Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Non basta il dolore

di Roberto Marchesini

Che gli animali possano soffrire, per dirla alla Bentham, o siano esposti al dolore, perstor_1499761_26510 richiamare Derrida, è fuori discussione, anche se qualche ricercatore (privo della più pallida conoscenza etografica) si ostina a sottoporre i gatti a test dolorosissimi – con risposte comportamentali inequivocabili – per poi affermare che non ci sono evidenze scientifiche. Immagino che l’unica evidenza che li convincerebbe (forse) sarebbe l’evenienza che il gatto in modo esplicito li mandi a quel paese.

Nel 1974 il filosofo Thomas Nagel si chiedeva “What is it like to be a bat?”. Già, cosa si prova a essere un pipistrello? Siamo in grado di capirlo? Una decina di anni fa l’editorialista di Nature, Stephen Budiansky, pubblicò un libro il cui titolo era peraltro estremamente chiaro “Se un leone potesse parlare” che prevedeva un sottotitolo altrettanto esplicito: “noi non potremmo capirlo”. Ma forse Wittgenstein apriva ad altre possibilità e non sottintendeva una rinuncia inappellabile, quale ci viene ripetuta alla nausea. Seguendo queste indicazioni comprendiamo come l’antropomorfismo, ossia l’attribuire ai soggetti di altre specie caratteristiche umane, sia una forzatura che non tiene conto del fatto che ogni animale ha una sua peculiare immersione nel mondo. Questo lo aveva già rimarcato il barone Johann von Uexküll che all’inizio del Novecento introdusse il concetto di umwelt per definire un mondo-ambiente proprio di ogni specie capace di stabilire un modo particolare di percepire la realtà circostante. Il concetto di umwelt è quanto di più instabile si possa immaginare e può figliare sia una visione pluriversale dell’ontologia, sia una sospensione fenomenologica del giudizio, sia l’ipercartesiana dicotomia di Martin Heidegger. Voglio dire che, se è vero che non è corretto antropomorfizzare, non dobbiamo cadere nell’eccesso opposto, che in genere si traduce in due atteggiamenti: 1) il ritenere che sia impossibile capire, anche in minima parte, la prospettiva delle altre specie; 2) il considerare gli animali completamente diversi dall’essere umano e più assimilabili alle macchine. Se seguiamo il punto 1, come fa Nagel, allora ci chiediamo quale sia in definitiva il compito dell’etologo, che viceversa studiando le altre specie attraverso l’analisi del comportamento cerca di capire la prospettiva di un animale. Se seguiamo il punto 2, come fa Cartesio, ci dimentichiamo l’importante lezione di Charles Darwin che nel libro Le espressioni delle emozioni nell’uomo e negli animali, ha indicato, in modo inequivocabile, l’uomo come termine comparativo. Ogni specie è differente – certo – ma di fronte a un femore di cavallo lo paragono a un femore umano e non a un palo della luce. Gli animali sono diversi per certi aspetti e simili a noi per altri, per questo occorre compararli all’uomo e non a una macchina. Ma torniamo al dolore, che speriamo punto di partenza e non fulcro del dibattito sugli interessi degli animali non-umani. Altrimenti ci troveremmo indietro persino rispetto alle cinque libertà espresse dal Brambell Report del 1965. Voglio peraltro sottolineare che seppur ritengo le indicazioni di detta commissione una piccola rivoluzione, ciò nondimeno oggi – a cinquant’anni di distanza – è evidente l’insufficienza di considerare come benessere lo stato che deriva da questi parametri. Purtroppo con il tempo si è andata consolidando l’idea che sia sufficiente assicurare a un animale uno stato di welfare (dieta sufficiente e adeguata, riparo da intemperie, assenza di stress o di malattie, libertà dalla sofferenza e dalla paura) per dare benessere ovvero che welfare e benessere siano la stessa cosa. Se associamo tale lettura al pietismo zoofilo e all’antropomorfismo tipico della cultura urbana della seconda metà del Novecento, ecco che sinonimo di benessere è diventato assenza da qualunque sollecitazione problematica, in pratica una sorta di gabbia dorata all’interno della quale racchiudere l’eterospecifico. Questo paradosso è stato peraltro peggiorato dall’approccio animalista degli anni ’80 che, pur importante nella discussione degli “interessi animali” e nella proposta di assegnare all’eterospecifico lo status di “paziente morale”, si è concentrato soprattutto su coordinate normative di astensione (cosa non bisognava fare) piuttosto che definire delle coordinate propriamente prescrittive (cosa bisognava fare) per assicurare il benessere animale.  Si è consolidata pertanto l’idea che per assicurare il benessere fosse utile ed esaustivo liberare il soggetto dai carichi del vivere, ossia allontanarlo da qualunque condizione di stress. Ma così facendo ci dimentichiamo che il benessere si gioca su un punto di equilibrio dinamico (non omeostatico) tra entrate, in termini di gratificazioni e appagamenti, e uscite, in termini di fatica, stress e quant’altro. Dal momento che non è possibile azzerare nella vita di un individuo le uscite, giacché stress, frustrazioni e fatica fanno parte della vita, è evidente che privarlo di entrate significa che inevitabilmente, nel giro di poco tempo, il saldo va in perdita. Se fosse vero che basta togliere le uscite per assicurare benessere, una zebra dello zoo dovrebbe essere l’animale più felice di questa terra. Ha sempre cibo assicurato, può dissetarsi ad libitum, è libero da infezione e infestazioni, non si trova a sopportare sofferenza fisica o paura, elementi stressori sono, tutto sommato, pochi… tutte condizioni che in natura non potrebbe certo ritrovare. Se le cose stessero veramente così, mettendo ipoteticamente lo zoo in rapporto diretto con la savana, dovremmo aspettarci che tutte le zebre dalla savana si trasferiscano allo zoo. Viceversa, l’unica zebra dello zoo si dirigerebbe senza dubbio nella savana. Ciò significa che uno stato di welfare non compensa una mancanza di espressione delle coordinate specie specifiche. Una considerazione che era ben chiara anche ai primi etologi. Qualunque animale è disposto a sopportare fatica, stress, fluttuazioni emozionali e – mi azzardo a dire in tutta sincerità – anche un po’ di sofferenza fisica, pur di vivere una vita piena, ovvero di poter raggiungere i target previsti dal suo assetto motivazionale (il concetto di gratificazione) e poter esprimere fino a sazietà (il concetto di appagamento) le sue coordinate motivazionali.   Ecco allora che l’analisi motivazionale – ossia l’inerenza, vale a dire ciò che è “proprio di quel soggetto” in relazione alla specie, alla razza e all’individuo – sta al centro di quel benessere animale proattivo (basato sul fare e non sull’astenersi dal fare) che viene chiamato well being e che, senza antropomorfismo, potremmo chiamare “felicità di specie”, ovvero ciò che qualunque soggetto caratterizzato da quei predicati naturalmente sceglierebbe di fare, perché è nella sua natura, vale a dire risponde alle sue vocazioni e alle sue doti. Partendo dalle motivazioni è pertanto doveroso, se si vuole assicurare benessere, dare al soggetto l’opportunità di esprimerle in un contesto e in una serie di attività coerenti. Per questo ritengo più corretto oggi partire dal concetto di felicità di specie che mette al riparo dai tanti propugnatori di un benessere che è viceversa è puro maltrattamento, anche se basato su un dolore che non è fisico ma psicologico. Se rimaniamo sul dolore ci ritroviamo: il bioparco al posto dello zoo, la “carne felice” al posto dei lager intensivi, l’utilizzo degli psicofarmaci obnubilanti su cani e gatti (ritenuti difficili solo perché espressivi dei loro predicati), le metodiche rincretinenti di training basate sul rinforzo positivo, la vivisezione praticata con analgesici e anestesia, la soppressione eutanasica spacciata per eutanasia.

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This entry was posted on October 25, 2013 by in Articolo, Filosofia.

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