Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

La filosofia dell’aguzzino – Riflessioni sul film La proprietà privata non è più un furto

di Andrea Romeo

“ … Te metto su una macelleria, un mattatoio clandestino, una fabbrica de salumi, petrisemo soci, te faccio fa li sordi!

Quando guardo i film di Elio Petri ho come la sensazione di essere catapultato in veri e propri circuiti chiusi, ingranaggi come quelle piste con le macchinine elettriche degli anni ’70. E’ come se il regista, attraverso l’uso della cinepresa, rimpicciolisse lo spettatore trasportandolo, come Alice in Wonderland, dentro i confini delle sue rappresentazioni allo scopo di incatenarlo. Veri e propri labirinti senza via d’uscita: trappole.

“ […] L’egoismo è il sentimento principale della religione della proprietà. Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile, così come lo sta diventando per molti di voi!

“La grande industria al servizio della sicurezza sociale, sottopone alla vostra attenzione le sue ultime conquiste. Aiutateci a difendervi. Aiutateci a difendervi. Aiutateci a difendervi

Nonostante la questione animale sia entrata nel dibattito politico soltanto da poco, credere che gli artisti del passato non avessero rappresentato il rapporto tra uomo e animale in modi multiformi, a partire dalle rappresentazioni antropomorfiche dei miti, dei racconti popolari, delle fiabe, dei cartoni animati etc. ma anche come allegoria per trattare tematiche di stampo sociale (si pensi al celebre romanzo di George Orwell Animal Farm), è alquanto fuorviante. In tutte le società di tutte le epoche l’animale assume sempre un ruolo simbolico nelle rappresentazioni umane, e un regista come Petri, che gioca molto con i doppi sensi, con la metafora, con il grottesco (come suggerisce wikipedia), non poteva non servirsi di questi esseri per “potenziare” i messaggi allegorici dei propri film.

Se in La classe operaia va in paradiso il regista usa la pelliccia come simbolo dello status sociale borghese (la moglie del protagonista operaio ambisce all’acquisto della pelliccia per imitare il ceto medio), simbolo tra l’altro, insieme a quello della bistecca, onnipresente già nei vecchi film in bianco e nero degli anni ’40 e ’50 in stile Toto’, con La proprietà non è più un furto (1973) Petri va oltre, unendo sintagmaticamente la carne con il potere, vestendo il protagonista del film (uomo assetato di potere) con gli abiti di un ricco macellaio capitalista.

Ma che ce farò io con tutto quel denaro che accumulo dal momento che ormai sono in grado, e da molto tempo, di provvedere a tutti i bisogni della mia vita. Beh, lo utilizzerò per farne altro, altro ancora, milioni, miliardi, perché il mio bisogno fondamentale è quello di arricchire. Quando penso ai cassieri de banca, che rischiano di morire per difendere il capitale altrui. Oppure al fattorino del tramme, che ogni sera immancabilmente, consegna l’incasso della giornata. O a quei morti de fame che accettano passivamente la loro disgrazia per rispetto della legge in difesa della proprietà. Embe allora c’ho proprio il sospetto che in questi nullatenenti avanzi la pazzia, aleggi la stronzagine ahahah. Ciò mi tranquillizza, perché è su di loro che io mi arricchisco. Ma malgrado tutto, io non so felice, e no, perché anche io come il denaro vorrei essere eterno.

Il ruolo sociale del protagonista del film è quello dell’aguzzino, che si arricchisce attraverso le sue “vittime” (animali e umane, nel film non è chiara la distinzione – un ritratto di Marx è posizionato tra quelli di alcune scimmie) in catene di (s)montaggio. Nella società capitalistica, basata sulla proprietà, i “ladri di visone” adesso sono visti come sciacalli, vittime del sistema rispetto al sistema industriale organizzato che reifica i corpi animali e umani. Allo stesso tempo il capitalista, oltre ad essere il boia che determina la morte dei soggetti “commestibili”, dà “lavoro” (o meglio da mangiare) agli altri facendo dimenticar loro di essere anche loro stessi parte del sistema, dell’ingranaggio che prevede vittime e aguzzini, e quindi indirettamente aguzzini proprio come lui. Il suo ruolo è chiaro: è capo espiatorio e padrone contemporaneamente (simbolo del capitalismo, indica forza e virilità).

… per arricchire bisogna rubare, sopraffare, etc. etc. Insomma che devo dire di più per difendermi? Posso dire che lavoro. Si lavoro, e svolgo la mia funzione sociale, che è quella di ammazzare animali commestibili perché gli altri se li magnino, se nutrino. Senza de me, voialtri, sareste costretti ad andà a caccià in cerca di preda, per magnà. Te lo immagini tre milioni de romani a caccia per i Castelli. Io me sporco le mani perché gli altri si scordino quello che sono: assassini. E non me volete paga’, per questa essenziale, grande, fondamentale funzione che è quella di uccidere per voi? Si, è un mestiere che rende, d’accordo. Ma lo faccia lei vada ad ammazzare animali. Il commercio è libero, la concorrenza è lecita basta solo un capitale iniziale.

La realtà viene dunque quantificata in termini numerici e gli individui trasformati in pezzi di carne chiusi in vere e proprie gabbie (o anche “scatole”) sociali – la proprietà – da cui è impossibile uscire: i soggetti appartengono ai loro aguzzini. Tant’è che sul muro della macelleria è riportata, a caratteri cubitali, la scritta “L’uomo è un animale carnivoro” ma non in quanto mangiatore di bistecche (o non solo), ma in quanto mangiatore di uomini di cui la bistecca ne è simbolo. Perfino la donna è “ferma, come una bistecca” e sta dentro il frigorifero.

Io me sento come una cosa. Anzi io so tante cose. Tette, cosce, pancia, bocca. Io so tanti pezzi, tanti pezzi de na cosa. […] E io rido, perché rido? Rido perché siete come me, ma fate finta di niente. Eppure come me siete chiusi in un frigorifero, insieme all’acqua minerale, gassata!

La carne simboleggia dunque l’uomo vittima del sistema, ma anche lo stesso denaro di cui ci si nutre (e che permette di nutrirsi degli altrui corpi), trasportato nelle banche (difeso dai cani pastore tedesco) attraverso delle valigette legate al polso dei ricchi borghesi grazie a delle manette: il denaro diventa dunque fonte di potere, cibo carneo ma anche una gabbia esso stesso. Nel film prende il nome di “filetto” o “fiorentine” con l’unica differenza che “non olet” (non puzza).

Ti ho portato un chilo di fettine e un ossobuco

Vi ho portato carne per tutta la settimana …

In definitiva appare chiaro come l’animale (o meglio la sua carne) in quest’opera di Petri rappresenti una società decadente e schiavista dove i potenti si “nutrono” (letteralmente e metaforicamente) dei corpi delle proprie vittime. In questo contesto, l’uomo non può essere che un animale carnivoro.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on November 15, 2013 by in Articolo.

Ricevi le novità dalle galline via mail!

Archivio

Follow Gallinae in Fabula Onlus on WordPress.com

Visitatori

  • 83,765
%d bloggers like this: