Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Que si les bêtes sentent, elles sentent comme nous

di Domenica Bruni

Apparso su Animal Studies 2/2013 – “Like Me?” orango

Que si les bêtes sentent, elles sentent comme nous. 

Étienne Bonnot de Condillac,Traité des animaux

“Man mano che imparavo a riconoscere gli scimpanzé come individui davo loro un nome”. Scrive così l’etologa e antropologa britannica Jane Goodall[1] nell’appassionata e coinvolgente autobiografia, Le ragioni della speranza.

Non sapevo che la disciplina etologica all’inizio degli anni Sessanta considerava scorretto questo modo di procedere: avrei dovuto identificarli solo assegnando loro numeri, considerati più obiettivi. Ne descrissi anche le personalità: un altro peccato, dato che solo gli esseri umani hanno personalità. Crimine ancora peggiore era attribuire agli scimpanzé emozioni umane. E a quei tempi, molti ritenevano che il possesso di una mente e il pensiero razionale fossero esclusivi dell’uomo. Per fortuna io non ero stata all’università e non sapevo niente di queste cose e, quando ne venni a conoscenza, le ritenni semplicemente stupide e non vi prestai alcuna attenzione. Nella mia vita avevo sempre assegnato nomi agli animali[2].

Per buona parte del Novecento gli scienziati hanno considerato gli animali non umani dominati e agiti dalla tirannia degli istinti, privi di pensiero, sentimenti e motivazioni. Oggi è finalmente possibile raccontare la storia del tramonto di un’idea o, se preferite, di un modello. Mi riferisco al modello cartesiano di animale-macchina che priva gli animali non umani di un mondo interiore quello stesso mondo che nessun animale umano sarebbe disposto a barattare per nessuna ragione. Così scriveva René Descartes nel suo Discorso sul metodo:

[…]È pure assai notevole che sebbene molti animali in alcune loro azioni dimostrino più industria di noi, tuttavia non ne mostrano alcuna in molte altre: cosicché, ciò che essi fanno meglio di noi non prova che hanno ingegno – ché in tal caso ne avrebbero più di noi e ci supererebbero in ogni attività – ma piuttosto che essi non ne hanno affatto, e che è la Natura che agisce in loro, secondo la disposizione dei loro organi, così come si osserva che un orologio, pur essendo solo composto di ruote e di molle, conta le ore e misura il tempo più precisamente di noi con tutta la nostra prudenza.[…] dopo l’errore di quelli che negano Dio […] non ve n’è altro che allontani di più gli uomini deboli dal giusto cammino della virtù che immaginare che l’anima delle bestie sia di natura uguale alla nostra e che, di conseguenza, non dobbiamo temere nulla, né nulla sperare dopo questa vita, come le mosche e le formiche[3].

Eppure, nonostante già Charles Darwin nell’ormai lontano 1872 ne L’epressione delle emozioni nell’uomo e negli animali aveva messo ben in evidenza una continuità tra tutte le specie individuando elementi che militano in favore di una differenza non qualitativa ma solo di grado tra noi e le altre specie, si è fatto fatica fino agli anni Sessanta del Novecento a pensare ai nostri compagni di viaggio sulla terra come a soggetti di una vita, a punti di vista sul mondo. Si è fatto fatica a percepire gli animali non umani come dotati di scopi e ragioni per agire, credenze, desideri, preferenze, consapevolezza,  capacità di soffrire o provare piacere. Parlare di mente animale (e figuriamoci di diritti) era un vero e proprio tabù. Come si poteva, infatti, utilizzare la parola “mente” per spiegare i comportamenti degli animali agiti da istinti, quest’ultimi simili ad interruttori che regolano l’accensione e lo spegnimento della luce in una stanza?

Gli anni Sessanta sono anni importanti, non solo per la diffusione del twist o l’affermazione della beat generation, per il primo uomo sulla Luna o l’occupazione delle università, ma anche per la nascita dell’etologia cognitiva che consente di infrangere ciò che abbiamo definito “tabù della mente animale”.

“L’essere umano non ha mai avuto rapporti facili con gli altri animali. All’uomo occidentale è rimproverabile un complesso di superiorità filosofica nei riguardi degli animali”[4]. Così scrive l’etologo Enrico Alleva in La mente animale. In effetti, se ci riflettiamo bene, all’uomo si può rimproverare di essere stato il creatore di cosmogonie culturali con un centro di gravità permanente, ossia se stesso. L’uomo ha sempre rappresentato e magnificato se stesso creando filosofie gerachizzate e piramidali con al vertice l’unico essere perfetto che, senza imbarazzi, diventa simile a un dio. Gli altri animali hanno sempre fatto da sfondo al delirio di onnipotenza dell’uomo che si ciba e si veste con pezzi di animali e li prende come termine di paragone per magnificare le sue abilità e capacità all’interno del mondo naturale. Nel corso dei secoli si assiste alla costruzione di enormi edifici antropocentrici.

Una simile costruzione, indiscriminata e abusiva, ha ricevuto duri colpi dallo studio scientifico della natura e dei suoi abitanti. Da Darwin in poi l’uomo diventa il prodotto di una catena di esseri viventi e la mente non è vista solo come prerogativa umana; diversamente da quanto accadeva in buona parte della filosofia del passato oggi non possiamo parlare degli animali senza considerare il fatto che lo siamo anche noi. Accettare l’evoluzione biologica e la scoperta della stretta parentela genetica con le altre specie non è stato semplice per l’ego umano e per la sua vanità, non è detto infatti che sia una cosa dalla quale ci siamo del tutto ripresi dal momento che per molti non è stata una cosa semplice dover rinunciare alla specialità, all’ unicità e alla superiorità della nostra specie. Dalla parole di Pietro Perconti:

Che gli esseri umani siano creature caratterizzate dal fatto di pensare e di parlare è un luogo comune. Aver coltivato la consapevolezza di questa originalità talvolta è stato il modo di legittimare certe strategie di dominio: verso le altre persone (che sembravano balbettare, che non sapevano articolare la voce, che non ragionavano nel modo più diffuso), verso gli altri animali (che davano l’impressione di non avere nè pensiero nè parola), verso il resto della natura. Alcune delle basi su cui fondare la differenza tra noi e il resto del creato sono venute meno con il successo della teoria della selezione naturale, dell’intelligenza artificiale e di molte altre conoscenze che hanno messo in dubbio le vecchie certezze[5].

In un articolo del 1991 Sonia I. Yoerg e Alan C. Kamil[6] affermarmano che lo sviluppo dell’etologia cognitiva ha contribuito a evidenziare che gli animali si impegnano abitualmente in un comportamento più complesso di quanto la maggior parte degli etologi o degli psicologi avrebbe mai ritenuto plausibile. Spesso il mondo dell’organico sembra avvolto nelle nebbie, viene relegato nel regno dell’indistinzione e della confusione, diventa semplice presenza muta e straniera.

Agli inizi del Novecento il barone prussiano Jakob von Uexküll ci accompagna, attraverso le pagine di I mondi invisibili (1934), in lunghe passeggiate tra organismi piuttosto bizzarri: la chioccia che sembra restare indifferente e cieca davanti al suo piccolo in pericolo, la zecca paziente, la medusa ossessionata dal movimento circolare e sempre uguale del suo ombrello, il paguro eremita. Uexküll comprende  qualcosa di molto importante. L’ambiente, lontano dall’essere come scriveva Auguste Comte, il complesso totale delle circostanze esterne necessarie all’esistenza di ciascun organismo oppure un habitat statico (la luce, l’acqua, l’aria) che non esercita alcuna influenza sugli organismi come sosteneva Jean-Baptiste Lamarck, è qualcosa che costruisce e compone il vivente stesso. L’ambiente (Umwelt) è il risultato di una continua e perenne attività degli organismi che selezionano solo ed esclusivamente gli stimoli che considerano rilevanti per la loro sopravvivenza. Uexküll è stato brillante nel descrivere la Umwelt di molti organismi ma scrive Giorgio Vallortigara:

Ovviamente lo ha fatto nei termini del suo proprio Umwelt, dalla sua personale prigione.[…] Inevitabilmente, noi tendiamo a utilizzare la nostra esperienza sensoriale come termine di paragone rispetto al quale considerare le esperienze delle altre specie. Tuttavia le abilità sensoriali della nostra specie, così come quelle di qualsiasi specie, sono semplicemente la conseguenza della selezione naturale. Le strutture e le caratteristiche dei nostri apparati immagine del mondo si sono evolute in risposta agli specifici bisogni e problemi imposti alla nostra specie nella sua nicchia di adattamento evolutivo lungo il corso della storia naturale[7].

La nostra personale prigione è un luogo dal quale interpretiamo ogni cosa che osserviamo. A ciascuno di noi sarà capitato un incontro di tipo emotivo con una specie diversa dalla nostra e con molta probabilità abbiamo interpretato il comportamento di chi ci stava di fronte mettendoci nei suoi panni. Immedesimarsi è una tendenza inevitabile e ingovernabile. Siamo soliti interpretare il comportamento degli altri animali così come interpretiamo il nostro e siamo anche soliti cimentarsi nell’esperienza di comprendere cosa significhi essere qualcun altro. “What is it like to be a bat?” si chiede nel 1974 Thomas Nagel in un suo celebre articolo[8]. Proveremmo qualcosa a essere un pipistrello che vola nel buio alla ricerca di insetti? La risposta di Nagel è affermativa. Scrive Pietro Perconti:

Secondo Nagel, tuttavia, questo genere di azzardo immaginativo è ineluttabilmente destinato al fallimento perché gli sforzi creativi che è possibile mettere in campo saranno sempre insufficienti rispetto al risultato che si intendeva ottenere. Infatti, si voleva sapere cosa prova un pipistrello o una formica a essere ciò che sono, ma perfino l’immaginazione di Ludovico Ariosto non potrebbe che consegnarci una idea di cosa proveremmo noi in quei panni, mentre volevamo sapere cosa si prova a essere proprio quelle cose dalla loro prospettiva. Ecco una accattivante trappola argomentativa: la domanda di Nagel attrae così tanto proprio perché porta con sé la frustrazione necessaria a essere continuamente alimentata. Eppure introduce un tarlo nella comprensione del fenomeno della coscienza: forse l’unica prospettiva adeguata per apprezzare i dati della coscienza è quella della prima persona, di chi ha lo stato mentale di cui sta facendo esperienza[9].

Alla consapevolezza e all’effetto che fa esserlo sono legate numerose intuizioni che appartengono al senso comune e che hanno a che fare ad esempio con la differenza che c’è tra gli animali umani e gli altri animali.  Gli esseri umani, infatti, sarebbero speciali perchè sono gli unici ad avere una coscienza. Ma la nuova scienza della mente sta mettendo a nostra disposizione una serie di strumenti – teorici ed empirici – per comprendere che le cose non stanno proprio in questo modo.

La versatilità nelle operazioni di predazione, il riconoscimento allo specchio da parte di alcune specie animali, la costruzione di artefatti, le innumerevoli capacità concettuali, la raffinatezza con cui si declina la facoltà comunicativa, ad esempio nella danza simbolica delle api o nelle “grida semantiche” dei macachi, il gioco e le tattiche di inganno deliberato, l’espressione di sentimenti ed emozioni rappresentano finestre spalancate sulla mente degli altri animali. “Sapevo bene –  scrive Jane Goodall – che gli animali hanno personalità, che sono in grado di ragionare e di risovere problemi, che hanno una mente ed emozioni: non ebbi quindi alcuna esitazione ad attribuire queste qualità agli scimpanzé. Aveva avuto ragione Louis ad affidare questa ricerca sul campo a una persona che non avesse la mente ingombra dalla teoria della scienza meccanicistica, col suo riduzionismo e il suo semplicismo”[10].

Oggi è sempre meno il numero di etologi, filosofi, biologi e psicologi che negano le facoltà mentali alle specie non umane. Tutto questo ha profonde e importanti conseguenze sulle modalità di sviluppo della ricerca scientifica e sul tipo di rapporto che intratteniamo con gli altri animali. Rimane da fare ancora uno sforzo, vale a dire ridimensionare la nostra cattiva abitudine, spesso arrogante e presuntuosa, che ci spinge ad enfatizzare tutte quelle capacità che caratterizzano gli animali umani. “Vi è qualcosa di grandioso – scrive Charles Darwin ne L’Origine delle specie – in questa concezione secondo cui la vita, con le sue diverse forze, fu da principio insufflata in poche forme, o una sola e, da inizi così semplici, mentre il pianeta continuava a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, si sono evolute ed ancora si evolvono infinite forme bellissime e meravigliose”[11].


[1] Accanto a Jane Goodall mi piace ricordare Diane Fossey, che dedicò buona parte della sua esistenza allo studio dei gorilla sulle montagne e nelle foreste del Ruanda; Joy Adamson, autrice del bestseller internazionale Nata libera in cui descrive il suo ritrovamento di un cucciolo di leone di nome Elsa; Cynthia Moss, studiosa del comportamento degli elefanti e autrice di Portraits in the Wild: Animal Behavior in East Africa. Tutte donne che con le loro ricerche e la loro dedizione hanno fortemente contribuito ad affrancare gli animali non umani dal ruolo di automi.

[2] J. Goodall, Le ragioni della speranza. Lungo viaggio al centro della natura, Baldini&Castoldi, Milano, 1999, pp.90-91.

[3] René Descartes, Discorso sul metodo, in E. Lojacono (a cura di), Opere filosofiche di René Descartes, UTET, Torino, 1994, vol. I, pp. 538-540.

[4] E. Alleva, La mente animale, Einaudi, Torino, 2007, p. IV.

[5] P. Perconti, Leggere le menti, Laterza, Roma-Bari, 2003, p.1.

[6] S.I. Yoerg, A.C. Kamil, 1991, Integrating cognitive ethology with cognitive psychology, in Cognitive Ethology: the Minds of Other Animals: Essays in Honor of Donald R. Griffin, (ed.) Carolyn A. Ristau. Hillsdale, NJ, Lawrence Erlbaum Assoc.,  pp. 273-289.

[7] G. Vallortigara G., Altre menti. Lo studio comparato della cognizione animale, Il Mulino, Bologna, 2000, pp.14-15.

[8] T. Nagel, What is it like to be a bat?, in Philosophical Review, 4, 1974, pp. 435-450; trad. it. in Id., Questioni mortali, Il Saggiatore, Milano, 1986.

[9] P. Perconti, Coscienza, Il Mulino, Bologna, 2011, pp.11-12.

[10] J. Goodall, Le ragioni della speranza. Lungo viaggio al centro della natura, Baldini&Castoldi, Milano, 1999, pp.90-91.

[11] C. Darwin, 1859, On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life, Murray, London (trad. it. L’origine delle specie, Bollati Boringhieri, Torino 19676, pp. 553-4.

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This entry was posted on October 21, 2013 by in Articolo, Filosofia.

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