Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Una breve riflessione sulla libertà

di Rita Ciatti

Ieri A Roma un elefante è riuscito a evadere dalla sua prigione, il circo, riuscendo ad elefanteassaporare, seppure brevemente, quel sogno indomito di libertà che si porta dentro da sempre.
Ha un’espressione lieta nelle due foto che circolano in rete, tutto intento a mangiucchiare i ramoscelli di erba selvatica del campo su cui si è messo allegramente a passeggiare, dirigendosi verso il mercato ortofrutticolo del rione di Porta Nona, forse, chissà, attratto dai colori variopinti della frutta di stagione.


Rispetto al povero cucciolo di giraffa Alexandre, anche lui evaso più di un anno fa dalla prigione-circo, e ucciso per una dose letale di sonnifero somministratagli nel tentativo di catturarlo, direi che all’elefante è andata apparentemente meglio, anche se non so quanto si possa considerare “meglio” la prospettiva di trascorrere il resto della sua vita in una prigione, costretto a eseguire umilianti numeri per sollazzare umani con il gusto dell’esercizio del potere sui più deboli e indifesi.
A fronte di tutti questi vari e ripetuti nel tempo tentativi degli animali di scappare dai luoghi della loro prigionia, ne ricavo l’assoluta certezza che essi sappiano bene cosa sia la libertà, pur essendone privati e persino quando nati in cattività: la annusano, la sognano, la cercano, vi aspirano continuamente. Come un desiderio genetico trasmesso di generazione in generazione, come un’impellente necessità etologica, seppure nati schiavi, essi sanno e cercano la loro libertà (che poi non è altro che poter esprimere e portare compimento tutte le loro potenzialità etologiche – fisiche e psicologiche – relative alla specie d’appartenenza).
Noi animali umani invece siamo schiavi dei nostri schemi mentali senza nemmeno rendercene conto, intrappolati in una ragnatela culturale che noi stessi abbiamo intessuto con le nostre mani (diceva Max Weber), eternamente servi di un potere che noi stessi contribuiamo ad alimentare e perpetrare.
Proprio ieri leggevo nelll’ultimo romanzo di Vittorino Andreoli, dal titolo La quarta sorella, una bella discussione proprio sul tema della libertà: una discussione condotta da tre diversi personaggi femminili che a turno enunciano le loro diverse tesi argomentandole ed elaborandole diffusamente.  Se ne evince che una visione distorta del concetto di libertà tende ad assimilare quest’ultima proprio al potere, o, peggio, ad identificarla con esso, in quanto si tende erroneamente a credere che più potere si abbia e più libertà di agire, intesa come una somma di privilegi e di possibilità di accedere a beni illimitati, si conquisti: “Io vedo dappertutto desiderio di potere e leggo questo bisogno come desiderio di libertà o di liberazione da soprusi e da imposizioni, dall’obbligo di obbedire, che invece dovrebbe caratterizzare la voglia di dipendenza. Il dipendente obbedisce, il potente comanda. (…) La storia dell’uomo, mie care sorelle, tende verso la libertà e la motivazione che lo spinge è la conquista del potere, altro che la dipendenza”.

Analizzando la storia della nostra specie si capisce infatti come sia sempre stata vittima di questo inganno e cioè abbia scambiato il sogno più grande cui aspirare, la libertà, con il potere e per questo si sia sempre impegnata in guerre di conquista per dominare altri popoli e così ottenere maggiore disponibilità di risorse –  materiali, umane e non –  così come nell’esercizio di governi autoritari, nella ricerca di sempre più sofisticati inganni per guadagnare maggior monopolio e sottrarre facoltà di scelta ai popoli.
E in fondo, com’è che si conquista il potere? Non è proprio dando ai popoli sottomessi l’illusione di poter scegliere? E non è forse questo il grande inganno del capitalismo?

Se ne può trarre la seguente deduzione: che tutti gli animali, tutti tutti, nessuno escluso, noi compresi, aspirano alla libertà, solo che la nostra specie la identifica in una sempre maggiore facoltà di agire e possedere e di esercitare un diffuso potere; facoltà che si incastra con la contraria predisposizione di molti di farsi invece comandare – spesso inconsapevolmente, ossia scambiando la sottrazione di un sempre maggiore spazio decisionale e del proprio agire per una delega concessa autonomamente. Infatti la libertà non può essere disgiunta da una continua assunzione di responsabilità in merito al proprio agire, alle proprie scelte e per questo spesso ad essa si preferisce la soluzione comoda dell’abbracciare un’ideologia, una religione che indichi come comportarsi in tema di morale, e si è preferito delegare ad altri – altri che poi si sono presi sempre più spazio fino ad elevarsi in una roccaforte sopraelevata e ormai lontana dai bisogni del popolo – l’esercizio del governare, della politica, come se fosse un qualcosa che ormai non ci riguarda più. Chi gestisce il potere usa a proprio vantaggio la pigrizia di chi volentieri demanda ad altri i propri compiti pur di non dover faticare, salvo poi scaricare sui più deboli la frustrazione per la propria ignavia.

Al contrario, si è veramente liberi quando non si è più dipendenti da niente e nessuno, quando non si ha bisogno di nulla se non delle necessità primarie come mangiare e bere, quando non si è più vittime dei bisogni indotti della società. Ma questo implica anche dei doveri. La libertà è fatica.

Gli animali non umani, a differenza di noi, non hanno mai dimenticato l’essenza dell’esser liberi, che consiste appunto nel portare a compimento e nell’esprimere totalmente le potenzialità della specie cui appartengono, seppure rinunciando all’apparente e illusorio falso beneficio di avere un pasto servito dal “padrone” umano. Infatti un altro errore che commette spesso l’umano è proprio quello di pensare che la tranquillità si possa barattare con la libertà. Persino i sostenitori della sperimentazione animale cadono spesso in questo inganno culturale – ma forse sono soltanto in malafede – e affermano che il topo nello stabulario starebbe meglio che in natura in quanto lì avrebbe pasti e riparo dal freddo (sorvoliamo sulle inevitabili torture cui sarebbe sottoposto e successiva uccisione), mentre libero dovrebbe guardarsi dai predatori. Un discorso simile mi fece un signore tempo fa cui rivolsi la preghiera di lasciare libero il suo pappagallo tenuto in gabbia, rispondendomi che avendo l’animale acqua e cibo a disposizione, stava meglio di lui, costretto a lavorare tutto il giorno. Che pena scambiare la libertà per la sicurezza materiale e per un pasto caldo! Se così fosse, i detenuti nelle carceri non avrebbero di che lamentarsi!

Gli animali provano invece piacere nel pieno esistere e che solo realizza quando hanno la possibilità di esprimersi esaurientemente; non mirano ad ottenere potere sugli altri, che sarebbe oltretutto fonte di stress nel timore di perderlo nuovamente (esattamente lo stress continuo cui siamo sottoposti noi umani).
Nel bel film che è L’alba del pianeta delle scimmie (2011) di Rurpet Wyatt infatti Cesar, lo scimpanzé protagonista, una volta riuscito a liberarsi e a liberare i suoi compagni, anziché cercare di vendicarsi o di dominare sugli umani che in precedenza lo avevano imprigionato, cosa fa? Preferisce andarsene nella foresta, libero, alla ricerca di un’esistenza vissuta senza catene e senza rivalse.
Cosa avremmo fatto noi? C’è da scommetterci che una volta liberi avremmo immediatamente cercato qualcuno da sottomettere e dominare per saggiare subito di che stoffa è fatta la libertà scambiata per il gusto del potere.

Così facendo finiamo col temere la libertà, in quanto, come scrive sempre Andreoli: “Il problema è se l’uomo voglia la libertà o la voglia soltanto a certi livelli di espressione. Sì, mi riferisco proprio alla paura della libertà. (…) Il potere usa la paura perché ha paura. Mentre il suddito teme il potere o il potente, il potente teme tutti i sudditi e soprattutto i gruppi potenzialmente ribelli che deve controllare. L’idea che il potere si regga sulla paura indotta è una falsità e semmai si dovrebbe dire che la paura che incute è proporzionale alla paura che prova.

C’è quindi una differenza sostanziale in materia di libertà tra noi e gli animali non umani: ad essi gli è stata sottratta coercitivamente, con la forza bruta, ma non ne hanno mai dimenticato il suo sapore autentico e soprattutto non la scambiano con la ricerca del potere o con un sentimento di rivalsa; noi invece ce ne siamo privati da soli, a poco a poco, barattandola con un’illusione di falso benessere che è invece transitorio appagamento di bisogni indotti e con la facoltà di esercitare potere sugli altri approfittando della debolezza di chi trae conforto nell’essere esonerato dalla facoltà decisionale.

Per questo motivo ritengo che la battaglia per la liberazione animale abbia una sua specificità e richieda tempi, strategie e modi diversi da quella per la liberazione umana, pur, ovviamente, ritenendo necessario lottare per entrambe.

Anche noi siamo schiavi e vittime, ma lo siamo ad un livello simbolico profondo, potremmo dire, innanzitutto culturale (ricordate la metafora della ragnatela?) – anche se poi ovviamente da ciò ne derivano forme di sfruttamento reali – ossia siamo schiavi di noi stessi, padroni e schiavi in una continua ricerca di inversioni di ruoli, mentre gli animali non umani non si autocostruiscono prigioni mentali, le sole gabbie entro cui sono costretti sono quelle che gli abbiamo eretto noi tutte attorno.

In conclusione riconoscere la specificità della liberazione animale significa proprio prendere atto di questa differenza sostanziale: noi siamo schiavi e padroni sempre di noi stessi, non abbiamo padroni al di fuori di noi, quindi è internamente a noi che dobbiamo guardare per trovare la chiave per liberarci; gli animali non umani invece riconoscono il loro aguzzino e carceriere all’esterno di loro stessi; non hanno dubbi su dove è posizionata – ben visibile – la chiave per la loro libertà: nelle nostre mani.  Per questo il maiale non fa la rivoluzione, citando Leonardo Caffo, ma spetta a noi, soli possessori di questa chiave, attivarci per aprire ogni lucchetto.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on November 8, 2013 by in Articolo, Attivismo.

Ricevi le novità dalle galline via mail!

Archivio

Follow Gallinae in Fabula Onlus on WordPress.com

Visitatori

  • 80,345
%d bloggers like this: