Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Sulla violenza: facciamo un po’ di chiarezza

di Rita Ciattiliberazionemaialini

Molta gente dichiara di amare gli animali.
I cacciatori dicono di amare la natura, anche se scaricano i loro fucili contro qualsiasi cosa si muova.


I bracconieri insistono che anche loro amano gli animali e sostengono che le tagliole che usano non sono troppo dolorose per gli sfortunati animali che vi restano intrappolati.
Persino i vivisettori millantano amore verso gli animali, insistendo che le torture cui sottopongono i nostri fratelli e sorelle sono necessarie per la salute umana.
L’egoismo e l’antropocentrismo delle convinzioni di cacciatori, bracconieri e vivisettori dovrebbe essere evidente anche per le persone che non si interessano di animali.
Ma per i liberatori, la visione di alcuni presunti “amanti degli animali”, compresa quella dei membri di organizzazioni “umanitarie”, è altrettanto ridicola.
Questi presunti amanti e difensori degli animali, sono degli ipocriti, per come la vedono i liberatori: torturare e uccidere animali nei laboratori è giustificabile, se si tratta di ricerca “necessaria”, purché sia fatta in modo compassionevole.
Persino mangiare animali è accettabile, purché siano “macellati in modo umanitario”.
Per i liberatori, che vedono gli animali come la propria famiglia, il concetto di “macellazione umanitaria” è un ossimoro, come “intelligence” militare.
I liberatori pensano che uccidere un essere innocente, umano o non umano, che non vuole morire non sia umanitario.
Gli animali non hanno bisogno di un movimento per l’educazione degli umani.
Hanno bisogno di un movimento per la liberazione animale!
Gli animali saranno rispettati o perché la gente li ama, o perché la gente avrà paura di quello che gli potrebbe accadere se non li si tratta con rispetto!
Questa è la regola che i liberatori usano per capire come gli umani trattano gli altri.
Poiché gli animali non possono ribellarsi all’aggressione e allo sfruttamento umano, sta ai liberatori farlo in vece loro.
Ci vuole tempo, per cambiare il nostro pensiero e comprendere quello dei liberatori.Ci vuole tempo, per cambiare il nostro pensiero e comprendere quello dei liberatori.
Forse siete abituati a considerare come amici e membri della vostra famiglia soltanto gli esseri umani. Ma guardatevi intorno! Per il liberatore, ogni creatura che cammina, nuota, striscia o vola è una amico e fa parte della famiglia.
Piante, ruscelli, montagne, campi e laghi sono la casa di questa famiglia.
I liberatori trovano lì i propri affetti, tra gli esseri che considerano la propria famiglia.

(Screaming Wolf – Dichiarazione di guerra.)

La dichiarazione di cui sopra, molto diffusa tra gli animalisti, proviene da un testo anonimo pubblicato nel 1991 negli USA.
Chiunque si attivi per la liberazione animale dovrà prima o poi fare i conti con il complesso e dibattuto tema della violenza e ritengo che se ne dovrebbe parlare e discutere in maniera serena, senza pregiudizi o timori di sorta. Mi rendo altresì conto che formulare un’etica assolutista in questo senso è assai difficile poiché contesti e situazioni diverse richiedono talvolta soluzioni e approcci diversi.
Purtuttavia, sostengo, senza indugio alcuno, che noi attivisti dovremmo usare sempre e solo i metodi nonviolenti e della disobbedienza civile; nonviolenti – aggettivo che comprimo in un unico termine in quanto quello della “nonviolenza” è un concetto ben definito che racchiude una molteplicità di mezzi e contempla vere e proprie azioni strategiche: metodo che è stato dettagliatamente teorizzato, elaborato e messo in pratica da Gandhi – a sua volta ispirato dalle riflessioni e pratiche di vita contenute nel breve, ma denso saggio di Thoreau dal titolo “La disobbedienza civile” – ben distinto dal “pacifismo” in quanto la “nonviolenza” non indica appunto passività, bensì l’azione vera e propria, sebbene condotta senza ausilio di armi tradizionali, ma con l’esortazione a fare del proprio stesso corpo un’inedita arma di resistenza contro il potere e le ingiustizie sociali.
Purtroppo anche nei confronti della disobbedienza civile e della nonviolenza esiste una sorta di complesso d’inferiorità in quanto si tende comunemente a pensare che solo le rivoluzioni condotte con le armi avranno ed abbiano avuto successo e questo perché purtroppo la storiografia ufficiale ha sempre dato poco risalto alle rivolte sociali nonviolente, per questioni ovviamente strategiche relative al controllo della popolazione sottomessa e al mantenimento dello status quo.
Vi immaginate cosa succederebbe se ognuno di noi, anziché pensare che il mondo sia quell’ente astratto atemporale con poco spazio di manovra dei suoi singoli all’interno, si convincesse invece che fosse – quale poi effettivamente è – un processo in continuo divenire del quale ciascuno può rendersi parte attiva e come tale si sentisse chiamato a contribuire fattivamente al suo cambiamento? Il problema è che pregiudizialmente non si crede abbastanza al potere dei singoli e questo perché nasciamo e cresciamo in una cultura e società in cui ci insegnano a considerarci e a percepirci al pari di tanti componenti di un meccanismo necessario e assoluto in cui ognuno è tenuto a svolgere il proprio ruolo già definito e preordinato.
Il problema dei vari movimenti di critica sociale infatti è che, riconoscendosi come minoranze, seppure attive, si rassegnano tautologicamente a considerare il loro ruolo minoritario all’interno dei giochi di potere gestiti dal più ampio e capillare monopolio della società del capitale e del dominio, ma è proprio su questa intima convinzione – oserei direi inconsapevole tacito accordo tra oppressi ed oppressori – che si rende possibile quello spazio di manovra del Potere che mantiene e reitera sé stesso.
Per questi motivi – convinzione delle minoranze di non poter avere successo nelle loro rivendicazioni e scarsa conoscenza dei successi della nonviolenza nella storia – si continua a ritenere erroneamente che anche nella lotta per la liberazione animale si potranno ottenere risultati validi solo facendo ricorso alla violenza.
In realtà se ci lasciassimo sedurre da una tale mortifera filosofia penso che decreteremmo in un lampo la fine del movimento e questo per le ragioni che andrò brevemente ad esporre. Il mio rifiuto della violenza, persino contro quelli che ritengo gli aguzzini degli animali, non deriva infatti solamente da considerazioni prettamente etiche, ma anche da ragioni squisitamente strategiche. Il fine non giustifichi i mezzi, ma sono i mezzi ad indicarci il fine, per dirla con Gandhi, e questo se davvero è a un nuovo ideale di società che vogliamo tendere e guardare, avulso da ogni logica di dominio e sopraffazione. Come potremmo pretendere di diffondere un’etica volta al rispetto di ogni essere senziente macchiandoci del sangue dei nostri simili? Rifiuto fermamente la logica di radice veterotestamentaria “dell’occhio per occhio, dente per dente”, respingo ogni sentimento di vendetta, lotto per debellare una volta per tutte ogni sentimento di discendenza hobbesiana del conflitto perenne e questo perché in un circolo di siffatta maniera ogni vittoria ottenuta sull’arroganza del potere non sarebbe che transitoria e destinata a ribaltarsi nel suo fallimento.
Le nostre rivendicazioni contro lo sfruttamento degli animali e per una società aspecista presuppongono una rivoluzione culturale di portata immensa, talmente sconvolgente e destabilizzante che in confronto quella copernicana ne esce ridimensionata, al pari di una quisquilia nel corso della storia umana. Le leggi, le istituzioni, il linguaggio di cui ci serviamo per comunicare e trasmetterci la cultura sono fondamentalmente specisti e antropocentrici per cui, secondo i tre stadi che inevitabilmente attraversano tutte le rivoluzioni di pensiero, non solo siamo destinati a venire inizialmente derisi, ma man mano che ci impegneremo per affermare le nostre istanze verremo anche osteggiati e contrastati. Affermare con determinazione la legittimità e urgenza della nostra lotta, ribadire la priorità e non negoziabilità delle nostre battaglie è ciò che auspicabilmente siamo tenuti a fare (e che invito a fare), ma inneggiare a una guerra civile è ciò che invece inevitabilmente darebbe il là al governo reazionario e conservatore (in ossequio alla cultura specista ogni governo è tale) per reprimerci con forza.
Poiché la collettività tutta è specista e i vari gruppi di potere – economico, finanziario, governativo, cui si aggiungono le lobbies dell’industria farmaceutica, degli allevatori, delle armi ecc. – hanno tutto l’interesse nel mantenere lo status quo relativo allo sfruttamento degli animali (l’intera nostra economia si regge sullo sfruttamento animale), verremmo immediatamente etichettati come terroristi e presto neutralizzati, ridotti all’impotenza; si andrebbe così a vanificare ogni sforzo intrapreso per veicolare una diversa concezione dell’esistere e dello stare al mondo in rispettosa convivenza tra tutti i viventi. Oltre a ciò, gli effetti di una violenza programmata sono difficilmente prevedibili, imbracciare un’arma e uccidere o ferire significa esporsi alla casuale dinamica di causa-effetto sfuggente a ogni previsione (Dostoevskij docet, ogni delitto è sempre anche un castigo).
Come minoranza, l’unica speranza che abbiamo per far avanzare e affermare le nostre rivendicazioni è quella di attuare in atti concreti i nostri ideali. Se noi vogliamo liberare gli animali – compresi noi stessi da quelle gabbie culturali e di pensiero che ci portano a discriminare i nostri fratelli non umani sulla base di una differenza di specie – è dunque a farci testimoni di esempi concreti in tal senso che dovremmo pensare, giammai a spargere altro sangue.
In tal senso io sono favorevole alle liberazioni a volto scoperto in quanto esempi concreti di disobbedienza civile in cui i promotori fanno del proprio corpo e del proprio esistere arma di lotta e resistenza contro l’oppressione dei deboli. Di fronte a gesti così apertamente libertari, in cui gli attivisti si fanno carico del loro gesto e non si sottraggono alla responsabilità civile dell’esser sottoposti a un procedimento giudiziario per aver compiuto azioni ritenute illegali dal nostro ordinamento legislativo (leggi e giustizia non sempre coincidono ed è la collettività che deve spingere al miglioramento delle prime verso un più alto ideale etico), l’opinione pubblica è costretta a porsi legittime domande ed è esortata a risolvere il dubbio – o meglio, dilemma morale – della liceità o meno dello sfruttamento degli animali.
La liberazione a volto scoperto va persino oltre l’importanza dell’azione stessa in sé e per sé  – ossia l’effettiva salvezza della vita di alcuni animali, tanti o pochi non importa,  fosse anche di uno soltanto ne vale comunque sempre la pena – trasformandosi in un’eco di ripercussioni positive a lungo termine, in quanto la rivelazione del gesto inedito costringe lo sguardo ad una mutevolezza prospettica capace di aprirsi a orizzonti mai fino a quel momento valutati.
L’animale sottratto alla futura presa del suo carnefice che passa attraverso le sbarre per mano dei suoi liberatori si espone nella sua vulnerabilità individuale a una collettività che non può più rifiutarsi di eluderne lo sguardo disarmato e subito è soggetto pieno di vita immediatamente riconoscibile e simbolo di un ideale già concretizzato, in cui tra pensiero e vita non vi è scarto alcuno. Questo è ciò che dovrebbe sedurci, non già la forza bruta delle armi, ma la totale assimilazione dell’idea di liberazione con il gesto stesso del liberare.
Mi rendo conto altresì della necessità di contestualizzare alcuni episodi. Si può, qualche volta, eccezionalmente, cedere alla violenza? Ammetto che nel caso della legittima difesa non esiterei a intervenire e anzi, credo sia dovere morale di ciascuno intervenire per impedire o fermare un atto esecrabile. Assai più dubbio rimane il concetto dell’estensione della legittima difesa, per cui, ad esempio, alcuni attivisti potrebbero interpretarlo nel senso di intervenire tout court contro vivisettori, cacciatori, allevatori, o tramite gesti intimidatori o tramite vere e proprie ritorsioni.
Personalmente sono favorevole a far coincidere il concetto di estensione di legittima difesa con tutti quei gesti di occupazione di quei luoghi in cui si compiono massacri e violenze di ogni genere sugli animali (laboratori, allevamenti, mattatoi, prigioni quali zoo, circhi ecc.) a patto però che nessun vivente, esseri umani compresi, seppure nel ruolo di aguzzini, sia ferito o danneggiato. Reputo giusto irrompere in un laboratorio o allevamento per liberare gli animali che vi sono reclusi, quindi sono in linea di massima favorevole anche al danneggiamento di strutture e oggetti purché finalizzato alla liberazione diretta degli animali (quindi, ribadisco, solo se necessaria per il buon esito dell’azione liberatoria), ma rimango fortemente contraria al danneggiamento o intimidazione di persone coinvolte nello sfruttamento degli animali fine a sé stesso, ossia inteso come mezzo strategico per combattere la cultura specista. Non è ferendo o minacciando un vivisettore o prendendo a calci la macchina di un allevatore che raggiungeremo i nostri obiettivi. Ovviamente bisogna stare bene attenti nel non cadere nell’atteggiamento opposto, ossia quello che Steve Best ha definito “sindrome di Stoccolma”, tale per cui ci si mostra accondiscendenti nei confronti di chi sfrutta gli animali con la speranza che ci si faccia benvolere o che si possa convincere chi sfrutta gli animali a smettere di farlo con le moine. Mi pare evidente che tutto ciò dietro cui girano enormi interessi economici non si combatte con il dialogo soltanto, ma appunto con azioni e rivendicazioni ferme e decise che traducano in realtà i nostri ideali di giustizia.
Il concetto dell’estensione della legittima difesa problematizza l’intera questione quindi e mi rendo conto che persino noi attivisti per la liberazione animale contrari alla violenza potremmo essere accusati di riservare una diversa considerazione agli animali che, paradossalmente, vorremmo liberare. Non voglio fingere di non sapere che se sapessimo che dentro quei laboratori, allevamenti, mattatoi ecc. ci fossero bambini non esiteremmo e interverremmo senza nemmeno pensarci due volte. Attenzione però a non cadere in conclusioni errate. Se ritengo poco saggio risolvere con violenza la causa della liberazione animale non è perché reputi la vita e la sofferenza degli animali meno importante di quella degli umani – giammai, e in questo mi sento di condividere quell’assunto dell’estratto sopra di Screaming Wolf, per cui “Per il liberatore, ogni creatura che cammina, nuota, striscia o vola è una amico e fa parte della famiglia” – ma perché sono fin troppo consapevole di quanto il nostro sentire sia ancora così distante da quello comune, così che una tale dichiarazione di guerra contro una maggioranza che non percepisce il dilemma morale dello sfruttamento animale sarebbe inevitabilmente destinata a rimanere poco più di un proclama velleitario.
La differenza di intenti e quindi l’adozione di diverse strategie consiste appunto nel fare chiarezza sui nostri fini. Se il vostro fine, come il mio, è quello di arrivare a costruire una società diversa non più basata sulla logica del dominio e sopraffazione dobbiamo lavorare per scardinare alla radice certi meccanismi venefici e quindi non è reiterando la legge del conflitto violento tra le varie parti in lotta che affermeremo i valori di un’etica inclusiva di considerazione per tutti i viventi. Ripeto, con la violenza potremmo ottenere un qualche successo sporadico e transitorio, ma il potere strumentalizzerebbe l’atto in maniera tale da farci apparire come facinorosi sovvervisi e terroristi, così fallirebbe il tentativo di far comprendere alla collettività le nostre invece giustissime istanze di liberazione.

Sempre sul tema della disobbedienza civile e nonviolenza consiglio l’ottimo articolo di Leonora Pigliucci, già pubblicato per Veganzetta e poi successivamente qui su Gallinae in Fabula.

(Foto presa dall’album di EssereAnimali relativo alla recente liberazione a volto scoperto di due maialini).

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This entry was posted on November 2, 2013 by in Articolo, Attivismo and tagged .

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