Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

La pittura che cura i traumi dei primati non umani

a cura di Michela PettoraliPsichiatriaScimmie

Mariangela Ferrero, psicologa con la passione della Primatologia, tramite il suo progetto PME (Play picture making emotional anrichment) aiuta gli scimpanzè di Ngamba, sul Lago Vittoria, segnati dai maltrattamenti dell’uomo. Il PME è un progetto sperimentale che rivolge grande attenzione alla psicologia di ogni individuo, allo stile relazionale personale dei partecipanti ed alla possibilità di ciascuno di loro di esprimere se stesso e divertirsi attraverso i materiali artistici e il gioco.

Come nasce la tua passione per i primati e quale è stato il tuo iter formativo nell’ambito della primatologia?

Ho sempre amato gli animali, miei compagni di giochi d’infanzia, ai quali devo moltissimo. Lo scambio affettivo, diretto e gratuito, di cui sono capaci è secondo me prezioso per noi umani. I primati li ho conosciuti da bambina e ne sono rimasta subito affascinata, “così vicini e così più profondamente parte della natura rispetto a noi”. Mi piace lasciar riaffiorare uno tra i miei primi ricordi in assoluto riguardanti i primati, quello di un maschio adulto di gorilla di pianura, abbandonato da giorni in solitudine senza né acqua né cibo nella stretta gabbia di uno zoo, che ha usato ogni cura nel prendere direttamente dalle mie mani di bambina un po’ di cibo e dell’acqua.

Ricordo di essere stata a lungo pervasa da tristezza e senso di ingiustizia e di essere rimasta profondamente colpita da quella creatura così poderosa e delicata che, nonostante la grave condizione in cui si trovava, aveva saputo non solo mantenere la lucidità, ma anche avere attenta cura di non spaventarmi.

Avevo sette anni, l’istinto e l’inconsapevolezza di quell’età e le braccia infilate fino alla spalla all’interno della gabbia. Si tratta di un ricordo personale, intrinsecamente connesso a ciò che oggi cerco di fare in favore dei primati. Lo zoo ha chiuso poco tempo dopo e non ho mai saputo quale destino sia toccato a quel bellissimo gorilla.

Il mio iter formativo è costituito da un percorso personale ed autodidattico, guidato dal desiderio di assecondare una passione. Nel corso degli anni ho studiato alcune delle più insigni ricerche condotte da grandi Primatologi, quali ad esempio Jane Goodall, Frans de Waal, Francine Patterson. Mi sono recata ad osservare le diverse realtà in cui i primati vivono, ho fatto visita ad alcuni importanti centri di recupero  e strutture che operano in campo internazionale per conoscere e discutere i metodi utilizzati dagli operatori che vi lavoravano.

Tu sei una psicoterapeuta, come hai trovato il modo di impiegare la tua professionalità nell’ambito primatologico?

Sì, sono una psicologa e psicoterapeuta, conduttrice di gruppi e formatrice; lavoro presso il Servizio Sanitario Nazionale, ho uno studio privato e sono docente complementare presso l’Università.

La mia sensibilità nei riguardi del disagio mi ha condotta ad incontrare diverse realtà in cui scimmie, antropomorfe e non, sono state costrette dall’uomo. Tutti o quasi i Primati che si trovano in cattività hanno storie gravemente traumatiche; sono stati strappati in tenera età alle essenziali cure della loro madre ed al loro gruppo di appartenenza e ambiente, hanno affrontato viaggi lunghi e massacranti in pessime condizioni, sono stati per esempio cresciuti come pet da esseri umani, o addestrati in circhi, o ancora oggetto di ricerca medica in laboratori.

Nello sviluppo evolutivo e nella vita adulta, similmente a noi, riportano conseguenze comportamentali e psichiche dei traumi subiti.

I primati hanno, in modo simile a noi, una vita sociale complessa e bisogni affettivi profondi e necessitano di cure affettivo-relazionali.

Ciononostante il mio lavoro clinico nei riguardi degli esseri umani è estremamente differente dal lavoro di cura psico-relazionale che cerco di attuare nei riguardi dei primati non umani, per esempio in senso metodologico e negli interventi concreti.

Non ho dovuto operare alcune forzatura però, quale esperta in materia psico-affettivo-relazionale, per impiegare la mia professionalità nei confronti dei primati. Le mie competenze e lo specifico ambito clinico della mia esperienza professionale sono di per sé impiegabili, date le grandi similitudini, dopo essere state rivisitate ad hoc in considerazione delle profonde differenze che ovviamente ci sono.

La personale sensibilità nei riguardi del mondo animale e la convinzione che portare qualche beneficio alle scimmie sia il minimo che si possa fare, date le condizioni critiche in cui sopravvivono, hanno fatto il resto.

Come è nata l’idea del PME e che finalità ti sei posta?

L’intervento di PME che ho ideato ha gradualmente preso forma a partire dallo studio delle ricerche condotte dagli esperti nel settore primatologico, dalla riflessione riguardo le mie esperienze in ambito primatologico e dall’integrazione tra queste ultime ed il mio lavoro clinico.

Con questo specifico intervento ho perseguito e sto tuttora perseguendo la finalità di portare attenzioni e cure psicologiche alle scimmie antropomorfe in cattività e portatrici di disagio, per migliorarne il benessere psicosociale.

Il Play-Picture-Making-Emotional-Enrichment è a tutt’oggi un progetto sperimentale, teso a fornire stimoli sensoriali, emotivi ed intellettivi, atti a contrastare la noia della cattività, a favorire il contatto con le emozioni, l’espressione di sé e quindi il miglioramento del benessere psicologico e sociale individuale.

In che cosa consiste il progetto PME e a chi si rivolge?

Il PME è un intervento specialistico  per scimmie antropomorfe in cattività, volto al miglioramento del benessere psicosociale individuale, attraverso la mediazione pittorica e relazionale (interspecifica). Nella mediazione relazionale sono compresi in particolare il gioco ed alcune specifiche attività/interazioni correlate alle caratteristiche di personalità o esigenze dei partecipanti.

Il PME rappresenta una possibilità di comunanza e di incontro con le antropomorfe – alle quali, come detto, si rivolge – e si pone quale spazio dedicato a fare insieme un’esperienza di gioco e sperimentazione, di relazione e di espressione libera.

Quali sono stati fino ad ora i risultati ottenuti sugli individui con cui hai lavorato?

Il benessere psicosociale di un primate viene influenzato da molte diverse variabili, tra cui il rapporto con i conspecifici e gli accadimenti esterni. Per questo è difficile isolare i risultati dei miei interventi di PME. Posso però affermare che l’apporto che i miei interventi hanno dato finora è stato assai incoraggiante, per esempio poiché ha contribuito a stimolare dei cambiamenti positivi in senso espressivo e relazionale.

Qualche individuo ha potuto ad esempio esprimere proprie emozioni e vederle accogliere, comunicare bisogni dapprima repressi o taciuti, ha saputo insolitamente fidarsi o chiedere aiuto a me per poi rivolgersi anche ad altri,  rinforzando o cominciando così ad adottare comportamenti alternativi rispetto ai precedenti.

Medina, timidissima scimpanze’ di circa 7 anni, fino a poco più di un anno fa era incapace di esprimere i propri bisogni. I maltrattamenti che aveva subito l’avevano ridotta ad essere passiva e remissiva. Non riusciva neppure a giocare con le coetanee, sebbene fosse eccitata nel vedere le altre scimpanzè farlo.

Nel lavoro con me ha potuto esprimersi man mano di più ed ha saputo sperimentare che non le sarebbe accaduto nulla di male se avesse avuto delle iniziative proprie.

Medina ha fatto un grande lavoro durante le nostre sessioni, contattando ed esprimendo emozioni diversificate e verosimilmente osservando le conseguenze dei propri nuovi comportamenti, che ha preso ad adottare più spesso nella sua quotidianità al di fuori delle sessioni stesse.

Oggi Medina è divenuta una scimpanzè giocosa, equilibrata e intraprendente, di certo non solo in virtù del lavoro con me, ma grazie anche a questo stimolo e alla sensazione di essere sostenuta nel suo cambiamento.

Per fare un esempio di tipo diverso, invece, l’adulta Ikuru, portatrice di una storia gravemente traumatica in senso affettivo, è solita dondolare su se stessa e grattarsi (comportamenti che assume fin dall’infanzia) ogni volta in cui avverte un senso di frustrazione, e quindi assai spesso, ma non quando dipinge o quando interagisce relazionalmente nelle sessioni con me, né quando viene adeguatamente sollecitata. Inoltre Ikuru ha dimostrato di disporre di buone risorse interne, che permetterebbero verosimilmente ulteriori miglioramenti.

Infine ritengo per esempio che il fatto che alcuni dei partecipanti al PME mi abbiano chiesto rassicurazione in momenti di ansia o paura, possa essere significativo dell’avermi individuata come disponibile a prendermi cura delle emozioni e/o come capace di interventi di una certa utilità in questo senso.

Abbiamo in comune il 98.7 % del patrimonio genetico, da un punto di vista comportamentale, emozionale e comunicativo quanto e cosa rende noi primati umani simili ai primati non umani?

Ritengo di aver almeno in parte già risposto a questa domanda nel corso dell’intervista, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti comportamentali ed emozionali, ma trovo interessanti i termini in cui questo interrogativo viene posto: il ribaltamento del punto di vista propone di provare ad adottare il punto di vista altrui e – per quanto mi riguarda – di avvicinarsi per comprendere e tentare di aiutare.

Per ciò che concerne l’ambito della comunicazione, a fronte della profonda differenza concernente lo strumento del linguaggio, vi è una comunanza di espressioni non verbali irrintracciabile in altre specie.

Concluderei lasciando alcune suggestioni su ciò che accomuna noi primati umani ai primati non umani, a partire dalle mie esperienze. Ho avuto modo di osservare molti esempi di reciprocità, alcuni esempi di empatia, di senso di giustizia – che sappiamo essere aspetti costitutivi della moralità – insieme a scenate di gelosia in piena regola, atteggiamenti di vanità, gesti di generosità, esempi di senso dell’umorismo, di senso dell’autorità ed altro ancora.

Personalmente ho maturato la certezza che i nostri parenti più prossimi abbiano una vita emotiva e cognitiva assai complessa, non certo solo positivamente caratterizzata ma, come la nostra, assai variegata e ben riconoscibile attraverso la relazione con loro o la semplice osservazione dei loro comportamenti.

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One comment on “La pittura che cura i traumi dei primati non umani

  1. Ida Caruggi
    March 28, 2014

    Sono emozionalmente colpita da ciò che lei fa e ammiro le sue competenze. E’ possibile vedre qualche video? Ha scritto articoli o libri. Grazie. Le auguro di poter continuare per tutta la vita questo percorso meraviglioso in compagnia di queste creature sensibili e stupende. Anche io ho un ricordo legato ad un gorilla nello zoo di Londra… Se l’avesse incontrato avrebbe potuto aiutare anche lui forse.
    Sono felice che esistano persone come lei.

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This entry was posted on October 31, 2013 by in Arte, Articolo, Intervista and tagged , , , .

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