Gallinae in Fabula Onlus

Piattaforma di volontariato (ONLUS) e ricerca sulla diversità a partire dall'animalità e la biodiversità

Per una pratica di liberazione animale disobbediente e nonviolenta

azione_diretta

di Leonora Pigliucci

(Pubblicato sulla Veganzetta numero 7/2013)

Da un anno a questa parte l’azione di liberazione a volto scoperto ha assunto un ruolo da protagonista sia nel connotare gli intenti del movimento di liberazione animale, che nella riflessione antispecista, chiamata a interpretare quanto è scaturito dal salvataggio dei Cani il 28 aprile scorso alla Green Hill di Montichiari (BS). Sempre in aprile ci troviamo ad assistere a un evento storico: “la grande giornata di Milano”, come qualcuno ha chiamato il giorno dell’occupazione e liberazione a volto scoperto dello stabulario del Dipartimento di Farmacologia dell’Università Statale di Milano, che ha segnato un “punto di non ritorno” – come consapevolmente affermato dagli stessi liberatori – che porta l’azione di liberazione animale oltre la misura di ciò che può essere ignorato.

È il culmine di un anno diverso e decisivo, che ha visto adottare i beagle del blitz animalista a Montichiari sotto lo sguardo accondiscendente dei Tg nazionali; i sigilli all’allevamento Green Hill, dopo la denuncia di irregolarità documentate anche nell’ambito di un’azione fuori dalla legalità; il moltiplicarsi delle difficoltà logistiche dei vivisettori, costretti a ordinare i Cani dall’estero, moltiplicando i rischi di venire intercettati e di subire una visibilità deleteria su tutti gli spostamenti (oltre alla pessima pubblicità) che negli ultimi mesi ha portato alla nascita delle campagne di sabotaggio contro le farmaceutiche Menarini e Glaxo SmithKline.

Il movimento, se vogliamo vederlo come unità, nonostante tutte le differenze ideologiche e politiche di chi combatte per gli Animali, inizia davvero a fungere da scheggia sociale mutevole nelle pratiche che è difficile da neutralizzare e che colpisce – e questa pare essere la sua forza e la sua radicalità – dritto al cuore i fondamenti ultimi della società capitalista contemporanea: vuole svuotare le cantine del grattacielo di Horkheimer, anziché provare a scalarlo.

Le azioni attingono sia al modus operandi dell’ALF (Animal Liberation Front), nella sfida a una legalità priva di etica; che alla tradizione delle manifestazioni di piazza; mettendo a segno, anche in tali casi, risultati emblematici, che stanno infondendo motivazione e rivelando un’inedita maturità nelle strategie, nonché sfumando la barriera che escludeva le istanze animaliste dai luoghi della politica, relegandole solo nell’alveo di un sentimentalismo urlante e socialmente poco significativo.

Gli individui salvati, e i loro riscatti, oggi invece sono un fatto politico, e i diritti animali si intrecciano a quelli di cittadini che frappongono il proprio corpo – come le ragazze e i ragazzi del Coordinamento Fermare Green Hill, con il collo allucchettato alle porte perché la polizia non potesse fare irruzione – tra il potere e le sue vittime non umane.

Ma del resto, senza l’azione forte di rottura, e l’opposizione fattiva alle regole della società specista, una via d’uscita sarebbe difficilmente ipotizzabile.

In gioco c’è il più significativo allargamento dei diritti fondamentali della storia, da riconoscere a un genere particolare di schiavi, la cui sottomissione intreccia le proprie radici a quelle della civiltà umana, e che implicherà la compressione di una serie di imperativi per la nostra specie: il “diritto” di mangiare carne, il “diritto” di utilizzare gli Animali per il progresso scientifico.

Anche Peter Singer in Liberazione animale1 ha sottolineato, per questo, la debolezza particolare della rivendicazione per gli Animali, nel suo non poter essere agita dai soggetti fisicamente interessati. Il che richiede un surplus di determinazione: è molto difficile immaginare che la liberazione animale entrerà mai tra le priorità della maggioranza.

Ma, d’altra parte, di fronte all’empatia interspecifica che si fa azione, al ri-divenire Animali di chi si sottrae alla legge per opporsi al loro sfruttamento, mettendo in pratica un’incisiva azione disobbediente, siamo davvero certi che la società gerarchica potrà neutralizzare questo sentimento e ricomprimerlo tra le sue espressioni lecite e innocue?

I tempi si stanno dimostrando maturi perché gli atti di cui sopra si riempiano di significato, e per iniziare a chiedersi che massa critica sia necessaria per operare il cambiamento. In altre parole se a permettere ancora la schiavitù animale sia un deficit di forze antagoniste qualitativo o quantitativo.

In un saggio sulla disobbedienza Raffaele Laudani2 ragiona sul paradosso della dimensione della soggettività nella società contemporanea: la limitazione dell’autorità politica ed ecclesiastica è il punto di partenza di quell’atto emancipatorio che caratterizza il soggetto moderno e che lo connota come singolo adulto, libero e razionale. Eppure la politica moderna si costituisce, almeno per ora, come una volontà di ordine, che dopo il crollo di un fondamento trascendente dell’obbedienza operato dall’illuminismo la istituisce di nuovo artificialmente. E lo fa attingendo al valore di quegli stessi principi di libertà e autodeterminazione da difendere, ma che finiscono infine per costituire un architrave di obbedienza alla società. Ma che allo stesso tempo sono l’origine di una dis-obbedienza che, nell’atto stesso in cui si manifesta, ha il potere simbolico di dissolvere la legittimazione del potere costituito, che solo sul consenso del popolo sovrano può fondarsi.

Le rivendicazioni in favore dei più deboli che siano espresse al suo interno da una minoranza, dunque, non possono venire schiacciate con indifferenza, in nome dell’interesse della maggioranza, poiché questo stravolge l’immaginario valoriale della civiltà e mina la legittimazione morale dell’intera impalcatura sociale. È forse il motivo per cui si fa fatica a divulgare una realtà (dolorosamente) accertata anche in termini scientifici, come il possesso dell’autocoscienza e della singolarità negli individui di moltissime specie animali.

Una volta messa in atto, la disobbedienza per ragioni etiche spinge verso una rinegoziazione del contratto su cui poggia il potere, e infatti su queste basi i movimenti argentini del 2002 hanno dato alla disobbedienza civile la definizione di potere destituente.

Non è chiaramente qualcosa di semplice o rapido da realizzare, ma la presa di consapevolezza in questi termini da parte della “minoranza antispecista” potrebbe essere una base utile all’elaborazione di strategie sempre più efficaci.

«Una minoranza è impotente finché si conforma alla maggioranza, – dice Thoreau – finisce allora per non essere neppure minoranza; ma è irresistibile quando resiste con tutto il suo peso […]. In ultima analisi, la ragione effettiva per cui a una maggioranza è concesso di governare, e per lungo tratto, mentre originariamente il potere è nelle mani del popolo, non sta nel fatto che la maggioranza sia più verosimilmente della minoranza nel giusto; neppure perché si reputi corretto che la minoranza ceda; il fatto è che la maggioranza è fisicamente più forte. […] È davvero impossibile un governo in cui non la maggioranza, bensì la coscienza, decida del giusto e dell’ingiusto? In cui la maggioranza decida solo nei casi cui è applicabile il calcolo dell’utilità? Deve il cittadino rimettere la sua coscienza – anche per un solo istante, o in minimo grado – al legislatore? A quale scopo v’è dunque in ognuno di noi la coscienza […]? La legge non ha mai migliorato nessuno; e l’osservanza della legge trasforma anche il migliore degli individui in agente di ingiustizia quotidiana»3.

Oggi quella coscienza antagonista all’arbitrio della maggioranza ha ampio margine d’azione. Ad esempio può organizzarsi sui social network in modo velocissimo (com’è ha accaduto a marzo per la protesta contro la Menarini di Pomezia costringendola a rinunciare a otto Cani provenienti dall’estero e destinati alle atrocità della vivisezione) e attuare proteste nonviolente che all’esterno fanno stonare la quotidiana normalità dello sfruttamento animale, spiazzano il sarcasmo intorno alla questione dei loro diritti, suggeriscono aperture in chi il problema non se lo è mai posto seriamente.

Prioritario per l’antispecismo, come per ogni rivendicazione egualitaria, è allora che i mezzi si conformino allo spirito dei fini: si deve imboccare la via di una determinata, ragionata e consapevole pratica nonviolenta, il che è utile anche per scongiurare la repressione che potrebbe tagliare le gambe al movimento con grande facilità.

Ma soprattutto, il ricorso alla violenza, gli eccessi nelle provocazioni, gli insulti discriminatori confondono i tratti della lotta rivoluzionaria e permettono che la si comprima sotto etichette comode, ottime per mettere a tacere i sussulti nella coscienza, rassicurando la società che l’ideologia del dominio sia nel giusto.

Come scrive il sociologo Edward A. Ross, a proposito della disobbedienza civile, essa «vince, se vince, non tanto perché tocca la coscienza dei padroni, quanto perché riesce a eccitare la simpatia degli osservatori disinteressati. Lo spettacolo di uomini che soffrono per un principio e che non rispondono ai colpi è davvero mobilitante. Obbliga chi detiene il potere a spiegarsi, a giustificarsi. E il debole ottiene di spostare il terreno dalla volontà del più forte alla corte dell’opinione pubblica»4.

Ed è un po’ quello che è accaduto al processo contro i liberatori dei Cani di Green Hill, dove il Gip, a proposito del compimento di una serie di reati, ha definito il movente “particolare” e “meritevole di apprezzamento”, pur dovendo ribadire le responsabilità penali degli indagati per come queste si configurano nel quadro legislativo vigente.

Probabilmente ora l’attivismo deve procedere in questa direzione, indurre il sistema a contraddirsi, provocare stupore nelle “persone normali”, che si sentono solidali con dei “ladri” e persino con la loro “refurtiva”, dimostrare folle abnegazione a una causa che fino a ieri suonava anche un po’ ridicola, ostentare anche nei piccoli gesti il proprio “no” al potere che offende la vita animale e su cui poggia l’intera dimensione sociale.

Note:

  1. Peter Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore, 2010

  2. Raffaele Laudani, Disobbedienza, Il Mulino, 2011

  3. Henry D. Thoreau, Disobbedienza civile, Casa Editrice SE, Milano, 2007

  4. Edward A.Ross, Introduzione a C.M.Case, Non-violent Coercion. A Study in Methods of Social Pressure, London, George Allen & Unwin, 1923

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2 comments on “Per una pratica di liberazione animale disobbediente e nonviolenta

  1. Pingback: Sulla violenza: facciamo un po’ di chiarezza | Gallinae in Fabula

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This entry was posted on October 18, 2013 by in Articolo, Attivismo and tagged .

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