che ho citato, che sarebbero anche i maggiori esponenti delle materie che si occupano di questi studi, che hanno evidenziato il perche’ si tende a considerare questo aspetto come secondario (in primis l’influenza del patriarcato). Se e’ vero che esistono analisi molto più approfondite e professionali di quella da me fatta (e su questo non ci piove, mi sembra perfino lapalissiano – ma io, veramente, mi sono limitato a riportare gli studi esistenti, non ho alcuna pretesa di essere un fuoriclasse di questo argomento, con l’obiettivo di stimolare il dibattito), evidentemente questo dato sfugge a coloro che, nonostante la presenza di siffatti studi (che da quanto si evince dalle tue parole, tutti conoscono), pongono l’alimentazione ad un livello secondario rispetto ad altri fattori delle umane società. In pratica, visto come reagisce un certo antispecismo dinanzi alle “comunità vegane”, credo che il dato che tu ci porti, ovvero il fatto che esistano analisi molto più raffinate, approfondite e professionali su questo tema, vuol dire poco, dato che e’ evidente come queste analisi non siano state prese minimamente in considerazione (a parte da menti eccelse e attente come la tua). Spero che il mio lavoro possa stimolare la curiosità di chi si occupa di antispecismo ma che non ha mai preso in considerazione le analisi da te citate, anche se non so a quali tu ti riferisca. Per questo motivo ti invito a mettere qui i link di queste analisi e lavori altamente professionali (che non siano ovviamente quelli da me già riportati), cosicché anche io, che non sono professionale, potro’ erudirmi ulteriormente su questo tema dato che per me, l’aspetto dell’alimentazione, non e’ per nulla “secondario” rispetto ad altri.

    “Il cambiamento significativo dell’alimentazione avvenuto negli ultimi decenni, ne è la dimostrazione lampante.”
    In effetti non si capisce, da questa tua affermazione, a quale tipo di “cambiamento significativo dell’alimentazione” tu ti riferisca (potresti essere un po’ piu’ specifico, ovvero professionale?), se al passaggio dalla dieta tradizionale a quella industriale avvenuto a partire dagli anni ’50 o se, al contrario, al cambiamento dalla “onnivora/industriale” a quella veg*ana avvenuta a partire dagli anni ’90. Comunque sia questo non ha nulla a che vedere col fatto che gli studi sulla nutrizione – e la nutrizione – siano stati visti come secondari negli ambienti accademici (tuttavia non dagli industriali o dagli studiosi di marketing!) tra gli studiosi delle scienze umane (a meno che tu non ti riferisca alla scienza della nutrizione in ambito medico, ma quella e’ altra cosa) e che ancora questa influenzi molti intellettuali odierni, almeno io non ci vedo il nesso.

    “Immaginare di ribaltare questa situazione dal basso contrapponendo tutta la potenza dell’”esempio” vegano contro una singola pubblicità (per esempio quella della Nutella o dell’ultimo panino di Chianina del noto Fast Food) mi pare alquanto utopistico.” Questo si contraddice con quanto hai affermato prima, ovvero quando hai scritto che siamo in presenza di un “cambiamento significativo dell’alimentazione”, a meno che, come detto poc’anzi, con questa frase non ti riferivi al cambiamento avvenuto negli anni ’50. Se al contrario quella frase era riferita al cambiamento che stiamo vivendo oggi, ovvero il passaggio verso una dieta a base vegetale, allora credo che bisognerebbe prendere in considerazione un altro fattore eluso spesso e volentieri da certi studiosi del fenomeno: la presenza di uno strumento chiamato “rete internet” che e’, a mio vedere, molto piu’ potente della pubblicità nutella che tu giustamente citi, almeno allo stato attuale. Inoltre la letteratura sulla rete (si vedano intellettuali come Howard Rheingold, Sherry Turckle, Perre Levy, Maurice Castells, etc.) ci insegna come molte battaglie dal basso si siano concretizzate proprio grazie a questo, seppure coi suoi pro e contro, formidabile strumento.

    “Non è che io goda nel rompere le uova nel paniere, ma sono solito approfondire sempre ambo i lati della medaglia. Questo “medium” che è il cibo ha si un potere immenso, ma non solo nelle mani dell’ideologia antispecista, bensi ed in particolar modo nelle mani delle multinazionali capitaliste.”
    Come ho scritto all’inizio, grazie del tuo commento. Ritengo che sia sempre importante la discussione e il confronto. Hai perfettamente ragione. Infatti, come ho affermato, il veganismo non basta, e’ soltanto uno degli strumenti, ma questo non significa che l’alimentazione sia secondaria o peggio del tutto marginale rispetto ad altri fattori (chi lo decide?), come vogliono farci credere. Va detto che i movimenti di “liberazione umana” esistono fin dalla notte dei tempi, cosa e’ cambiato? Da secoli ci sono i movimenti pacifisti, i tecnocratici, gli intellettuali che si riempiono la bocca con termini come pace, liberazione, amore, fratellanza, evoluzione della società, etc. e c’e’ persino stato l’illuminismo! Ci sono stati Gandhi e i Beatles, Malcolm X e perfino i fumetti di Batman e dell’Uomo Ragno, eppure non mi pare ci sia stato un solo giorno di pace nel mondo: evidentemente la cultura e la politica hanno fallito, forse e’ arrivato il momento di concentrarci sulla dieta? 😀

    “Rammento solamente i dati statistici secondo i quali il consumo di carne procapite, in Italia, è passato dai 20 Kg del 1955 ai quasi 100 Kg del 2011. Non certo per la divulgazione dal basso degli iscritti alla coldiretti.”
    Fino alla meta’ degli anni ’90, ci dicono i ricercatori della SSNV, i media e tutti i medici (che hanno un ruolo abbastanza importante nella società, non trovi?) sostenevano che senza bistecca non si poteva vivere. Soltanto oggi vengono fuori nuovi paradigmi, e il numero di veg aumenta in modo esponenziale (lo dicono i dati Eurispes e Istat). Come detto, questo non significa che bisogna basare la lotta SOLTANTO sul veganismo, ma da qui il denigrarlo ed affermare che sia inutile, che “i vegani” siano raccoglitori di farfalle, ignoranti, etc., in virtu’ degli studi da me citati in questo articolo che mostrano, al contrario, la centralita’ dell’alimentazione nelle umane culture, mi sembra molto superficiale. Nessuno mette in dubbio l’importanza dell’aspetto politico, economico, etc. nella battaglia antispecista (ma in qualunque battaglia), l’obiettivo qui era tutt’altro. Va aggiunto che comunque, finora, se vogliamo parlare di cose concrete ai fini di un cambiamento (anche se piccolo), risulta che hanno fatto (e fanno) molto di più i cosiddetti “vegani” e gli “animalisti” che gli “antispecisti”.

  3. Roberto
    November 25, 2013

    Non ti arrovellare troppo Andrea. Io mi riferivo semplicemente a coloro che, conoscendo bene l’importanza del cibo, hanno saputo trasformarlo in profitto e ce l’hanno propinato in tutte le salse, proprio tramite lo strumento mediatico per eccellenza. Il boom del consumo di carne e latticini, ben oltre le esigenze dettate persino dalle linee guida ufficiali, ne è la prova.
    Se però riesci per un momento a sconficcare quel chiodo fisso che ti sei autoinculcato, di un “certo antispecismo” che ce l’ha a morte con i vegani, forse riesci anche tu ad osservare questi fenomeni di “inappropriata” crescita alimentare carnivora, che sono stati portati alla ribalta ne da antispecisti ne da vegani o vegetariani.
    Giacchè sono enti come la FAO o il WWF (che poco hanno a che vedere con i vegani) a considerare per primi la necessità di una significativa riduzione dei consumi di carne sia dal punto di vista salutistico che d’impatto ambientale.
    Quindi non capisco bene tutto il senso del tuo biblico articolo, quando potevi dire in poche parole che non ti piace quello che hai capito di un certo antispecismo. Che poi si tratti dei pensieri di Maurizi, Caffo, Best, Trasatti, Filippi…. non lo sò. In tutta la recente filosofia antispecista non si considera il veganismo come un'”inutilità”, ma non mi pare di aver ascoltato qualcuno di questi “filosofi” ergere lo stile di vita vegano come mezzo di lotta per la liberazione animale.
    Forse sono io che leggo questi autori troppo superficialmente, o forse tutti sti filosofi non c’hanno capito un gran che degli enormi progressi che questo stile di vita (o dobbiamo chiamarlo “movimento”) sta portando nella società moderna.
    Ok, mi impegnerò a rileggerli meglio. In particolare Caffo che sembra essere il piu amato dagli animalisti pur essendo un grande critico del “movimento” vegano.

    • ritaciatti
      November 25, 2013

      Veramente Caffo sostiene e ha sempre sostenuto l’importanza del veganismo, ne ha parlato anche nella recente conferenza su Thoreau, in cui lo intende anche come testimonianza “qui e ora” della possibilità di una società futura, non più basata sullo sfruttamento animale. Una maniera per far vedere, attraverso il messaggio che diamo ora che vivere vegan è possibile, lo spiraglio di un cambiamento futuro. Poi secondo me è fuorviante parlare di un “movimento” vegano, esiste un movimento semmai per la liberazione animale, o per i diritti animali, o come vogliamo chiamarlo, di cui l’essere vegano rappresenta una prassi concreta per opporsi al loro sfruttamento.

  4. nikmeditatoncmasterphilips1
    November 25, 2013

    E’ esattamente quello che ho detto Rita. Cioè che nessuno di questi filosofi, e tantomeno Caffo ha mai sminuito l’importanza del veganismo come pratica (sono tutti vegani!), bensi come ragione filosofica morale o politica di un movimento di liberazione. Il veganismo NON E’ un movimento. Semmai è la prova tangibile che un cambiamento è possibile. Non è altresì una forma di attivismo se, in quanto tale, si pone come contestazione della pratica comune e maggioritaria dell’onnivorismo (noi buoni vegani, voi cattivi onnivori).
    Tutte le critiche rivolte verso il veganismo che ho avuto modo di studiare sono concordi in questo ed è per questo motivo che contesto a Romeo le sue affermazioni riguardo il cosidetto antispecismo politico (ma non si era detto che tutti gli antispecismi sono politici?) che vede nel veganismo una “futilità” che nessuno ha mai dichiarato. Semmai si è sempre parlato dell’insufficenza di tale pratica per giungere ad una liberazione animale e dei rischi tangibili e visibili di un tentativo futile (questo si) di convertire il mondo al veganismo.
    L’obiettivo mi pare che debba essere la fine dello specismo e non la veganizzazione, che ne sarà la naturale conseguenza,

    • ritaciatti
      November 25, 2013

      No, però un momento un momento, tu dici una cosa diversa. Per me è il veganismo è eccome una forma di contestazione del sistema perché nel momento in cui si oppone a una pratica vigente – lo sfruttamento degli animali – diviene una vera e propria forma di disobbedienza civile.
      Intendo dire che non esiste un movimento del veganismo perché il veganismo è semmai un mezzo, una prassi di codesto movimento. Non ne è l’effetto, come sostieni tu, ma un mezzo efficace e valido per mostrare l’opposizione al sistema.
      Ed è proprio relativamente in questo discorso che si inserisce l’articolo di Romeo.
      Ossia, il veganismo non è né soltanto una dieta – visto che tutto ciò che è inerente all’atto del mangiare non è mai solo relativo alla dieta e basta, ma coinvolge tutta una serie di valori e simboli socio-culturali, quindi anche politici – né tanto meno una prassi da potersi considerare irrilevante.

  5. nikmeditatoncmasterphilips1
    November 25, 2013

    E’ il tuo pensiero ed anche quello di Romeo probabilmente, ma non certo quello dei filosofi citati sopra. Incluso Caffo che cito “Il veganismo é una pratica che non può mai farsi ragione d’essere di un movimento con pretese politiche, o di una filosofia morale. Attenzione: non è punto di partenza, ma è sicuramente punto di arrivo”, ed ancora “Un movimento attento a problemi locali (vivisezione, vestiario ecc.) o portatore di pratiche (vegetarismo, boicottaggio di farmaci sperimentati ecc) non è solo un movimento incompleto: non è proprio un movimento.”
    Che sia soltanto una dieta non l’ho mai letto in nessuno scritto antispecista e mi piacerebbe se fosse citata la fonte, purtroppo non riesco a leggere tutto a riguardo.
    Che sia una forma di disobbedienza civile, non sono affatto daccordo per il semplice fatto che la pratica vegana non disobbedisce ad alcuna legge ne è una forma di privazione che induce disagio, sofferenza o conseguenze sulla salute, come lo sciopero della fame o l’incatenamento ad un cancello.
    Neanche si può considerare una pratica simbolica, visto che per un’antispecista è del tutto normale non mangiare derivati animali a prescindere da qualsiasi cosa si voglia dimostrare.
    Farla passare per una disobbedienza civile alla Thoreau mi fa venire in mente la nota pubblicità: “Ti piace vincere facile?”
    L’omicidio indiretto non è una tassa, altrimenti dobbiamo riconoscere come tassa anche l’acquisto di un’automobile o di una mela (biologica o meno), che hanno conseguenze indirette sulla morte di molti animali anche umani.
    Se si pone invece il veganismo come “esempio” di una possibilità concreta di cambiamento in meglio, cioè come dimostrazione di uno stile di vita sano, etico, privo di sacrifici ed anzi auspicabile…..questo si! Questa è, a mio avviso, la vera forza del veganismo nei confronti della società.
    Senza nulla togliere all’enorme spinta interiore che questa pratica suscita nel “movimento” di qualsiasi attivista (o almeno in coloro che non considerano il veganismo l’unico attivismo possibile ed appagante).
    Ecco, quello che intendono i filosofi tutti, credo sia proprio questo: non sentirsi appagati dal veganismo ma guardare verso l’obbiettivo reale. La fine dello specismo.

    • ritaciatti
      November 25, 2013

      Che il veganismo non sia un movimento, ma una prassi, è quello che ho detto esattamente anche io. Non risolutoria, ma con la sua importanza. Quindi concordo che non ci si debba sentire appagati solo dal veganismo, ma non mi pare che Romeo, né io, abbiamo mai sostenuto questo.
      Il senso dell’articolo è che comunque ha una sua importanza che non può essere trascurabile. E che sia solo una dieta (o, per meglio dire, che riguardi solo ciò che uno si metta nel piatto o tenga nel frigo o si metta nella pancia) invece, purtroppo, lo sostengono diversi antispecisti.
      Diciamo che questi ultimi sostengono che non sia poi così importante insistere sul veganismo, o diventare vegani, contando le azioni politiche molto di più rispetto a ciò che uno si mette nel piatto (o in pancia). L’articolo di Romeo voleva dimostrare che invece anche il veganismo, per i motivi di cui sopra, simbolici ecc., ha molto a che fare anche con la società e la politica.

      Per disobbedienza civile non si intende soltanto l’infrangere la legge, ma anche anche deviare da ciò che la società impone come “normale”. In questo senso il veganismo, con il suo opporsi al sistema di sfruttamento degli animali, è una forma di disobbedienza.
      Anche lo studente che non accetta l’autorità del professore e si alza in piedi per protestare, che so, durante un compito in classe, sta compiendo un’azione di disobbedienza civile (ovviamente se la protesta è effettivamente per contestare un’ingiustizia reale, una forma di oppressione, o discriminazione o altro…).

      • Roberto
        November 26, 2013

        Il senso dell’articolo è proprio quello di criticare chi ritiene che il veganismo sia solo ciò che uno mette nel piatto. A questo punto, visto che sia tu che Romeo parlate di antispecisti che hanno questa idea sul veganismo, sarei grato ad entrambi se mi citate le fonti.
        Tutta la letteratura in merito che io ho avuto modo di leggere, mi sembra che non critichi il veganismo in quanto tale, bensi proprio quei vegani che hanno questa limitata concezione tavolo/frigorifera del veganismo (che sono in molti, anzi moltissimi!). Quello che ho sempre letto dagli antispecisti cosidetti politici, è proprio il contrario di quello che ha capito od ha voluto capire Romeo.
        Così come sono stati accanitamente attaccati “certi” animalisti, così si è fatto con “certi” vegani.

        Riguardo la disobbedienza civile, questa ha un’unico significato e non la si può intendere a proprio piacimento stravolgendo Thoreau stesso. Si tratta della consapevole violazione di una imposizione legislativa o quantomeno di un’autorità. Questa è poi stata ispiratrice di altri eclatanti atti quali la resistenza civile di Gandhiana memoria, ma sempre di infrazioni coscienti e cosciente assunzione delle conseguenze si è trattato.
        Ripeto e mi si dimostri il contrario, che il veganismo non disobbedisce ad alcuna imposizione od autorità, ne è causa di conseguenze negative per il praticante (direi piuttosto che se ne ricavano solo vantaggi). A meno che non si voglia affibiare ai vegani il ruolo improprio di succubi di un sistema istituzionalizzato che obbliga all’ingestione e l’uso di derivati della sofferenza animale.
        Possiamo semmai parlare di controcultura ma non di disobbedienza civile.
        Sarei curioso a proposito di leggere od ascoltare nuovamente Caffo, che non ha mai dichiarato nei suoi scritti o nelle sue conferenze che il veganismo sia una forma di disobbedienza civile. Pur rileggendo e riascoltando varie volte, probabilmente per il mio duro comprendonio, non mi pare proprio di averlo mai inteso.

  6. A.R.
    November 26, 2013

    Ma non mi risulta che i “politici”, quando scrivono i loro articoli sugli animalisti (in generale) etc mettano anche le fonti (vedi questo link ad esempio: http://asinusnovus.wordpress.com/2013/07/25/la-guerra-civile-animalista/ ) . Io anzi ho fatto lo sforzo di mettere un link (anzi due!), dovresti ringraziarmi per essermi impegnato cosi’ tanto! Quando gli antispecisti cominceranno a mettere le fonti nei loro articoli in cui parlano degli animalisti, dei vegani, etc. allora (forse, se mi andra’) li metterò anch’io. Fino ad allora avro’ il sacrosanto diritto di parlare in generale e per sentito dire! Nel frattempo ti consiglio di leggere con più attenzione i siti e i blog che segui, perche’ evidentemente leggi con superficialità i tuoi oggetti di interesse, visto che non riesci a cogliere cose tanto evidenti.
    Per quanto concerne la dieta vegana vista come secondaria, superflua, come “soltanto una dieta”, dai un’occhiata allo stile di vita dei membri che lavorano per una associazione antispecista che si chiama “Parte in Causa” (seguaci dell’antispecismo politico) e troverai che ci sono all’interno persone che si nutrono tranquillamente di animali ( come se una associazione contro la prostituzione minorile avesse tra le sue file uno che di tanto in tanto si tromba minorenni!). Ora, a me non importa mica di cosa si nutrono gli appartenenti a quella associazione, anzi, non mi importa nulla dell’associzione in se’, pero’, tornando sulla nostra questione, questa scelta e’ un chiaro indice del fatto che il veganismo, dalle loro parti, non ha alcuna funzione a livello simbolico ne di nessun altro tipo, e dunque non e’ che una semplice dieta o comunque una pratica di serie B rispetto ad altro (ad esempio all’aspetto politico per loro essenziale, confermando dunque quanto affermato nell’articolo). Non ne sono sicuro – ma posso generalizzare e parlare per sentito dire, giusto? – mi pare che proprio qualcuno di loro abbia definito il veganismo soltanto come una dieta, affermando qualcosa come “la nostra non e’ mica una dieta!” o anche “se tenevo alla dieta vegana aprivo un ristorante!”. Vai a chiedere direttamente alla segretaria di questa associazione che cosa pensa del veganismo (la trovi in rete), e poi torni qua e vieni a lasciarmi un altro commento: io sono come il brucaliffo, mi trovi sempre qui a fumare la pipa e sempre lieto di rispondere ad ogni tua domanda … 😀

  7. Roberto
    November 27, 2013

    Scusa tanto Romeo, ma un’associazione antispecista deve essere composta esclusivamente da membri vegani? La Lav allora che razza di associazione sarebbe? Ed il Partito Animalista Europeo? Non sono forse associazioni antispeciste con anche membri non vegani ne antispecisti?
    Non è forse sufficente che i direttivi siano composti da antispecisti/vegani? (come è per Parte in Causa, per il PAE e da quest’anno anche dalla LAV)
    L’antispecismo si deve muovere solo in ambito della purezza vegana? Ovvero non può avere rapporti con onnivori? Non sono ammessi onnivori nelle conferenze antispeciste? Non sono ammessi onnivori nelle manifestazioni antispeciste? Non sono ammessi onnivori nella lotta per la liberazione animale? Bisogna avere il certificato vegano per salvare la vita di un’animale?
    E proprio in riferimento all’articolo da te linkato, vuoi forse negare che tra gli animalisti ci sono molti soggetti che non hanno nulla a che fare con l’antispecismo?
    Vuoi forse dire che associazioni di puri vegani come i centopercentoanimalisti siano associazioni antispeciste?
    Poi non veniamoci a raccontare storie sugli antispecisti cosidetti politici che vogliono dividere il movimento, se non si possono accettare membri impuri all’interno di una lotta di liberazione.
    Dovremmo chiuderci in una comunità vegana e andare a predicare il veganesimo porta a porta con la speranza che il resto del mondo, osservandoci ed ascoltandoci, diventi a sua volta vegano?
    Bene. Se questa è la tua idea allora capisco meglio i concetti che volevi esprimere nel tuo articolo.
    Tuttavia, pur riconoscendo il tuo impegno e le tue capacità di articolista, devo purtroppo dissentire con un modo di concepire l’antispecismo che non mi è congeniale.
    Direi che con questo possiamo anche terminare con le argomentazioni, che conosciamo bene entrambi.
    Del resto non credo che riusciro a comprendere mai a fondo la tua visione olistica dell’antispecismo che a me sembra sempre e comunque estremamente spostata sul lato “debole” alla Caffo piuttosto che sul lato “critico” alla “Maurizi”.
    Ti auguro un buon proseguimento e ti ringrazio per il confronto.

  8. Roberto
    November 27, 2013

    Ah, un’ultima cosa me la devi concedere, perchè l’esempio dell’associazione contro la prostituzione minorile è uno dei peggiori esempi che si tirano fuori di tanto in tanto per osannare la purezza vegana. Ebbene si, in una società dove la pratica della prostituzione minorile sia comunemente accettata, insegnata a scuola, raccomandata dai medici, ed addirittura tutelata e sovvenzionata dallo stato, un’associazione che la vuole combattere dovrebbe accettare al suo interno anche qualcuno di quel 97% di individui che la praticano.

  9. A.R.
    November 27, 2013

    Buongiorno Roberto! Come stai oggi?

    Allora, innanzitutto vorrei chiederti di presentarti se vuoi che continui a rispondere ai tuoi commenti (questo non vale ovviamente se da questo momento in poi deciderai di non commentare piu’), visto che io ho messo la mia faccia su questo articolo e non ho voglia di continuare a confrontarmi con un troll.

    Poi avrei una seconda richiesta, quella di indicarmi le frasi in cui affermo esplicitamente o dove in qualche modo si evincono robe come “purezza vegana” e altri deliri di questo tipo, te ne sarei grato. Se e’ una cosa che tu hai dedotto dai miei scritti, bene, siamo in un paese (ancora) libero e ciascuno e’ quindi libero (per l’appunto) di dedurre dalle proprie letture quello che piu’ gli fa comodo e quindi credere cio’ che vuole.

    Per quanto concerne l’esempio che tu mi critichi, in realtà esso e’ calzante (cosa che anche tu hai confermato con il tuo ultimo commento) e credo comunque che tu non abbia colto il senso del perche’ io abbia usato l’esempio stesso: mi sembra lampante che l’intento, nell’usare quel paragone, sia soltanto quello di mettere in risalto la “visione” (o anche il “ruolo”) del veganismo nella loro prassi per la liberazione di questi attivisti la quale, giusta o sbagliata che sia, risulta chiaro come essa ponga come secondaria la pratica del veganismo rispetto ad altre “strategie”, cosa che, come ho scritto, può risultare lecita. Cosi’ come, del resto, risultano un dato di fatto i loro deliri di onnipotenza e le denigrazioni nei confronti dei “vegani”, degli “animalisti” o di chi la pensa diversamente da loro. Questo non vale ovviamente per chi invece e’ funzionale alla loro teoria affinché la stessa possa essere “coerente” – o “pura”? 😀 – , come gli “onnivori collaboratori” che hanno il ruolo di evidenziare il loro approccio, la loro “(pseudo)apertura”, di marcare la loro identità” – si, e’ vero, e’ importante la critica, ma c’e’ modo e modo, e la loro non e’ critica ma, al mio paese, si chiama “offendere”. Inoltre bisognerebbe anche imparare a fare dell’auto-critica, purtroppo, ahimè, cosa molto difficile da mettere in pratica.
    Poi, voglio dire, il fatto che in un paese sia legale una pratica (che so io, lapidare chi commette adulterio o uccidere chi e’ gay?), e quando preso atto dell’assurdità della medesima (specie lavorando con una associazione che ne smaschera le aberrazioni! – ma non tutti abbiamo questa forma di empatia nei confronti dei “colleghi di lavoro”), nessuno ti obbliga a doverla seguire ad ogni costo la’ dove e’ possibile scegliere o staccarsi da essa, e inoltre non giustifica sempre e comunque il tuo comportamento. Ma va beh, questo e’ un altro discorso, siamo diversi e non tutti sono in grado di rinunciare al soave sapore della vongola.
    A prescindere, io concordo con chi ha un approccio di questo tipo (e l’ho pure detto una volta alla segretaria di P.in.C.), ovvero rispetto totalmente l’apertura nei confronti di chi abbia una visione diversa rispetto a quella del “main stream” e per certi versi la appoggio pure, e sono assolutamente aperto alle critiche costruttive che ho sempre accettato e che anzi mi hanno aiutato a crescere, ci mancherebbe altro. La critica da me mossa infatti non e’ nei confronti di questo loro approccio (tu sei libero di dedurre cio’ che vuoi e vederla come ti pare tuttavia, se questo ti aiuta a rafforza le tue credenze), quanto al fatto che il loro aprirsi a questa “diversità” da un lato (cosa ammirabile) li ha portati, dall’altro lato, a porsi (ex cathedra) nei confronti dell’altra diversità’ (ovvero nei confronti degli attivisti vegani, degli animlisti, gli “etici” etc. o nei confronti di chi ha un’idea/approccio diverso di liberazione – dobbiamo tutti allinearci a questo loro pensiero?) in modo molto pesante, cafone, e con pedanteria. Fare teoria critica non significa imporre le proprie idee con prepotenza, arroganza e saccenteria, denigrando o cercando di sopraffare chi la pensa diversamente (cos’e’ questa, la “purezza antisepcista”?) : questa non e’ teoria critica, ma teoria cafona. E se e’ vero che certi “vegani” si comportano in tal modo, questo – a mio vedere – non significa che tutti debbano fare lo stesso (ci abbassiamo al loro livello?), una specie di “occhio per occhio dente per dente” attraverso cui vengono dati colpi bassi, generalizzazioni, comportamenti che definirli puerili mi sembra poco (come accostare il “diverso” a personaggi delle televendite, ad esempio), da parte di gente che si erge a “liberatore dell’umanità e di tutti gli esseri, visibili e invisibili”.

    Hanno aperto delle porte (cosa ammirabile) chiudendone delle altre con violento snobismo, quasi a sentirsi superiori, e questo comportamento non lo accetto e, come me, molte persone non sono più disposte a sopportare i loro deliri di onnipotenza e di onniscienza: come scritto altrove, credere di avere la verità in tasca e’ indice di fanatismo, sia questo fanatismo “vegano” o “politico”.

    Spero di aver risposto alle tue perplessità! Ora torno a fumare la mia erba-pipa!

    Buona giornata! …

  10. Roberto
    November 28, 2013

    Non mi va di incominciare una polemica, ma non ti è venuto in mente che l’attacco ai vegani sia rivolto a questi vegani? (clicca su avanti perchè ci sono molti esempi)
    https://m.facebook.com/photo.php?fbid=217840925059173&set=a.122780537898546.24132.100004998002424&type=1
    O vuoi che ti mostri anche i commenti riportati nella pagina del PAE dedicata all’evento contro l’ambasciata Romena per farti capire di quale animalismo si sta parlando?
    Vogliamo almeno riconoscere che Vegano, o Animalista o Antispecista sono termini che non rappresentano una categoria specifica, ma una tale varietà di individui con idee anche totalmente opposte?.
    E’ dall’inizio della discussione che dai un significato alle mie parole del tutto contrario a quello che voglio intendere. Segno evidente che siamo entrambi vegani ed antispecisti ma funzioniamo in maniera diversa.
    Ti riassumo in parole striminzite quello che volevo dire con il mio post iniziale: E’ vero che l’alimentazione ha un’enorme importanza socio culturale. E’ talmente vero che la usano e la sanno usare da millenni per dominare meglio. Ne deduco che uno sparuto gruppetto di vegani non ha alcuna possibilità di saper usare munizioni ed armi meglio di chi è più rifornito ed allenato. Volevo semplicemente dire che con una lotta “alimentare” o di “stile di vita controculturale” non credo che si arrivi da nessuna parte.
    Ma era solo una mia modesta riflessione.
    Io comunque sono Roberto Santandrea.
    Piacere!

  11. Roberto
    November 28, 2013

    Scusami! Non ho risposto alla seconda domanda, per il semplice motivo che io non ho scritto nulla riguardo il tuo pensiero sulla purezza vegana. Ti ho invece proposto una serie di interrogativi dai quali avrei potuto dedurre che il tuo scritto si riferiva alla purezza vegana.
    Comunque non hai risposto a nessuna delle mie domande, quindi non mi è ancora chiaro se sia ammissibile, a tuo parere, un’associazione antispecista o vegana od animalista che includa anche persone onnivore.
    E’ sufficente che tu risponda a questo per capire se hai o meno a cuore la purezza vergana. Potresti comunque esprimere il tuo parere in merito alle associazioni animaliste/antispeciste che ho citato e che includono membri onnivori.

    Ps: se non si fosse capito in precedenza, io riconosco e confermo l’importanza che riveste il veganesimo nell’ambito del movimento di liberazione animale. Come scelta coerente, come espressione e come esempio.
    Non la ritengo una forma di lotta, ne una forma di disobbedienza civile (quest’ultima poi mi sembra una definizione ridicola e priva di argomenti)

  12. A.R.
    November 28, 2013

    Caro Roberto, piacere di fare la tua conoscenza!

    Allora, innanzitutto mi ero accorto di aver travisato le tue parole iniziali, e prima o poi ti avrei chiesto “scusa” per questo. Faccio riferimento alla tua frase iniziale riguardo alla “professionalita'”, soltanto dopo ho capito il vero senso della tua frase, in effetti un po’ ambigua letta di primo acchito, e che per questo mi aveva spiazzato portandomi ad interpretarla come una provocazione fine a se stessa. Ma dopo averla riletta, in effetti risulta chiaro l’intento del tuo commento che di fatto e’ si una provocazione, ma costruttiva.

    Detto questo, io ritengo che non sia fondamentale la “purezza vegana”. L’intento del mio scritto non e’ criticare chi non pratica il veganismo, o quei gruppi che al loro interno hanno gente “non-pura” (che brutta parola) o che ritengono che il veganismo sia secondario per la lotta cosi come LORO la INTERPRETANO. Penso che la “coerenza” sia importante in una battaglia politica, ma ovviamente dipende da tanti fattori, e che quindi non si puo’ parlare della coerenza come strumento che abbia un valore “assoluto” (ma nemmeno parlare di “non-coerenza” come strumento con valore “assoluto”, sarebbe passare all’altro estremo).
    In effetti anche io penso che discriminare persone per questo motivo risulti una forma di razzismo, lo trovo ridicolo. L’intento del mio articolo, infatti, come ho ripetuto più volte, e’ un altro. Siccome vi e’ qualcuno che pensa che il veganismo sia superfluo o secondario (per i motivi più svariati, e nessuno mette in dubbio che questo loro approccio abbia una sua logica e coerenza e che tali persone possano avere le loro buone ragioni per sostenere certe cose in base alla loro “ideologia” o “teoria” da cui prendono spunto) nella lotta antispecista e’ arrivato a fare una vera e propria crociata contro chi la pensa diversamente, facendo critiche molto pesanti a chi invece ritiene che questo strumento assuma un ruolo centrale per la lotta di liberazione (per altri motivi che a mio vedere, come i primi, possono essere leciti), arrivando a definire questa pratica come una semplice “dieta” e, cosa ancora più grave, chi la sostiene in modi indicibili (non so se sia piu’ violento questo loro atteggiamento o quello degli animalisti che loro tanto criticano). Persone che (i pro-veganisti) sono stati stigmatizzati da chi la pensa diversamente con epiteti a dir poco vergognosi, e a tal proposito l’intento dell’articolo e’ quello di mostrare come queste critiche siano ingiuste, come l’alimentazione in se’ non e’ MAI (o comunque dipende) una semplice “dieta”, un elemento secondario della vita umana, ma come possa addirittura assumere la forma di una vero e proprio strumento politico, o diventare “politica” essa stessa, tra l’altro vista la centralita’ che la medesima assume nella vita degli esseri umani. Ora, si puo’ condividere o meno un “approccio”, un tipo di battaglia piuttosto che un altro, ma io non vedo il perche’ si debba IMPORRE una o l’altra visione. Io rispetto il pensiero degli antispecisti politici (nonostante le critiche mosse in questo articolo, e non solo, possano far pensare il contrario) in toto, e penso che il loro approccio li porti a muoversi in un certo modo ove il veganismo diviene secondario o totalmente superfluo ai fini dei mezzi che hanno deciso di adottare per il raggiungimento dei propri fini: benissimo! La domanda e’: perche’ costoro devono imporre la loro visione a chi non la pensa come loro (ma non e’ questo un tentativo di obbligare l’alter ad assumere una certa “identità”?)? Chi la pensa diversamente non e’ un deficiente (e poi, anche se lo fosse? .. 😛 ), ed e’ sbagliato a mio vedere screditare gli altri (e/o i mezzi da loro adottati) per imporre il proprio punto di vista, perche poi alla fine di questo si tratta, di punti di vista (nessuno qui ha verità assolute!). E anche se fosse sbagliato l’approccio di chi pone il veganismo (o l’etica) come strumento principale, saranno fattacci loro? Che sperimentino la cosa sulla loro pelle, no? Vivi e lascia vivere! Dunque alla domanda: si puo’ evitare di fare del veganismo un feticcio? La risposta e’: si certo, nessuno ti vieta o ti obbliga di fare (o di non fare) del veganismo quello che vuoi! nessuno ti obbliga o ti vieta di diventare vegano o di fare proselitismo vegan! Sei liberissimo di fare quello che preferisci! Ma, arrivato a sto punto, sono due le cose: o affronti l’argomento in un certo modo, in modo che ci possa essere uno scambio di idee e di opinioni di tipo costruttivo, oppure, per favore, tieniti i tuoi pensieri per te!.

    Il mio approccio e’ “camaleontico”. Io direi che ogni cosa vada vista e studiata in base al contesto, e che quindi tutto e’ mutevole, e che ogni elemento possa giocare un ruolo importante, se studiato e analizzato con la dovuta accuratezza, sempre in base al contesto. Pensa, gli studiosi dell’arte della guerra (e.g. Machiavelli) ci dicono che a volte, in una battaglia, data la sua natura fondamentalmente “incerta” (come la nostra, ad esempio), può essere determinante ai fini della vittoria un elemento da tutti visto come secondario (tipo si rompe una tromba nelle file nemiche). Dunque le mie domande sono: “Il veganismo e’ SEMPRE fondamentale?” “Il veganismo e’ SEMPRE secondario?”. Io direi che entrambe due queste affermazioni siano dogmi, che l’uno dia troppa importanza all’oggetto in questione, l’altro troppa poca (concentrandoci su un altro punto, la non- necessarieta’ a priori, che a sua volta e’ diventato un feticcio). Si passa da un feticcio (il veganismo) all’altro (il non-veganismo). Inviterei tutti ad imparare a fare dell’autocritica (molto utile per la crescita di una persona o di un intero gruppo di individui) e considerare il fatto che questo tipo di battaglie, diciamo che per un buon 90%, sono caratterizzate – direi quasi ovviamente -, come affermato, dall’incertezza (consiglio sul tema la lettura di von Clausewitz).

    Poi, avercela con i vegani e gli animalisti, a mio vedere, e’ un’altra forma di estremismo. Significa perdere il contatto con la realtà e avere una concezione della “politica” utopistica, avere in mente mondi astratti appartenenti ad una eta’ dell’oro forse mai esistita. Tutti i movimenti politici, mi risulta, hanno i loro bei fanatici personaggi. Alla luce di questo dato, mi chiedo perche’ l’antispecismo dovrebbe essere esente da questa onorevole usanza? Perche’ dovrebbe essere composto soltanto da “elfi tolkiani” o da “santoni”?
    Guarda, ti lascio con questa previsione (aspetta che vado a prendere la sfera di cristallo!). Prima o poi, ne sono certo, vedremo i primi personaggi, in giro per l’Italia, fare cazzate (tipo imbrattare le tende della sagra della porchetta di San Crispino a Calascibbetta) e firmarsi “antispecismo politico” .. quando questo accadra’ (perche’ fidati, prima o poi succederà! lo dice la mia sfera di cristallo!) ci faremo quattro grasse risate .. 😉

  13. A.R.
    November 28, 2013

    PS: ovviamente il fatto che in tutti i movimenti politici ci siano stati, e ci sono tutt’ora, i fanatici e i violenti, non giustifica questi comportamenti. Con questo voglio dire soltanto che bisogna dare il giusto peso alla cosa. Un approccio “reale” – e non “ideale” – alla questione non può non tener conto di questo dato. Il che significa che non si può, a mio giudizio, partire dai fanatici (che ci saranno sempre) per fare di tutta l’erba un fascio e una generalizzazione di tutto un movimento (o qualunque cosa esso sia), mi sembra banale e completamente fuori dal mondo.

  14. ritaciatti
    November 28, 2013

    @ Roberto

    Forse ti eri distratto un attimo 😉

    “”Il vegetarismo per Thoreau è disobbedienza civile, e non è nient’altro che questo. Quando a noi viene chiesto a cosa serve essere vegetariani e si depotenzia il valore del vegetarismo all’interno della lotta antispecista, lo si fa per un profondo atto di idiozia non perché si è compreso, ma perché si è scambiato un problema per un altro. Il fatto di far diventare qualcuno vegetariano non serva realmente a liberare gli animali non umani, non significa che diventare vegetariani non serva: questo è quello che non si è riuscito a capire. Il fatto che ci sia il problema del cosiddetto ‘effetto soglia’ […] per cui ognuno di noi diventando vegetariano non sposterà mai la domanda in modo tale che si sarà una soglia per cui l’industria della carne smetterà di produrre, non significa che non sia importante diventare vegetariani. Il motivo per cui è importante […] è il fatto che fare una cosa al di là di quello che sarà il suo risvolto immediato è importante lo stesso perché l’autonomia morale è ciò che va preservato al di là di quelli che possono essere i risultati collettivi che possiamo raggiungere. Quindi diventare vegetariani, (vegani) è un’anticipazione del domani nell’oggi, questo è il profondo valore che dà il vegetarismo alla luce della disobbedienza civile”.

    L.Caffo, dalla conferenza “Il mio Thoreau: cosa resta oggi della disobbedienza civile?”

  15. Roberto
    November 29, 2013

    Si, me lo sono andato a riascoltare e rileggere ed hai ragione. Dice che per Thoreau il vegetarismo è (o sarebbe stato) disobbedienza civile, cosa che non mi pare proprio Thoreau abbia mai affermato o fatto intendere.
    Per il resto Caffo dice le stesse identiche cose del cosidetto antispecismo politico. Cioè che il veganismo da solo non è sufficente per la liberazione animale e che non sposterà la domanda del mercato. Ha la sua importanza “morale” come esempio di un mondo possibile. Ma disobbedisce a cosa? Quali sono le conseguenze personali di questa supposta disobbedienza?
    Insomma è troppo facile prendere un concetto ben definito quale la “disobbedienza civile”, cioè la consapevole violazione di una norma “ingiusta” che implica una sanzione, ed attribuirne un significato diverso.
    Poi vabbè, se si riesce ad argomentare queste affermazione benvenga. Sarei ben lieto se il governo o, meglio ancora, l’intera società specista veda nel veganesimo una forma di disobbedienza civile, ma preferisco di gran lunga il suo vero significato di testimonianza di un mondo possibile, che, secondo me, ha un’impatto ben più incisivo di una qualsiasi forma di disobbedienza civile così come è comunemente intesa.

  16. Roberto
    November 29, 2013

    Scusa Andrea, stavo rispondendo a Rita e non ho ancora letto il tuo commento 🙂

  17. Roberto
    November 29, 2013

    Andrea, pensa bene a quello che hai scritto. Un vegano che aborra i vegani. Non sta ne in cielo ne in terra, ti pare? Ti sei già posto questa domanda ma non sei riuscito a darti una risposta.
    Ci provo io.
    Proprio quello spirito critico che richiami è il punto di forza del movimento antispecista che in molti chiamano erroneamente “politico” (mi sentirai infatti definirlo spesso “antispecismo critico”), ed è proprio rivolto a se stessi e non ad un’entita diversa.
    Un animalista vegano che critica il proprio essere animalista e vegano, è quanto di meglio sia scaturito negli ultimi anni dal dibattito che ha generato lo stesso concetto di antispecismo.
    Ti posso assicurare, di conseguenza, che non c’e’ alcun antispecista che considera il veganismo una dieta. Se qualcuno fa questa affermazione non è certo un’antispecista, ma per la logica secondo la quale è bene tenersi dentro un onnivoro quasi vegano, forse è bene anche tenersi dentro un vegano quasi antispecista.
    Quello che non va bene è accettare la violenza nell’individuo. Che questo si autodefinisca antispecista, vegano od animalista poco importa.
    E’ vero che non siamo un movimento “uniforme”, ma siamo o no un movimento di profonda critica verso ogni forma di violenza/sopraffazione, a partire da quella meno considerata (sugli animali non umani)?
    Attenzione! Questo non significa aborrire gli individui, ma individuare le cause della violenza individuale e porle come obiettivo di lotta.
    Quindi: sei vegano, sei onnivoro, sei mussulmano o quello che ti pare non è importante, ma se sei coscientemente violento c’e’ un problema.
    Allora: un movimento che genera al suo interno la violenza, non è un movimento contro la violenza (pur essendo, in quanto movimento, politico).
    E’ vero, la violenza è presente nella quasi totalità delle società moderne ma non è un’eccezione di pochi. E’ semmai la regola della maggioranza e noi ne cerchiamo l’origine per debellarla.
    E’ quindi sbagliato analizzare, sviscerare, criticare aprofonditamente le stesse proprie idee ed azioni?
    E’ l’autocritica che ha portato alla luce aspetti inquietanti del veganismo che sono caratteristici proprio della società di dominio che intendiamo minare.
    Io non sono un buon animalista, un buon vegano e tantomeno un buon antispecista.
    Ho un sacco di difetti che tento di riconoscere e di correggere, criticandomi. Uno dei primi che ho corretto è stato la convinzione di non avere difetti.
    Questà è saccenza od umiltà?

  18. A.R.
    November 29, 2013

    Buongiorno Roberto!

    Grazie mille di questo tuo ultimo commento!

    Sottoscrivo in pieno quello che affermi. L’autocritica e’ molto importante, fondamentale per la crescita di un individuo e/o di più individui che in qualche modo si trovano ad interagire. Lo sostengo anche io, e come affermato ho sempre accettato le critiche, anzi ho sostenuto che proprio attraverso le critiche sono cresciuto e ho imparato molte cose. L’unica cosa che un po’, come detto, mi lascia perplesso, e’ il modo, l’entità, la forma che a volte queste critiche assumono (altrimenti non si spiegherebbe questa “scissione” del “movimento”, evidentemente si e’ andati oltre l’autocritica ma si e’ arrivati a qualche forma di coercizione). Per il resto concordo pienamente con quello che affermi, mi trovi perfettamente in linea col tuo pensiero.

    Adesso mi appresto a mangiare un bel piatto di gnocchetti sardi col pomodoro, a dopo .. 🙂

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This entry was posted on November 22, 2013 by in Articolo.

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